La Svezia e il problema del nazionalismo di “sinistra”

Segue un mio articolo uscito sulla testata marxista www.lavocedellelotte.it.  Il contributo é di interesse collettivo: mostrare indifferenza rispetto a ciò che, nel bene e nel male, accade in Svezia, ai suoi meccanismi di omologazione, alle maglie strette della sua società significa non aver compreso che tutto ciò è estremamente rilevante per riflettere su temi enormi a sinistra, come il fallimento del riformismo, le similutidini tra socialdemocrazia e fascismo, l’emergere della scienza come nuova religione totalizzante, l’eccesso di razionalismo che produce effetti irrazionali, il problema del rapporto tra nozioni come democrazia, consenso e pluralismo. In altre parole, sono temi che qualsiasi sincero attivista, ma anche chiunque abbia un qualche interesse politico o politico-filosofico non dovrebbe ignorare.

In questa “puntata”, che mi auguro sia l’inizio di una lunga serie in cui demolisco il mito della Svezia a colpi di realtà, affronto il tema del legame indissolubile che esiste tra la gestione svedese dell’emergenza coronavirus e le radici nazionalistiche e scioviniste, tutt’altro che solidali e internazionaliste, della socialdemocrazia di quel Paese.


Come ampiamente riportato in altri articoli usciti in esclusiva (prima di quasi tute le altre testate italiane) qui su La Voce delle Lotte, la Svezia ha adottato una strategia di laissez faire nei confronti del virus, lasciando ristoranti, bar, negozi e scuole primarie aperte. Nel primo articolo avevamo spiegato questa strategia come la volontà politica di sacrificare le vite umane dei più anziani per difendere l’economia. Nel secondo avevamo denunciato la crisi sanitaria che pazienti e lavoratori stanno pagando anche in Svezia. In questo articolo cercheremo di abbozzare un’indagine storica per spiegare alcune peculiarità della socialdemocrazia svedese e per capire come sia possibile che riesca a godere di un consenso quasi ”nordcoreano” e che quasi nessuno all’interno del Paese, anche e soprattutto a sinistra, osi o abbia osato criticarla. L’obiettivo finale può essere rivelato senza alcun pudore, ma anzi con orgoglio: convincere anche i riformisti più ottusi e gli ammiratori più caparbi della Scandinavia che i fatti pongono l’umanità di fronte a un bivio: socialismo o barbarie del capitalismo. A differenza di quanto pi o meno esplicitamente sostenuto da certi pezzi della sinistra presuntamente radicale (da Rifondazione in Italia a Sanders negli Usa) non esiste una terza via. O meglio: ciò che appare come una terza via non è altro che una pericolosa illusione volta, nei fatti, a garantire ai capitalisti il lusso di continuare a sfruttare.

