{"id":1671,"date":"2016-05-26T18:09:19","date_gmt":"2016-05-26T16:09:19","guid":{"rendered":"http:\/\/www.matteoiammarrone.com\/public\/?p=1671"},"modified":"2016-05-26T18:31:16","modified_gmt":"2016-05-26T16:31:16","slug":"natura-e-cultura-un-po-di-chiarezza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.matteoiammarrone.com\/public\/natura-e-cultura-un-po-di-chiarezza\/","title":{"rendered":"Natura e cultura: un po&#8217; di chiarezza"},"content":{"rendered":"<p><strong>Il conflitto natura-cultura \u00e8 ancor pi\u00f9 originario e &#8221;fondazionale&#8221; di quello tra capitale e lavoro (che pure pulsa e pulser\u00e0 nelle nostre societ\u00e0 fino a che la divisione in classi\u00a0permarr\u00e0)<\/strong>. Comprenderlo \u00e8 utile al fine di qualsiasi critica radicale dell&#8217;esistente. Comprendere infatti che <strong>l&#8217;uomo \u00e8 libero di autoprogettarsi e non ha natura predefinita<\/strong> (come del resto non l&#8217;ha alcuna &#8221;sostanza&#8221;) \u00e8 propedeutico ad ogni critica rivoluzionaria, che non pu\u00f2 essere credibile se prima non sgombera il campo da ogni pernicioso retaggio cristiano-aristotelico (di una scolastica resa obsoleta da ormai quattrocento anni). Diversi atei e molti freak che sembrano cos\u00ec radicalmente di sinistra non sono esenti da questi retaggi e pregiudizi, anzi.<\/p>\n<p>Chiedo venia ai lettori se ho inserito cos\u00ec frequenti citazioni e se il lessico filosofico impiegato pu\u00f2 sembrare astruso, ma l&#8217;articolo \u00e8 una rielaborazione del paper consegnato come esame di un corso all&#8217;Universit\u00e0 (antropologia filosofica del Prof. Brigati, che ringrazio per il 29). Inoltre: mi rendo conto che il tema \u00e8 cos\u00ec eternamente attuale ma al tempo stesso cos\u00ec vasto, e pu\u00f2 essere affrontato partendo da diversi punti di vista: io sono partito dal mio (chiaramente). Credo per\u00f2 di aver prodotto un utile spunto di riflessione, seppure embrionale.<\/p>\n<p>(Se vi state chiedendo perch\u00e9 sarebbe tremendamente attuale pensate a tutte le volte che qualcuno <strong>per difendere o attaccare una posizione politica o un modo d&#8217;essere o una scelta di vita ha strumentalmente tirato in ballo la natura<\/strong>, o anche per legittimare o per delegittimare una determinata concezione del potere).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Chi dovesse avventurarsi in una lettura ingenua di Aristotele si troverebbe ben presto a concordare passivamente con lui su molti passaggi salienti della sua filosofia. \u00c8 infatti almeno dai tempi del filosofo di Stagira che si parla di natura (\u201cphysis\u201d) in accezione \u201cmoderna\u201d ed, anche attraverso la mediazione del cristianesimo, l\u2019idea per cui questa natura, che sarebbe poi l\u2019essenza, la finalit\u00e0, la predisposizione di una cosa sia indissolubilmente legata ad ogni cosa stessa, \u00e8 passata e si \u00e8 affermata nel pensar comune. Per Pierre Hadot Aristotele \u201cDefinisce la natura come un principio di movimento interno a ciascuna cosa. Ciascun individuo concreto ha al proprio interno una concreta natura che \u00e8 propria della sua specie ed \u00e8 il principio del suo modo naturale di muoversi (\u2026.) nei viventi, questo principio immanente di movimento \u00e8 anche un principio di accrescimento\u201d (Hadot, 2004). La sociobiologia (o psicologia evoluzionista) tenta di spiegare i comportamenti degli animali sociali (Homo sapiens incluso) su basi strettamente biologiche. Nonostante si sia sviluppata nella prospettiva secolarizzata dell\u2019evoluzionismo darwiniano essa, per le sue conseguenze, sembra lasciare ben poco spazio alla libera progettualit\u00e0 del Dasein, cara ad esistenzialisti come Heidegger e Sartre, il quale ovviamente rifiuta il naturalismo: \u201cl\u2019uomo non \u00e8 un tagliacarte\u201d (Sartre, 1946), nel tagliacarte infatti l\u2019essenza precede l\u2019esistenza. Cos\u00ec facendo la sociobiologia sembra poter essere accomunabile alle vecchie concezioni prima aristoteliche e poi