Coronavirus in Svezia: misure blande e disinformazione di Stato per salvare i profitti

Riporto un mio contributo pubblicato su Lavocedellelotte.it relativo alle criticità della situazione in Svezia in merito al Coronavirus.

Nel precedente articolo, avevamo scritto di come la Svezia, sebbene non ufficialmente, stia ufficiosamente e de facto adottando la strategia, priva di basi scientifiche, dell’immunità di gregge.

Mentre Boris Johnson e Trump hanno avuto un ripensamento circa questa strada e ora si avviano verso misure più restrittive, la Svezia rimane tra i pochi Paesi al momento (assieme all’Olanda e al Brasile di Bolsonaro) ad affrontare il  virus a modo suo, evitando misure che turbino produzione e consumo e dando un taglio molto “particolare” alle informazioni scientifiche divulgate: ad esempio,  giocando sulla ambiguità della nozione di “tempo di incubazione” è stata fatta passare la notizia che durante il tempo di incubazione il virus non è contagioso o che gli asmatici e le donne incinte non sono soggetti particolarmente a rischio. Ma ciò che risulta ancora più incredibile é l’informazione governativa, palesemente falsa (ma creduta all’interno del Paese), secondo la quale i portatori asintomatici del virus non sarebbero contagiosi. 

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Parola d’ordine: salvare i profitti dei capitalisti ad ogni costo!

Per quanto riguarda le misure adottate, sebbene rimangano blande (il divieto di assembramento da 50 persone in su), ci sono delle novità: le scuole superiori sono state chiuse, ma quelle primarie rimangono aperte poiché “il virus non è pericoloso per i bambini” (è stato dichiarato, con una punta di imbarazzo, in un’intervista dell’epidemiologo di Stato Tegnell). Le visite alle case di cura per anziani sono state vietate, ma contraddittoriamente nessuna mascherina è stata fornita a infermieri e assistenti. La Volvo ha ridotto la produzione chiudendo i suoi stabilimenti il giovedì e venerdì, al momento (27/03) non ci risulta altre aziende abbiano fatto lo stesso.

I riders, come ha giustamente denunciato il delegato sindacale Lars Karlsson e tutti coloro che non hanno contratti precari (es. supplenti, addetti alle pulizie, etc…) non hanno per ora alcuna garanzia di copertura e rischiano di essere costretti a scegliere tra lavorare per campare, ma ammalarsi o rimanere a casa e rischiare di perdere il lavoro o, peggio, di non poter pagare l’affitto o il cibo per sostenersi (o entrambi). Ad alcuni è già successo. Conosciamo ad esempio Lucie, francese che vive a Stoccolma. Lavorava come cameriera in un ristorante del centro nel weekend, ma da qualche settimana non è stata più chiamata. Aveva inoltre un altro lavoro come insegnante di francese in una scuola privata che, a quanto pare, nonostante l’emergenza, dati i mancati provvedimenti del governo, continua ad operare come sempre. Lucie, però, si è, a ragione, rifiutata di andare a lavoro per via del rischio Covid-19 ed è stata perciò sostituita da qualcun altro più prono a sacrificarsi per l’azienda.

Il governo ammette, a denti stretti, che il sistema sanitario non è pronto per reggere una situazione simile a quella dell’Italia o della Spagna. Questo fatto viene usato come giustificazione per la strategia dell’immunità di gregge: se ci ammaliamo tutti, in momenti diversi (forse) il sistema sanitario reggerà e saranno davvero solo i vecchi a morire. Questo sembra essere il vero messaggio fortemente impregnato di “realismo capitalista” e darwinismo sociale che, in maniera più o meno subliminale, il governo fa passare, una volta che uno ricomponga il puzzle delle varie fonti di informazione ufficiali.

A fronte della crudezza di questo realismo darwiniano sospinto da una filosofia dell’inevitabile, nessuno, o quasi nessuno, osa chiedere al governo come mai la sanità svedese sia arrivata a tal punto (la risposta è: anni di tagli). Al governo si potrebbe chiedere, ad esempio, come mai, come correttamente denunciato dalla testata Arbetaren, poco prima di questa emergenza, 50 infermieri all’ospedale Södersjukhuset e 600 a Karolinska Institutet (tra personale vario) abbiano ricevuto un avviso di licenziamento.