Alcuni osservatori hanno giustamente notato che la caparbietà con cui la socialdemocrazia ha difeso la fondatezza scientifica della strada intrapresa contro il coronavirus, frammista a certe allusioni (infondate) dei primi giorni circa ad esempio l’inferiorità del sistema sanitario italiano rispetto a quello svedese, possono essere letti nell’ottica di una retorica sciovinista che non è affatto nuova alla socialdemocrazia svedese né alla sua storia, che è in gran parte avulsa e indipendente rispetto a quella del movimento operaio europeo. Per fornire una qualche nota teorica dobbiamo tornare indietro alla fine dell’800 quando Kjellens, uno dei padri del nazionalismo svedese, proponeva uno Stato forte e credeva nella nazione come organismo vivente. Il senso della comunità della nazione, tuttavia, non doveva essere necessariamente costruito su base etnica, ma sulla base di esperienze storiche condivise all’interno di un dato spazio geografico. Come ammesso dagli autori di ”Är svensken människa” (“Lo svedese é umano?”), almeno due idee fondamentali del nazionalismo di Kjellens confluirono in quella che allora era la nascente socialdemocrazia svedese: la collaborazione tra capitale e lavoro in nome della nazione e dell’interesse nazionale, e la fiducia in uno Stato forte. Nel 1932 il socialdemocratico Per Albin Hansson, ideologo della nozione di Folkhemmet, diventa primo ministro. Appena un anno dopo, nel 1933 Hitler prenderà il potere in Germania usando Volkgemeinschaft (Comunità nazionale, di popolo) come slogan. Sull’influenza esercitata dalla socialdemocrazia svedese sul nazismo tedesco molto si potrebbe scrivere e ricercare, ma qui mi limiterò ad aggiungere un fatto che la giornalista Elisabeth Åsbrink ha rilevato nel suo libro (un’informazione reperibile anche su Wikipedia e altre fonti): la socialdemocrazia svedese nel 1922 fu responsabile della fondazione, a Uppsala, del primo istituto statale al mondo di biologia della razza, attivo fino al 1958. In quegli anni l’eugenetica si affermava come scienza all’interno del paese scandinavo, ma non solo. Questi due fatti furono le premesse teoriche per una serie di politiche di sterilizzazioni forzate votate dal parlamento a partire dal 1934 e che proseguiranno fino al vicino 1976: in quel lasso di tempo 30.000 persone furono sterilizzate contro la loro volontà (in un paese che contava appena un paio di milioni di abitanti). Alcuni studiosi, forse per difendere l’immagine della socialdemocrazia, osservano che ”solo” 400-500 individui di questi 30.000 sarebbe stati sterilizzati per motivi strettamente legati alla loro ”razza”.
Anche se questo fosse vero, non verrebbe meno né il carattere reazionario di queste politiche né tanto meno quello squisitamente ”classista” e ”anti-operaio”: infatti, se anche affermassimo, con una buona dose di verosimiglianza, che la socialdemocrazia, pragmatica e distante dall’idealismo velleitario di Hitler e del discorso nazista sulla “purezza ariana”, abbia sterilizzato proletari e sottoproletari per motivi squisitamente economico-sociali (perché non erano in grado di provvedere al mantenimento dei figli, etc), questo non la assolverebbe di una virgola dalla sue responsabilità: significherebbe infatti aver ribaltato la realtà vedendo nei ”poveri” un problema letteralmente da annientare o nascondere, invece di lottare per la loro emancipazione. Va inoltre notato che a queste ragioni pratiche, va sommata una buona dose di razzismo e intolleranza: ammesso e non concesso che la questione della razza non fu la ragione primaria alla base delle sterilizzazioni, in pratica molti degli sterilizzati, e cioè molti di quei proletari e sotto-proletari costretti alla miseria dalle condizioni economico-sociali che la socialdemocrazia non era e non è in grado di mutare, appartenevano a minoranze etniche come rom e sami – il razzismo verso i sami é un fatto documentato, come mostra il film Sami Blood. Dopo quasi mezzo secolo da quegli avvenimenti si ha l’impressione che ancora una volta la Svezia investa sulla presunta scientificità di una teoria (allora era l’eugenetica e la biologia della razza, oggiè l’immunità di gregge) per giustificare misure disumane, motivate da ragioni in realtà squisitamente economiche (allora era la necessità di “ripulire” la società da sottoproletari e “reietti”), oggi quella di liberarsi dei pensionati.

Paradossalmente, i sentimenti nazionalisti e sciovinisti che infestarono l’Europa negli anni ’30 e che furono alla base del successo dell’ascensione delle destre (fascismo, nazismo e franchismo), in Svezia non furono cavalcati da una destra organizzata, ma piuttosto dalla socialdemocrazia stessa che, come osservato da Berggren e Trägårdh, ebbe modo di sfruttare nel processo di costituzione della sua identità politica la sua maggiore autonomia ideologica dal marxismo europeo (rispetto al resto del movimento operaio del continente) e il suo rifiuto, squisitamente pragmatico e anti-intellettualistico, di ”complicate” elaborazioni teoriche (come quelle avanzate nel dibattito all’interno della socialdemocrazia tedesca) a favore di un maggiore senso pratico ”alla svedese”. Questi due fattori sono, dal nostro punto di vista, sinonimo di un analfabetismo teorico che segnerà per sempre la storia della sinistra svedese rendendola q-uasi costitutivamente- da un lato, nazionalista-sciovinista, dall’altro incline sempre e comunque al compromesso con la borghesia. Un valido esempio dell’eccezionalissimo della socialdemocrazia svedese é Lindström che nel 1928 in Socialism, nation och stat (“Socialismo, nazione e stato”, una delle rare e elaborazioni ”teoriche” sul tema) considera la nazione, in opposizione all’internazionalismo marxista, un fatto innegabile (a mo’ di concetto eterno), il suo paese (la Svezia) uno Stato-nazione omogeneo, e il compito della socialdemocrazia quello di integrare il più possibile anche i lavoratori nella vita di questo Stato-nazione omogeneo e, nel migliore dei casi, di offrire loro gli strumenti per emanciparsi, non come classe, ma solo sul piano individuale, come osservato da Trädgårdh. Gettare luce sulle radici ambiguamente nazionalistiche e social-conservatrici della socialdemocrazia svedese è uno dei passaggi che gli autori del libro compiono al fine di preparare il lettore alla loro teoria, secondo la quale, ”ciò che è caratteristico della società svedese non è la gemenskap (collettivismo), ma un’alleanza tra Stato e individuo che in modo originale allenta la dipendenza dell’individuo dalla famiglia, ma anche dalla società civile, dagli altri individui in generale e dal suo datore di lavoro” (p. 68).