cristiane per cui non si sfugge alla propria natura (che, cristianamente, si traduce nel posto dell\u2019uomo nella creazione e nel suo essere a met\u00e0 strada tra le bestie e Dio). In ambito strettamente genetico il determinismo \u201cgenocentrico\u201d e strettamente riduzionista di Richard Dawkins ne \u00e8 la prova, non tenendo conto dell\u2019epigenetica n\u00e9 dei fattori ambientali e guardando ai geni come a divinit\u00e0 creatrici di un ordine \u201cinterno\u201d, dei intelligenti quasi creatisi da s\u00e9, \u201cegoisti\u201d che lascerebbero ben poco scampo ad alternative radicali. \u201cL\u2019argomento base di questo libro \u00e8 che noi, e tutti gli altri animali, siamo macchine create dai nostri geni. Come i gangster di Chicago che hanno avuto successo, i nostri geni sono sopravvissuti, in alcuni casi per milioni di anni, in un mondo altamente competitivo. Questo ci autorizza ad aspettarci che i nostri geni possiedano certe qualit\u00e0. Io sosterr\u00f2 che una qualit\u00e0 predominante da aspettarsi in un gene che abbia successo \u00e8 un egoismo spietato\u201d. (Dawkins, 1989). Se tralasciamo il fatto che in questo caso non si d\u00e0 scarto ontologico tra uomo e animale (una delle pi\u00f9 grandi conquiste del darwinismo \u00e8 stata proprio dimostrare che l\u2019uomo \u00e8 un animale), in un certo qual modo questo approccio al darwinismo sembra una concezione \u201caristotelica\u201d sul fronte della natura, quanto meno nelle conseguenze che potrebbe comportare le quali sono probabilmente ancor pi\u00f9 evidenti in Edward O.Wilson che, in \u201cThe Abridged Edition\u201d, propone di togliere l\u2019etica dalle mani dei filosofi e di \u201cbiologizzarla\u201d, affidandola a scienziati in grado di ripristinare caratteri \u201coriginari\u201d dell\u2019evoluzione della nostra specie attraverso un programma di pianificazione sociale. Verrebbe da chiedersi quali sarebbero le immediate conseguenze politiche di questa visione e a chi e a quanti gioverebbero se per \u201ccaratteri originari\u201d si intendesse quelli di uomo necessariamente lupo, cannibale e stupratore. Una delle critiche alla sociobiologia \u00e8 mossa sul suo stesso terreno da Alberto Artosi nel saggio \u201cStupratori, cannibali e scienziati\u201d (2011). Per i sociobiologi lo stupro (o, per usare un termine meno antropomorfo \u201cforme di sessualit\u00e0 coercitiva\u201d) sarebbe spiegabile geneticamente come fattore evolutivo (monopolizzazione della sessualit\u00e0 femminile da parte del maschio in un contesto di disponibilit\u00e0 limitata) e gli insetti non avrebbero alternativa se non quella di vivere in colonie chiuse, protetti da efficienti meccanismi di esclusione e difesa dell\u2019altro, nella totale impossibilit\u00e0 di sfuggire a questo destino. Uno studio comparso sul \u201cThe Guardian\u201d del 2007, condotto con recenti e sofisticate apparecchiature, dimostrerebbe che invece molti insetti emigrano pi\u00f9 volte nel corso della loro esistenza, integrandosi perfettamente nelle colonie di adozione. E a proposito dello stupro: \u00e8 vero che esso \u00e8 molto diffuso nel regno animale (i maschi dello scorpione volante Panorpa vulgaris possiedono addirittura un organo atto ad adempiere a questa funzione), ma gli psicologi evoluzionisti non sono stati in grado di spiegare perch\u00e9, se di un meccanismo evolutivo si tratta, i dati quantitativi delle ricerche dimostrano che la maggioranza degli stupri sono commessi non da sconosciuti ma da partner delle stesse vittime, con i quali per giunta le vittime stesse potrebbero aver avuto anche rapporti consensuali. In \u201cThe Insects Societes\u201d (1971) lo stesso Wilson studia le societ\u00e0 degli insetti e poi tenta l\u2019analogia con quelle umane. Scopre che nella drosofila la femmina \u00e8 monogama ed il maschio poligamo. Il fatto che il localismo delle scienze sociali prenda il posto di un universalismo che si presenta come neutrale ma che chiede un atto di fede in una analogia antropomorfica la cui validit\u00e0 resta dubbia, depotenzia