Il silenzio delle “sinistre”

La testata Arbetaren può quanto meno vantare il pregio di aver approfondito le ragioni della carenza di risorse nella sanità e di aver evitato, in parte, ciò che moltissimi e praticamente tutti i media (e non solo quelli borghesi) stanno facendo: accettare passivamente come un destino inevitabile la narrazione del governo socialdemocratico e di Folkhälsomyndigheten (l’autorità sanitaria). Ma sembra essere fino ad ora l’unica testata, in un Paese in cui la cultura del compromesso e la fiducia quasi religiosa nelle istituzioni borghesi-socialdemocratiche è così inimmaginabilmente radicata a tutti i livelli della società. Infatti, nessuna testata o movimento a “sinistra” del governo socialdemocratico (penso alla sinistra riformista   di Vänsterpartiet, che è in parlamento con il 9%, o anche all’IMT svedese “Marxistiska studenter”!) ha espresso quello che sembra banale ripetere, e cioè che   il governo tra salvare l’economia dei capitalisti e salvaguardare la vita delle persone ha scelto di stare con i capitalisti.

Il partito-sistema socialdemocrazia non ha la minima intenzione nemmeno di paventare l’idea di un blocco della produzione, le “sinistre” radicali sopra menzionate si limitano a speculare sulle future conseguenze economiche della crisi, senza però criticare le scelte presenti del governo, senza mobilitarsi e senza offrire una prospettiva di classe.

Nei quartieri popolari e periferici si muore di COVID19

Per ciò che concerne più strettamente la nostra classe, si è verificato un fatto meritevole di essere raccontato, in quanto specchio dell’essenza nuda e cruda di quanto sta accadendo: il 20% dei morti della zona di Stoccolma sono di origine somala e vengono da Järva, un quartiere proletario a maggioranza migrante. Il governo finge di prendere a cuore questo dato e afferma che è per mancanza di conoscenza della lingua svedese e quindi carenza di informazione circa la pericolosità del virus e gli atteggiamenti di distanziamento sociale da adottare, che la comunità somala è stata colpita più degli autoctoni ( l’organo filogovernativo Dagens Nyheter gli fa da eco).

Questa versione si basa sullo stesso presupposto usato da SD, il partito razzista, l’unica differenza è  che alcuni dei suoi elettori traggono la conclusione che i somali hanno meritato   quella fine. In questo vergognoso vuoto di rappresentanza e silenzio non un politico della cosiddetta “sinistra radicale” (Vänsterpartiet ), bensì una ragazza somala che vive nel quartiere scrive su FB il seguente post (mia traduzione dallo svedese) che si sta diffondendo ed è, dall’inizio di questa crisi, l’unico segnale di rottura del silenzio a cui sia venuto in contro:

Le informazioni sono state già diffuse in somalo. […]. Molti somali a Järva   vivono stipati a causa delle (mancate) politiche sociali. La maggioranza ha lavori che non può fare da casa, come autista o personale sanitario. Il problema non é che i somali non hanno recepito le informazioni diffuse dal governo sulla prevenzione. La distanza di sicurezza non può funzionare se uno vivo costipato, non può permettersi in malattia dal lavoro oppure ha un lavoro che non può fare da casa. Il virus é   arrivato in Svezia a causa di quei ricchi svedesi che l’hanno portato dalle località sciistiche in cui erano in vacanza e ha finito con l’uccidere i più poveri della società. Cose già viste. La politica uccide. La povertà uccide. Questi problemi non si risolveranno con qualche traduzione.

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Ragia, l’autrice del post, scrive “politica” e “povertà”. Ma per “politica” intende la politica dei borghesi della socialdemocrazia, quella che favorisce i capitalisti, e per povertà intende la condizione necessaria affinché questo sistema, il capitalismo, si tenga in piedi: i ricchi che andando a sciare hanno contributo a importare il virus in Svezia sono gli stessi che per proteggersi dal virus avranno la possibilità di scappare nella casa estiva di campagna o sulla costa. I “poveri” di cui lei porta la voce e che   noi dobbiamo rappresentare sono invece quelli la cui miseria è necessaria affinché i ricchi (una minoranza) possano giovare dei benefici che il capitalismo gli porta che includono, nel caso di una pandemia, permettersi di non lavorare e di trasferirsi nella seconda o terza casa fuori città.

Articolo pubblicato su: www.lavocedellelotte.it/2020/03/27/covid19-svezia-misure-inefficaci-in-nome-del-profitto/

L’emergenza del coronavirus da un Paese individualista (la Svezia)

Lo sappiamo. Siamo conosciuti per la nostra teatralità, per il sentimentalismo e l’esagerazione.
Ci conoscono e ci conosciamo. Ma è pur vero che ne abbiamo vissute di tragedie.

