Archivi tag: Svezia

Uddebo: un angolo di umanità in Svezia

Le serrature delle porte di casa sono tutte aperte. Nessuna abitazione ha bisogno di chiavi. Non è impossibile vedere bambini correre nudi “per strada”. Strade che non sono strade perché l’asfalto si limita allo stradone principale dove passano probabilmente cinque veicoli all’ora.  Ancora piu usuale è incontrare bagnanti svestiti sulle rive del fiumiciattolo che divide le due principali schiere di abitazioni. Una parte di queste persone sono appena uscite dalla sauna e non immaginano che io stia scrivendo di loro come di animali eccezionali, un’eccezione umana in una società, quella svedese, che considero abitata da pochi esseri umani. Uddebo  è un’oasi di umanità in un Paese triste e gelido dentro. Cos’è una sauna? Un posto che scalda. Una casetta di legno dove quei bagnanti, e tutti quelli che passano di lì, possono accendere un fuoco e godere dei benefici che il calore procura al corpo. A volte i raduni meditativi nella Världshuset richiamano gente da tutto il Paese, o addirittura dall’estero. Ma ancora piu frequenti sono i concerti. Un ragazzo di nome Elia nel villaggio di Uddebo gestisce uno studio di registrazione in cui è stato in grado di importare strumenti da tutte le culture e gli angoli del pianeta. Nei due giorni dell’inaugurazione ho avuto l’onore di ascoltare le sue composizioni, ma anche due ragazze gemelle cantautrici di Småland che mischiano la Vis-musik svedese con suoni orientali presi dalla tradizione Hare Krishna  e il “ragazzo-uccello”, che conosce a memoria tutti i versi degli animali del bosco, con tanto di finezza nel distinguere tra un Gufo latteo e un Gufo della Virginia.

30

60993009_614179002429844_6394389821871095808_n

Segue un assaggio dell’Inaugurazione (in lingua svedese):

Se siete interessati a sapere di piu di Uddebo (informazioni e guida in lingua italiana) scrivetemi a contatto@matteoiammarrone.com.

A quest’indirizzo invece trovate il programma completo dell’imminente Uddebo Festidalen che si terrà dall’8 al 10 Giugno.

Due esempi pratici del volto oscuro dell’etica svedese

Con questo breve estratto spero di dare il via ad una proficua carrellata di articoli-testimonianza che non hanno pretese scientifiche, ma solo appunto di riflessione collettiva e reportage personale in qualità di studente e lavoratore intellettuale emigrato in Svezia, un Paese di cui, come spesso accade, si ha nel bene e nel male un’immagine pittoresca. Voglio riportare due avvenimenti della mia vita privata che sono rappresentativi e, sulla base dei miei tanti viaggi, sono significativi per questo Paese nel senso che non potrebbero accadere da nessun’alta parte, non con la stessa frequenza non nelle stesse modalità quanto meno.  Spero di offrire con questo e altri contributi uno spaccato al dibattito sulla Svezia. Dopo due anni questo Paese continua ad affascinarmi per il suo essere il più democratico e moderno di tutti, e quando uso questi due aggettivi li utilizzo in tutta la loro ambiguità: non solo la Svezia è moderna, ma è troppo moderna, non solo è democratica ma è talvolta pericolosamente democratica. Tuttavia qui mi concentrerò su esempi che riguardano la questione della rigidità delle regole. Una questione nient’affatto banale. Ci sono dei casi infatti in cui non ci sono regole, e ciascuno fa ciò che gli pare (per esempio a scuola gli alunni possono uscire e rientrare senza chiedere permessi particolari e/o sedersi sul pavimento oppure stendersi sui banchi). Altri in cui sono rigidissime (sebbene poche, facili da memorizzare e quasi sempre spiegate). Ma ciò che più salta agli occhi a qualsiasi non svedese è che sembra esserci un solo modo di fare tutto. Tutto è inspiegabilmente uniforme. E nessuno lo mette in dubbio. Seguono due esempi dalla mia vita privata.

(mis)Fatto 1. La scorsa estate è accaduto un fatto spiacevole. La mia partner non era in Svezia e avevo bisogno di dormire a Uddevalla, la sua città natale. Allora come favore mi ha lasciato le sue chiavi. Il nostro accordo era che, dopo due notti a casa sua, avrei imbucato le chiavi nella sua casetta della posta. Soggiorno presso il suo l’appartamento come da accordo (un monolocale squadrato con parquet finto e ambiente asettico come ce ne sono a iosa qui in Scandinavia). Tuttavia al mattino, forse per la fretta di prendere il treno, imbuco il suo mazzo di chiavi nella cassetta della posta sbagliata. (L’appartamento si trova in un condominio con decine di nomi e le cassette sono una sull’altra così che diventa ambiguo a quale nome appartenga una determinata cassetta).