l\u2019intero assetto di queste posizioni sociobiologiche. Per non parlare delle possibili strumentalizzazioni ideologiche di queste teorie: trovare geni che giustifichino lo stupro, ad esempio potrebbe essere utile in sede giudiziaria per attenuare la posizione di uno stupratore, sostenere la validit\u00e0 dell\u2019analogia tra la drosofila e la razza umana a giustificare l\u2019apparente maggiore promiscuit\u00e0 degli uomini rispetto alle donne per evitare di ricondurla pi\u00f9 verosimilmente ad uno scoglio culturale di una societ\u00e0 capitalistica che, nonostante le pretese di \u201cemancipazione\u201d e laicizzazione, anche in questo ambito (quello della parit\u00e0 tra i sessi), come in altri, non ha integralmente raggiunto i suoi obiettivi formali (e non potr\u00e0 raggiungerli, solo in un&#8217;altra societ\u00e0 potr\u00e0 esserci una vera democrazia\u2026dei lavoratori, cos\u00ec come una vera emancipazione della donna conseguente ad una nuova complementarit\u00e0 uomo-donna). Perch\u00e9 \u00e8 qui il problema: non solo fare i conti con la natura e con la nostra storia antropologica e sociale, ma capire cosa andare a \u201cquantizzare\u201d, quali elementi soppesare sul piatto della \u201cmusica della vita\u201d e da quale prospettiva leggerli. Cosa \u201cbuttare\u201d, cosa tenere. Su quali basi rinnovare l\u2019etica? Se per esempio si adotta una posizione naturalista per cui, aristotelicamente, ci\u00f2 che \u00e8 considerato \u201cnaturale\u201d diventa norma, si finisce per entrare in un circolo vizioso senza via d\u2019uscita, in cui saremmo costretti a scartare con una eccessiva dose di arbitro quello che non ci piace, per optare invece per quello che ci piace, o meglio per quello che ci \u00e8 pi\u00f9 comodo (vedi oscurantisti del Family Day). Il rischio, insomma \u00e8 quello di usare per due pesi due diverse misure, in una iniqua, inefficace (e aggiungiamo pericolosa) confusione di natura e cultura. Per David Hull, sebbene esista un forte desiderio di definire le specie biologiche (inclusa quella umana) come caratterizzate da una natura fissa, proprio l\u2019evoluzionismo rende impossibile l\u2019impresa. In esso infatti gioca un ruolo fondamentale la variabilit\u00e0, in quello biologico di Darwin, cos\u00ec come in quello culturale. \u201cPer esempio, \u00e8 molto pi\u00f9 arduo sostenere che esistono tratti universali di stampo genetico anzich\u00e9 culturale, perch\u00e9 \u00e8 pi\u00f9 facile stabilire l\u2019identit\u00e0 degli alleli che non quella delle pratiche culturali\u201d (Hull, 1986). \u201cSemplicemente non \u00e8 vero che tutti gli organismi che appartengono alla specie homo sapiens in quanto specie biologica siano essenzialmente identici. Se parlando di caratteri si fa riferimento alle omologie evolutive, allora di tanto in tanto potr\u00e0 anche accadere che una specie biologica sia caratterizzata da uno o pi\u00f9 caratteri che sono sia universalmente distribuiti tra gli organismi che appartengono a quella specie, sia ristretti a essi, ma situazioni del genere sono temporanee, contingenti e relativamente rare\u201d (Hull, 1986). Insomma non ha senso parlare di \u201csameness\u201d (\u201cessenziale identit\u00e0 degli esseri umani\u201d). Anche su base genetica (la biologia non sar\u00e0 la pi\u00f9 \u201cdura\u201d delle scienze, ma \u00e8 comunque considerata pi\u00f9 \u201cforte\u201d delle scienze sociali). Questo nonostante i tentativi di biologi ed antropologi di dimostrare il contrario, come se avessimo bisogno di una dimostrazione \u201cscientifica\u201d dell\u2019uguaglianza per legittimare l\u2019uguaglianza dei diritti. Ma se volessimo un esempio suggestivo di cosa comporti credere il contrario, potremmo provare a parlare di cannibalismo. Pratica sociale la cui esistenza \u00e8 stata storicamente provata nelle passate societ\u00e0 umane, per una forma di naturalismo come la sociobiologia esso, oltre ad essere presente in oltre milletrecento specie animali, sarebbe costitutivo anche della natura umana. Avrebbe un vantaggio riproduttivo