Al contrario, il Paese dalla quale scrivo (la Svezia) ha combattuto la sua ultima guerra duecento anni fa. Non ha mai avuto una rivoluzione, non conosce terremoti, ed è sempre rimasto periferico persino durante la seconda guerra mondiale. Sarà per questo che, all’opposto, gli svedesi temono i conflitti, tendono a parlare a voce bassa e a minimizzare ogni accadimento. Ed è proprio quest’ultimo punto che è importante per capire come l’emergenza coronavirus, che anche questa volta ha apparentemente solo ”sfiorato” la Svezia, venga gestita.

Scrivo “apparentemente” perché se é vero che il numero ufficiale dei contagiati é fermo a 1500 (e quello dei morti a 10), la ”strategia” che sta adottando la Svezia (così come l’Inghilterra) é davvero unica: alcune settimane fa, quando il virus scoppiava in Italia, si negava qualsiasi rischio di contagio per la Svezia. Una settimana dopo é stato raccomandato di chiamare il 1177 (il 118 svedese) nel caso si avvertissero sintomi per chiedere di essere esaminati.
Dato l’improvviso sovraccarico di chiamate il numero ha smesso, secondo molti, di funzionare come dovrebbe e si è cominciato a negare i test alla maggior parte di coloro che lo chiedessero.
Oggi, probabilmente per evitare un ulteriore ”inutile” sovraccarico, il governo ha deciso di interrompere la conta dei malati: un messaggio chiaro a tutta la popolazione: smettete di telefonare e curatevi da soli nel caso in cui abbiate sintomi (poco importa se si tratta di banale influenza, raffreddore o della peste del momento!).
La giustificazione ufficiale è che non c’è bisogno di ottenere una diagnosi precisa, nella misura in cui coloro che presentano sintomi quali tosse o febbre si attengono, responsabilmente, all’indicazione di rimanere a casa (che sia coronavirus oppure no sembra essere irrilevante).
Con questa misura il governo sta equiparando il coronavirus a una normale influenza. Ma ciò che è più grave è che la giustificazione nasconde un’amara verità: il sistema sanitario svedese ha capacità e risorse che non sono in grado di far fronte all’emergenza (solo un centinaio di posti in terapia intensiva, ad esempio). E a dispetto di ciò, l’epidemiologo Anders (incaricato dal governo di gestire l’emergenza), si concede il lusso di dichiarare che il ”il sistema sanitario svedese avrebbe prerogative decisamente migliori rispetto a quelle dell’Italia nel gestire la diffusione del contagio del coronavirus”.

Un altro aspetto riguarda quello della chiusura di scuole e università. Mentre ieri e l’altro ieri Danimarca e Norvegia (che hanno avuto un numero minore di casi rispetto alla Svezia) hanno deciso per la chiusura preventiva, il governo svedese continua a minimizzare. L’unica vera misura per la prevenzione della diffusione è stato il divieto di eventi che comportino più di 500 persone. A parte quest’eccezione, la vita sociale procede inalterata. In questo modo, come già scritto, si sta considerando la minaccia coronavirus alla stregua di una normale influenza stagionale. Per quale ragione la Svezia si sta comportando in questo modo?
Di sicuro il fattore ”culturale” sopra-citato di minimizzare pur di non creare panico così come di temere i cambiamenti repentini e di non rinunciare a certe comodità gioca un ruolo, ma non può considerarsi una ragione sufficiente. Leggiamo allora alla giustificazione ufficiale sulla mancata chiusura delle scuole. Le giustificazioni fornite dal governo sono in realtà due.

La prima é di carattere pratico-economico: ”[Chiudere le scuole] sarebbe una misura inefficace e implicherebbe uno stress eccessivo per settori importanti della macchina sociale, i genitori che lavorano nella sanità ad esempio dovrebbero rimanere a casa con i loro figli. E il sistema sanitario non può permettersi che una parte dei lavoratori siano a casa per accudire i loro figli.”

La seconda è di carattere psicologico (ma concedetemi di aggiungere ”biopolitico”): ”La scuola è per molti bambini, specialmente in momenti come questo, molto importante. Rappresenta un punto fermo e sicuro della quotidianità.”.