Dopo una settimana sia io che lei veniamo a conoscenza del misfatto: le sue chiavi non sono nelle cassetta! Dove sono finite? Ipotizzo ciò che ho scritto qui, e cioè che semplicemente le ho lasciate nella cassetta sbagliata che non è certo la cassetta di un orco mangiauomini, ma di un vicino che magari abita sullo stesso pianerottolo. Alla storia va aggiunto un dettaglio: in quei giorni la mia ex stava traslocando, il giorno in cui ha tentato di ripescare le sue chiavi era il giorno in cui avrebbe dovuto consegnare il monolocale al proprietario! Chiama il proprietario e spiega la situazione, proponendo la soluzione più banale quella che qualsiasi animale razionale proporrebbe: chiamare il vicino!

Invece no. Le chiavi sono state smarrite. Bisogna pagare una penale di 2000 corone (200 euro!). Così dicono le regole. Così è scritto sul contratto. Applicato alla lettera. In un mondo normale sarebbe stato contattato il vicino chiedendogli di recuperare le chiavi nella cassetta della posta.  (Senza il timore del contatto umano né quello di violare la sua individualità, due paure alla base dell’ethos svedese).

(mis)Fatto 2. L’applicazione ossequiosa delle regole può condurre ad agire come robot preprogrammati. In quei casi l’unica speranza è che chi ha fatto le regole abbia previsto ogni possibile eccezione. Per fortuna questa volta non ci ho rimesso soldi, né tanto meno la vita, ma solo dieci minuti di esistenza, nulla di grave. Ma è il principio che conta. Mi reco all’Ufficio Migrazione (Skatteverket) per ritirare la mia Legitimation svedese (carta di identità svedese) dopo aver pagato un bollettino di 400 kr (40 euro circa). Mostro agli impiegati lo scontrino di avvenuto pagamento, ma lo scontrino è in italiano e non riescono a capire bene quale sia intestatario, oggetto, etc…etc…Parlano fra loro tentando di supportarsi vicendevolemente nel tentativo di tradurre quella strana lingua. Dopo ben cinque minuti di panico in cui si sono sostanzialmente chiesti: “cosa può significare questo e quest’altro? Ma tu capisci un po’ di italiano?” etc…intervengo io che ho assistito all’intera conversazione e banalmente osservo: “Bè…in realtà potrei aiutarvi io a tradurlo dato che io…so l’italiano!”. Mi guardano come se fossi un genio. L’unica spiegazione possibile: non è nelle loro mansioni chiedere al cliente di tradurre qualcosa per loro, ma solo interpretare da sé i documenti e eseguire le operazioni.

Matteo Iammarrone.

Breve appunto sui dating in Svezia (un estratto)

Ogni forma di romanticismo o “corteggiamento” rimane in Svezia ignorata, il più delle volte incompresa o persino disprezzata. Quando uno viene “portato a letto” (perché è di questo che si tratta) da una ragazza svedese (che vuole sempre “stare sopra”), nonostante l’entusiasmo  per la sua appariscenza, l’impressione è sempre quella di essere usato come un vibratore: l’informalità e l’accento sulla libertà individuale hanno abolito ogni simulazione o copione filmico prima, durante e dopo il rapporto intimo: la loro impenetrabilità rende illeggibile anche la più viva di quelle creature: se per tastare il terreno viene avanzato un complimento (“che bella la tua sciarpa stasera”) cade il più delle volte ignorato: l’obbligo di rispondere “grazie” seguito da un altro complimento di circostanza appartiene a un’altra epoca. Così quella sera, dopo tre ore di conversazione lei aveva già deciso di volerlo, ma lui non poteva ancora saperlo. Lo capì quando si prese una pausa per andare in bagno: lì trovo una corrispondenza netta tra il comportamento di lei e il copione della sua cultura, lì capì il perché lei lo aveva coinvolto in quel giro di pub: un pub-runda compulsivo invece che un complimento o uno scambio di sguardi era un segnale di interesse: niente parole, nessuno spreco di fiato, non una “avance” sotto forma di piedino sotto il tavolo, ma solo gli usuali silenzi suggeriti dalle foreste dietro casa e, appunto, un pub runda (giro dei pub) il cui significato stava nel dimostrare a qualcuno di aver trovato il tempo per bere con lui/lei. In quella corsa ansiogena il cui fine nella mente di chi offre (sia uomo o donna o trans, ma più comunemente donna) è il letto. Ma prima di quello c’è l’alcool. Al termine del giro, quando si è deciso di aver speso troppo o che si è sufficientemente brilli da poter reggere un contatto fisico, almeno in teoria, è all’alcool che si sarebbe delegata la responsabilità dello slancio necessario per infrangere la sacralità della bolla di vetro che è quel tempio privato all’interno del quale ciascuno sogna, spera, maledice, benedice e si auto-celebra col divieto assoluto di comunicarlo agli altri.