per l\u2019individuo che ha come fine quello di promuovere i propri geni a spese degli altri, ma si sarebbe estinto per ragioni storico-culturali. Come si fa a provare che il cannibalismo \u00e8 stata una pratica culturale diffusa ed estintasi alla stregua di altre pratiche culturali? O al contrario che il cannibalismo continua a caratterizzare il nostro \u201cprogramma\u201d e il non praticarlo \u00e8 una inibizione moderna? Come provarlo? Probabilmente \u00e8 impossibile. Ne dovremmo dedurre che forse non \u00e8 utile parlare di natura umana, ma semmai tentare di spiegare come e perch\u00e9 si \u00e8 smesso di praticarlo. Una ipotesi potrebbe essere che la sua estinzione \u00e8 ascrivibile all\u2019interno di una evoluzione culturale pi\u00f9 ampia in cui l\u2019Homo sapiens ha man mano accresciuto la propria capacit\u00e0 di comprendere i con-specifici come esseri intenzionali simili a s\u00e9 e per questo poco adatti a diventare pasto. Quello che per Tomasello differenzia, nel dominio cognitivo, l\u2019eredit\u00e0 biologica umana da quella degli altri primati, infatti \u00e8 una profonda capacit\u00e0 di immedesimazione, la quale sarebbe stata vincente nella storia evolutiva, nonch\u00e9 responsabile di tutti i processi di sociogenesi (creazione comune di artefatti) e pi\u00f9 in generale di processi di apprendimento e accumulazione culturale. Anche questa ipotesi ha dei limiti. Sarebbe meglio avventurarsi in una spiegazione pi\u00f9 descrittiva di ci\u00f2 che \u00e8 stato ieri, abbandonando \u201cwittgesteinianamente\u201d la credenza che una spiegazione causale possa restituire con efficacia il senso di un rito o di un\u2019usanza del genere, per formulare piuttosto indicazioni utili a come dovremmo vederci oggi. A parte la specificit\u00e0 dell\u2019esempio, una riflessione pi\u00f9 generale di Marshall Sahlins, che suona come un vero e proprio monito in riferimento a Dawkins, a Wilson e non solo, appare pi\u00f9 che mai opportuna: \u201cIgnari della storia e della diversit\u00e0 culturale, questi entusiasti dell\u2019egoismo evoluzionistico non sono in grado di riconoscere nel loro ritratto della cosiddetta natura umana tratti del classico soggetto borghese. Oppure essi celebrano il proprio etnocentrismo prendendo alcune delle nostre pratiche usuali come provo delle loro teorie universali sul comportamento umano.\u201d (Sahlins, 2008). Non in questi termini dal sapore gi\u00e0 politico, ma su un terreno ancora genetico, Denis Noble, in \u201cLa musica della vita\u201d, attraverso i suoi studi sul cuore dimostra la fallacia del determinismo riduzionista di Dawkins. Il nucleo centrale dell\u2019argomentazione di Noble \u00e8 che \u201cIl libro della vita \u00e8 la vita stessa, che non pu\u00f2 essere ridotta a uno degli archivi di dati che ne costituiscono la base (i geni): sia chiaro infatti che il genoma \u00e8 solo uno di tali archivi e le funzioni dei sistemi biologici dipendono anche da importanti propriet\u00e0 della materia che non sono specificate dai geni\u201d. (Noble, 2009). Il gene dunque non \u00e8 egoista, ma prigioniero. Allo stesso modo l\u2019Homo Sapiens non \u00e8 prigioniero dei propri geni, ma sono i geni prigionieri dell\u2019Homo Sapiens. Infine, se si vuole affrontare la sociobiologia partendo dai suoi stessi presupposti, si potrebbe dire che, alla luce della recente scoperta sulla fluidit\u00e0 delle societ\u00e0 degli insetti, gli uomini non dovrebbero essere prigionieri delle frontiere, ma le frontiere trasformarsi ed obbedire ai cambiamenti e agli stimoli umani, e che ogni \u201ccolonia\u201d pu\u00f2 ospitare nuovi individui che potenzialmente possono riuscire a ben integrarsi. Se per\u00f2 usassimo queste tesi per sostenere politiche di accoglienza e di flessibilit\u00e0 delle frontiere (o finanche di abbattimento delle stesse), cadremmo nella trappola della sociobiologia stessa. La soluzione allora potrebbe essere quella di ostentare queste falle ogni qualvolta sentiamo parlare di natura umana o, in salsa pi\u00f9 moderna, di psicologia evoluzionista