La prima giustificazione appare incomprensibile se si accetta la premessa, condivisa dal governo stesso, che non ci sarà un aumento esponenziale dei casi (e quindi nessuna particolare pressione sul sistema sanitario). Se, al contrario, il governo si preoccupa di carenza di personale nell’eventualità in cui questo dovesse accudire i propri figli, vuol dire che sa che ci sarà una crescita esponenziale dei contagiati e una imminente pressione sul sistema sanitario (in questo caso la strategia della minimizzazione è attuata coscientemente). Al tempo stesso, sta ammettendo che non ci sono risorse economiche per garantire la salute dei bambini (attraverso una sensata misura di prevenzione come la chiusura delle scuole) e, al contempo, il funzionamento degli ospedali. Bisogna scegliere l’uno o l’altro perché le risorse mancano. A questo punto bisognerebbe chiedersi perché mancano. E questa è la domanda più importante in un tempo in cui un sistema, quello capitalistico, che già normalmente dà prova della sua inadeguatezza nel garantire una vita decente a tutti, è messo alle strette ed è costretto così a palesare in maniera ancora più evidente le sue contraddizioni intrinseche.

Se questo primo aspetto, più strettamente economico, rimane quello più ovvio attorno alla quale sviluppare una critica politica, anche la giustificazione dal sapore bio-politico del ruolo della scuola dovrebbe essere considerata oggetto d’analisi in vista di una qualsiasi critica politica. Il mio obiettivo qui non è, comunque, rammentare del ruolo della scuola nel sistema capitalistico. Tuttavia, mi limiterò a dire che la seconda giustificazione deve essere letta in relazione alla prima: in Svezia, dove (a differenza dell’Italia) praticamente tutti i genitori lavorano e la disoccupazione è bassa, l’affermazione secondo cui la scuola risulta ”schiacciata” sui bisogni della vita economica risulta ancora più vera. Se è senz’altro vero che, in diversi gradi, in tutti i Paesi capitalistici la scuola è un’agenzia di addisciplinamento in preparazione della futura vita alla mercé del mercato, questo risulta particolarmente vero in Paesi, come la Svezia, in cui l’ideologia borghese del pragmatismo impregna profondamente ogni angolo della società e non ha ”contraltari” (in Paesi come l’Italia o la Germania questi ”contraltari” sono rappresentati in parte da ciò che rimane del movimento operaio e della sinistra, in parte da quella fetta di bagaglio artistico e culturale che non si lascia imprigionare dalle logiche di consumo o da schemi volti a misurare quantità e produttività).

Paradossalmente, in un Paese come la Svezia, a dispetto delle numerose mistificazioni che il Paese sa vendere di sé, il legame tra scuola ed economia è ancora più stretto, per questo non solo non è possibile ”chiudere” l’economia (misura che nemmeno in Italia è stata possibile se pensa alle fabbriche lasciate aperte), ma non è nemmeno possibile chiudere le scuole.
Mercato, vita sociale e sistema educativo, infatti, rappresentano tre tasselli di un sistema socio-politico dalle maglie particolarmente strette, in cui tutto deve essere previsto, pianificato e razionalizzato e dove anche un cambiamento temporaneo (la richiesta di una quarantena collettiva come accade in Italia) sarebbe vissuto come un inaccettabile turbamento per il capitalismo.

Post-scriptum. Una nota aggiuntiva sulla biopolitica svedese. Foucault negli anni 70 definì la Svezia come “l’unico Paese in cui l’essere umano é superfluo” (Fonte). Agamben, in un recente, e molto criticato, articolo sostiene in sostanza che la quarantena italiana é una scusa per aumentare il controllo sociale. Che la pericolosità del virus effettivamente renda necessaria la misura della quarantena nazioanle oppure no, ciò che c’è di vero nella posizione di Agamben é che, giustificata o no, la quarantena verrà usata primariamente come strumento di controllo sociale. Alla luce di quanto vissuto in prima persona e di ciò che Foucault ha affermato sulla Svezia, mi sento di dire che, se Agamben ha ragione, la quarantena in Svezia non si dà, non solo perché l’economia é piu importante della salute e la libertà individuale piu del benessere collettivo, ma anche perché i politicanti non avrebbero nemmeno il movente del controllo sociale per indirla. In Svezia tutti sono già domati (basta vedere il modo in cui ad ogni livello della società si difende acriticamente qualsiasi scelta del governo, sui social, sui giornali, etc…). Controllo sociale e consenso sono già a livelli “nordcoreani” (a differenza del Paese di Kim, però, qui le case non sono gratis), nessun dispositivo di addisciplinamento é piu necessario, specie se, come una quarantena, comporterebbe il rischio di danneggiare l’economia.