In virtù delle sue tendenze nazional-socialistiche, non dovrebbero sorprendere gli scivoloni a destra degli ultimi anni non solo sull’attacco al diritto di sciopero (naturalmente ”consequente” a un’ottica di collaborazione di classe e ”responsabilità nazionale”) ma persino in tema migranti. L’organo della socialdemocrazia Tankensmedjan Tiden, infatti, poco prima della pandemia aveva pubblicato un editoriale intitolato ”Prima gli svedesi” in cui si ammetteva che la forza-lavoro migrante dovrebbe essere dimezzata nel giro di due anni. Con questa analisi, che tra l’altro si riferisce perlopiù a forza-lavoro migrante proveniente da tre Paesi al di fuori dell’UE – quindi con un certo sottinteso razzista, Tankemedian Tiden si aggiungeva al coro socialdemocratico di quelli che vogliono chiudere le frontiere. Daniel Färm, un giornalista autore dell’editoriale, si era già fatto notare in precedenza per i suoi ambigui paragoni contenenti allusioni all’uso del bastone (respingimenti) e della carota (solidarietà). Egli scriveva dell’importanza di una politica sull’immigrazione guidata ”dal cuore e dalla testa” (Dagens Nyheter 23/6-2019) e scherza sul fatto che uno non dovrebbe cantare ”Fermi! Qui non passa nessuno” di Ebba Gröns, ma nemmeno esagerare con ”Vieni qui chiunque tu sia, dovunque tu venga” di Kents. (Tankesmedjan Tiden 6/5-2018). Niente di nuovo sotto il sole socialdemocratico: già il famoso giornalista Göran Greider, sebbene senza sbilanciarsi troppo, aveva sdoganato tra i socialdemocratici l’idea della chiusura delle frontiere.

 

Il significato politico del fallimento della socialdemocrazia per la sinistra mondiale

Da questa analisi dell’identità della società-stato-socialdemocrazia svedese emerge un fatto che chiunque aspiri alla costruzione di una società più giusta non può ignorare: l’individualismo di Stato svedese (questo il nome che gli autori danno a questa forma di governo) non implica la liberazione del lavoratore dal suo padrone, ma semplicemente il fatto che lo Stato si fa carico di garantirgli una vita più dignitosa. Questo aspetto è fondamentale per comprendere la differenza qualitativa, e non quantitativa, tra il sistema svedese e il sistema socialista basato sulla democrazia operaia. Nell’ideale di democrazia socialista a cui i marxisti rivoluzionari aspirano, infatti, la libertà non è realizzabile ”in solitudine”, la libertà è libertà dal lavoro salariato imposto dalla ex-classe dominante così come dalle catene della famiglia tradizionale, ma non dalla specie umana in generale. Questo è possibile perché il concetto di indipendenza di cui la cultura svedese è impregnata non è quello che sorge dalla moderna lotta di classe, essendosi la Svezia industrializzata relativamente tardi, ma è piuttosto, storicamente, la libertà dei contadini medievali in alleanza strategica con il re, dove il re e uno Stato da lungo tempo centralizzato e forte si fanno garanti della libertà dei sudditi contro la nobiltà, il clero e i soprusi dei privilegiati.
La Svezia è in altre parole un grande esperimento sociale che mostra al mondo e alla sinistra in particolare tutte le contraddizioni del riformismo e l’impossibilità di riformare il capitalismo; ci insegna, in altre parole, che, su larga scala, ci sono solo due grandi approcci politici alla nostra società: la lotta rivoluzionaria per il socialismo e la democrazia dei lavoratori o l’accettazione del tritacarne capitalistico e la cooptazione, in vari modi e in vari gradi, al suo interno.

Apparso su: https://www.lavocedellelotte.it/2020/04/25/la-svezia-e-il-problema-del-nazionalismo-di-sinistra/

Coronavirus in Svezia: misure blande e disinformazione di Stato per salvare i profitti

Riporto un mio contributo pubblicato su Lavocedellelotte.it relativo alle criticità della situazione in Svezia in merito al Coronavirus.

Nel precedente articolo, avevamo scritto di come la Svezia, sebbene non ufficialmente, stia ufficiosamente e de facto adottando la strategia, priva di basi scientifiche, dell’immunità di gregge.