e ad ogni occasione spostare le questioni etiche e politiche su un terreno diverso. Nessuno vuole negare la presenza di una \u201cdoppia eredit\u00e0\u201d (biologia e culturale), si vuole solo sostenere che la prima \u00e8 trascurabile, se paragonata alla seconda. Tomasello, nel suo \u201cLe origini culturali della cognizione umana\u201d (1999) afferma a tal proposito: \u201cQualunque seria indagine sulla cognizione umana, perci\u00f2, deve tener conto di questi processi storici e ontogenetici, che sono resi possibili, ma niente affatto determinati, dall\u2019adattamento biologico che \u00e8 alla base del tipo di cognizione sociale peculiare dell\u2019uomo.\u201d (Tomasello, 1999). Se l\u2019uomo moderno vuole davvero assolvere il compito che si \u00e8 dato attraverso la costruzione della propria auto-immagine, cio\u00e8 quello di dominare la natura, deve imparare a dominare se stesso, proseguendo in direzione dell\u2019emancipazione dalla propria eredit\u00e0 biologica, non annientando, laddove presenti e laddove riconoscibili, fattori evolutivi che, seppure in maniera tutt\u2019altro che rigida (come argomentato prima) lo caratterizzano, ma ponendoli al proprio vantaggio, cio\u00e8 a vantaggio del proprio benessere, e se \u00e8 vero, come Tomasello sostiene, che \u00e8 grazie all\u2019immedesimazione e quindi in un certo senso all\u2019altruismo che siamo sopravvissuti e abbiamo costruito il progresso, porre questi fattori a proprio vantaggio significa porli a vantaggio dell\u2019intera comunit\u00e0, depurandola il pi\u00f9 possibile di quella competizione della \u201csopravvivenza del pi\u00f9 adatto\u201d che, ai nostri occhi, sembra caratterizzare tanti altri animali. (Questo a prescindere dal fatto che, secondo alcuni, non pu\u00f2 esistere un altruismo disinteressato. A questi fini sono gli effetti che contano, non le intenzioni). \u00c8 una risposta imprecisa e insufficiente questa all\u2019esigenza di capire non tanto chi o cosa siamo, ma dove dovremmo andare? \u00c8 una non risposta? <strong>Probabilmente gi\u00e0 abbandonare l\u2019idea che esista una natura umana caratterizzata da tratti che sembrano coincidere con quelli del soggetto borghese, sarebbe una bella conquista perch\u00e9 quanto meno metterebbe in dubbio la convinzione (propagandata a piena voce da tutti i potenti mezzi che la classe dominante ha in mano) per la quale l\u2019unica societ\u00e0 umana possibile \u00e8 quella capitalistica<\/strong>, improntata al ricatto e alla competizione reciproca su grande e piccola scala. A dispetto di chi pur riconoscendo questo sfruttamento, ci vede un tratto inestirpabile di una presunta natura umana, De Wall sostiene che <strong>quest\u2019idea di origini hobbesiane di un \u201chomo homini lupus\u201d \u00e8 uno dei pi\u00f9 grandi pregiudizi della filosofia<\/strong>. Credendovi, non solo si fa un torto ai lupi, che sono tra gli animali pi\u00f9 gregari e cooperanti di tutte le specie, ma si trascurano aspetti empatici e altruistici dell\u2019uomo che, semmai volessimo ricondurre ad una base biologica (con tutti i limiti che questo comporta), avrebbero la stessa legittimit\u00e0 e rilevanza di quegli aspetti moralmente ripugnanti. Del resto, come anche Tomasello sembra suggerirci, <strong>sarebbe difficile credere che Homo sapiens abbia raggiunto tale grado di sviluppo culturale senza la cooperazione e l\u2019altruismo<\/strong>. Ne concluderemo che la nostra natura \u00e8, sostanzialmente, libera di essere progettata. E che la direzione di questo progetto, che per noi \u00e8 un progetto comunista, tenga conto anche della lezione di Tomasello e De Wall.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il conflitto natura-cultura \u00e8 ancor pi\u00f9 originario e &#8221;fondazionale&#8221; di quello tra capitale e lavoro (che pure pulsa e pulser\u00e0 nelle nostre societ\u00e0 fino a che la divisione in classi\u00a0permarr\u00e0). Comprenderlo \u00e8 utile al fine di qualsiasi critica radicale dell&#8217;esistente. 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