Matteo Iammarrone.

La Svezia è un’utopia capovolta: la socialdemocrazia un mostro senza testa

Una vita passata a quantizzare il proprio valore sulla base dei lavori (tutti flessibili) ottenuti, tra l’impossibilità di comprare una casa e l’accesso gratuito sì, ma estemporaneo e di scarsa qualità a un’Università-passatempo. Molto peggio per coloro che non sono nati qui: alle prime tre si aggiungono infatti tutte le difficoltà tipiche dell’integrazione, non certo facilitata dagli elementi estremamente individualistico-borghesi della cultura svedese che, a dispetto di una tolleranza di facciata, rende gli individui gelosi dei propri privilegi e chiusi verso il prossimo, in altre parole, timorosi della diversità. In questo complesso quadro il welfare-state, per quanto superiore a qualsiasi altro Paese capitalistico, rimane solo un contentino per garantire la circolazione del tritacarne dell’economia di mercato: un Paese nei fatti molto meno ”socialista” e molto più individualista di quello che ci hanno sempre fatto credere.

Non sono affatto pentito di aver imparato lo svedese, è una lingua divertente che suona, a mio parere, come una cantilena franco-germanica o, come sono solito dire: ”som en fransk fågel som sjunger på tyska” (come un uccello francese che canti in tedesco). Al tempo stesso è povera di molti concetti, ma ricchissima di altri inesprimibili in italiano: uno di questi è Folkhemmet, un altro è Fika. Questi due concetti rimangono entrambi sullo sfondo della disamina che sto per fare. Ma cominciamo con questi due concetti. Fika è la pausa caffè, una di quelle continue pause caffè che qui ci sono su tutti i posti di lavoro, ma anche a scuola e all’uni (scorrete in basso per capire cosa c’entra la Fika in quest’articolo). Folkhemmet invece significa letteralmente ”casa del popolo”, e indica (traduco da wikipedia svedese): ”una metafora per una società politicamente organizzata per prendersi cura di tutti i cittadini e dare loro una sicurezza di base (grundtrygghet)”. ”Sicurezza” non a caso non è mai stata una parolaccia nel vocabolario politico della socialdemocrazia svedese: perché quando si dice ”sicurezza” gli svedesi non hanno in mente poliziotti o prigioni, ma misure welfaristiche. Tuttavia, questo non ha mai escluso poliziotti o prigioni (anzi!). Ma entriamo nel merito di questa grande narrazione: cosa implica davvero la Folkhemmet? Quali sono gli elementi ”socialisti” nella società svedese e come interagiscono con l’economia capitalistica? L’argomento richiederebbe libri e libri di approfondimento, è chiaro. Com’è è chiaro che possiamo rispondere da diverse angolazioni, utilizzando o non utilizzando metodi quantitativi e dati economici. Tutto ciò però non significa che una mia analisi della lunghezza di un articolo sia priva di valore, inutile o inesatta, un’analisi basata sulla mia vita concreta e quella di centinaia di altri, giovani svedesi e non, studenti-lavoratori o solo lavoratori, migranti e nativi, con la carne viva delle gioie e dei dolori reali, una riflessione che cerca di cogliere il contrasto tra come realmente ci sentiamo e come ci dovremmo sentire secondo le pubblicità, grazie alla vita reale e con lo sguardo critico del marxismo rivoluzionario, nella teoria come nella prassi lontano anni luce dal grande inganno ormai secolare della socialdemocrazia.

Partiamo dal rispondere a domande semplici. Cosa fa realmente un giovane svedese che non sia nato a Lindingö, nella Stoccolma bene? Essenzialmente lavora e poi più o meno, per modo di dire, estemporaneamente, tra una pausa e l’altra, studia. La disoccupazione giovanile è tra le più basse in Europa  (attorno al 20% nel 2015 e in costante discesa: per avere un termine di paragone in Italia la stessa era al 40% nello stesso anno). Sotto quali condizioni lavora? Di solito sono condizioni ”accettabili”, il che non significa pessime, ma nemmeno ottime: tuttavia non sono molti a lamentarsi, vuoi per una assente ”cultura del conflitto”, vuoi perché molti padroni furbescamente cedono concessioni non appena qualcosa stia per andare storto, vuoi, e questo credo sia determinante, perché tutti hanno bisogno di quel lavoro, qualsiasi esso sia, senza potrebbero sopravvivere sì (grazie per esempio al contributo statale per gli studenti: 200 euro al mese+altri 200 da chiedere eventualmente in prestito), ma non potrebbero permettersi  certi extra che rendono la vita occidentale ”degna di essere vissuta” (uno spritz, il cinema che qui costa 150 kr, 15 euro a biglietto) e così via. Si tratta quasi sempre di lavori iper-flessibili che uno cambia migliaia di volte in pochi anni. Diversamente dall’Italia, la figura dello studente non è quella di un giovane mantenuto dai genitori e (più o meno) dedito ad uno studio a tempo pieno, ma è più corretto parlare di figure miste: figure in ogni caso socialmente ed economicamente precarie (per quanto apparentemente di solito più benestanti della loro controparte Sud-europea) .

All’Università non esistono tasse da pagare e l’accesso è gratuito per tutti e tutte, a dispetto della classe sociale di provenienza. Tuttavia i caffè e i bar annessi agli atenei costano un botto e, guardando alla scuola svedese, si potrebbe sollevare il problema della mensa: infatti quest’ultima è gratuita per tutti e tutte dai sei ai diciotto anni (anche per me che lavoro come insegnante supplente, sebbene solo in pratica ma non in teoria, ma questa è un’altra storia), mentre nell’Università non esiste alcun servizio mensa vero e proprio, ma solo caffè e baretti iper-costosi come ho già scritto.
Per quanto riguarda le strutture aggregative, fino a pochi anni fa l’iscrizione al Kåre, il sindacato studentesco, era obbligatoria per tutti gli studenti. Questo farebbe molto ”Paese socialista” se solo di un vero sindacato studentesco si trattasse. I Kåre infatti sono, anche più sfacciatamente della controparte italiane (Link e confederali), mere agenzie di organizzazione dell’intrattenimento dove per quanto ne sappia il sottoscritto, vere e proprie istanze politiche non hanno mai trovato posto. Sarà un caso che gli stessi sono sponsorizzati e promossi sui siti istituzionali e sulle pagine fb delle Università?

A questo punto è opportuno spendere qualche riga per parlare della didattica e dei contenuti ma anche del loro legame con il tempo. La scuola e l’Università svedese appaiono sotto questo punto di vista estremamente carenti, e lo scrivo da insegnante ma anche da studente che ha avuto l’opportunità di laurearsi all’Università di Bologna. L’intera didattica è orientata all’acquisizione di conoscenze che, nel migliore dei casi, mirano all’utilità immediata nella vita quotidiana e nel peggiore alla spendibilità immediata sul mercato del lavoro. E del resto nella vita non esiste altro che il lavoro, un po’ per se stessi certo, ma sopratutto e in fin dei conti per i capitalisti.  A scuola viene, per esempio, insegnato come difendersi da un lupo, rianimare un inferme, lavorare il legno e pagare le bollette, ma viene detto poco o niente della letteratura scandinava, la storia è trattata superficialmente e senza alcuna importanza per le date, la filosofia è quasi inesistente e l’arte confusa con la tecnica, rimuovendo o semplificando fino all’osso la teoria che c’è dietro, il gusto estetico e, insomma, tutto ciò che è ”inutile” (provate a frequentare una mostra o una scuola d’arte per capire cosa intendo, avrete la spiacevole sensazione che, rispetto al corrispettivo italiano o tedesco o francese, il tutto: messaggio e intenzione dell’artista, etc sia estremamente vuoto, superficiale e incolore). Il risultato è che, se da un lato una mentalità altamente scientifica e anti-religiosa è predominante, dall’altro sembra che quest’ultima venga accettata non tanto per convinzione, ma più che altro per pigrizia intellettuale o dogma: il livello di cultura generale infatti è piuttosto basso: provate a chiedere a qualcuno quando è finita la seconda guerra mondiale oppure cos’è una serendipità o qual’è la differenza tra poesia e prosa o chi è Trosztky.

”Non ho tempo” è un mantra sulla bocca di tutti: del resto all’Università non esistono esami di fine semestre, ma rade lezioni compensate da costanti piccoli esami che danno l’illusione di essere costantemente impegnati. Nelle scuole di ogni ordine e grado la giornata comincia alle 8 e termina alle 16, con tanto di mensa per il pranzo e per la merenda, stessa cosa a lavoro: non c’è dunque tempo per la cultura, non c’è tempo per organizzare la lotta, né tempo per le relazioni umane (il 46% degli svedesi vivono soli, la popolazione più sola al mondo)(Dal documentario ”La Teoria Svedese dell’Amore” di Erik Gandini molto affascinante per volesse approfondire) : la verità è che potrebbero avere tempo se solo una versione tutta locale di uno sfrenato individualismo borghese svuotato anche del ”discreto fascino della borghesia”, non li avesse trasformati in quello che appare essere un esercito di automi disciplinati.

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Interessante come la Svezia incarni l’utopia capovolta del perfetto pd-ino nostrano: consumismo sfrenato, grandi possibilità di sfruttamento per i capitalisti coperte da piccoli contentini welfaristici e altre trovate carine e sorridenti (per esempio il poliziotto che ti tratta con “umanità”), idee post-moderne in circolo per illuderci di essere dopo tutto ancora di sinistra  (soltanto perché ci siamo disancorati da qualsiasi tradizione e siamo sulla via di liberarci dei ruoli di genere: ma come può tutto questo bastare e sopratutto come può non produrre storture gravi nella misura in cui è il capitalismo a controllare il raggiungimento di questi obiettivi, per i suoi scopi e nelle sue modalità, e non la la classe operaia, i giovani, i precari, in un’ottica diversa di coscienza, solidarietà e cooperazione, e non di emancipazione individuale e competitiva).  E il welfare? Dov’è il welfare in tutto ciò? Il welfare fa da “assist” alla circolazione delle merci, non incidendo minimamente nella sfera della produzione.
Con i 200 euro del bidrag (contributo statale) gli studenti possono pagare la quota mensile a Netflix, quella a Tinder e comprare l’iPhone nuovo. Il dentista è gratuito sì, ma fino ai 24 anni e solo per coloro che hanno un personnummer, una sorta di codice fiscale che i non-svedesi ottengono dimostrando di essere iscritti all’Uni oppure di avere un contratto di lavoro che duri più di 8 mesi (immagino sia un’impresa titanica soddisfare questa seconda condizione per la maggior parte dei migranti, per cui mi ritengo fortunato ad essere migrante sì, ma anche qualificato e studente: per queste ragioni possono considerarmi appartenente ad una sfera ”aristocratica” rispetto a migranti non studenti).

C’è poi la questione degli alloggi. Avevo già trattato della crisi del problema degli alloggi in Svezia qui. La difficoltà nel trovare alloggi non riguarda solamente gli studenti né i giovani, ma tutti quei soggetti che non hanno e che non possono permettersi una o più case di proprietà: il che significa giovani, studenti, proletari, classe media impoverita e migranti (sulla questione migranti e integrazione, o meglio segregazione, sarebbe tuttavia opportuno dedicare un intero reportage). Sebbene esista una robusta rete di alloggi pubblici (case dello studente) questa è assolutamente insufficiente, il che ha implicato negli ultimi anni un aumento delle speculazioni dai parte dei privati (io stesso vivo in un buco di stanza). A chi, a sinistra dei socialdemocratici, ha osato osservare come non servano nuove case per ricchi, è stato opposta la scusa della ”flyttkedya” (catena di trasferimento): se coloro che hanno un reddito più elevato si trasferiscono altrove, in una villa fuori città per esempio, liberano l’appartamento che occupavano che può essere così affittato a coloro che sono senza alloggio. Gli studi degli anni 2000 mostrano che per ogni nuovo appartamento la catena di trasferimento prodotta è di 2,4 appartamenti. Tuttavia questi studi si limitano a mostrare quanti appartamenti saranno lasciati vuoti! Ignorano infatti completamente la reale possibilità di affittarli da parte di coloro che hanno un basso reddito e che sono per questo destinati a rimanere senza casa.

La Svezia è in altre parole un grande esperimento sociale che mostra al mondo e alla sinistra tutte le contraddizioni del riformismo e l’impossibilità di riformare il capitalismo: ci insegna, in altre parole, che, su larga scala, solo due possibilità nella situazione politica attuale: essere marxisti rivoluzionari e lottare per il socialismo e la democrazia dei lavoratori oppure accettare il tritacarne capitalistico e farsi, in vari modi e in vari gradi, cooptare da esso.

Matteo Iammarrone.