Mentre Boris Johnson e Trump hanno avuto un ripensamento circa questa strada e ora si avviano verso misure più restrittive, la Svezia rimane tra i pochi Paesi al momento (assieme all’Olanda e al Brasile di Bolsonaro) ad affrontare il  virus a modo suo, evitando misure che turbino produzione e consumo e dando un taglio molto “particolare” alle informazioni scientifiche divulgate: ad esempio,  giocando sulla ambiguità della nozione di “tempo di incubazione” è stata fatta passare la notizia che durante il tempo di incubazione il virus non è contagioso o che gli asmatici e le donne incinte non sono soggetti particolarmente a rischio. Ma ciò che risulta ancora più incredibile é l’informazione governativa, palesemente falsa (ma creduta all’interno del Paese), secondo la quale i portatori asintomatici del virus non sarebbero contagiosi. 

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Parola d’ordine: salvare i profitti dei capitalisti ad ogni costo!

Per quanto riguarda le misure adottate, sebbene rimangano blande (il divieto di assembramento da 50 persone in su), ci sono delle novità: le scuole superiori sono state chiuse, ma quelle primarie rimangono aperte poiché “il virus non è pericoloso per i bambini” (è stato dichiarato, con una punta di imbarazzo, in un’intervista dell’epidemiologo di Stato Tegnell). Le visite alle case di cura per anziani sono state vietate, ma contraddittoriamente nessuna mascherina è stata fornita a infermieri e assistenti. La Volvo ha ridotto la produzione chiudendo i suoi stabilimenti il giovedì e venerdì, al momento (27/03) non ci risulta altre aziende abbiano fatto lo stesso.

I riders, come ha giustamente denunciato il delegato sindacale Lars Karlsson e tutti coloro che non hanno contratti precari (es. supplenti, addetti alle pulizie, etc…) non hanno per ora alcuna garanzia di copertura e rischiano di essere costretti a scegliere tra lavorare per campare, ma ammalarsi o rimanere a casa e rischiare di perdere il lavoro o, peggio, di non poter pagare l’affitto o il cibo per sostenersi (o entrambi). Ad alcuni è già successo. Conosciamo ad esempio Lucie, francese che vive a Stoccolma. Lavorava come cameriera in un ristorante del centro nel weekend, ma da qualche settimana non è stata più chiamata. Aveva inoltre un altro lavoro come insegnante di francese in una scuola privata che, a quanto pare, nonostante l’emergenza, dati i mancati provvedimenti del governo, continua ad operare come sempre. Lucie, però, si è, a ragione, rifiutata di andare a lavoro per via del rischio Covid-19 ed è stata perciò sostituita da qualcun altro più prono a sacrificarsi per l’azienda.

Il governo ammette, a denti stretti, che il sistema sanitario non è pronto per reggere una situazione simile a quella dell’Italia o della Spagna. Questo fatto viene usato come giustificazione per la strategia dell’immunità di gregge: se ci ammaliamo tutti, in momenti diversi (forse) il sistema sanitario reggerà e saranno davvero solo i vecchi a morire. Questo sembra essere il vero messaggio fortemente impregnato di “realismo capitalista” e darwinismo sociale che, in maniera più o meno subliminale, il governo fa passare, una volta che uno ricomponga il puzzle delle varie fonti di informazione ufficiali.

A fronte della crudezza di questo realismo darwiniano sospinto da una filosofia dell’inevitabile, nessuno, o quasi nessuno, osa chiedere al governo come mai la sanità svedese sia arrivata a tal punto (la risposta è: anni di tagli). Al governo si potrebbe chiedere, ad esempio, come mai, come correttamente denunciato dalla testata Arbetaren, poco prima di questa emergenza, 50 infermieri all’ospedale Södersjukhuset e 600 a Karolinska Institutet (tra personale vario) abbiano ricevuto un avviso di licenziamento.

Il silenzio delle “sinistre”

La testata Arbetaren può quanto meno vantare il pregio di aver approfondito le ragioni della carenza di risorse nella sanità e di aver evitato, in parte, ciò che moltissimi e praticamente tutti i media (e non solo quelli borghesi) stanno facendo: accettare passivamente come un destino inevitabile la narrazione del governo socialdemocratico e di Folkhälsomyndigheten (l’autorità sanitaria). Ma sembra essere fino ad ora l’unica testata, in un Paese in cui la cultura del compromesso e la fiducia quasi religiosa nelle istituzioni borghesi-socialdemocratiche è così inimmaginabilmente radicata a tutti i livelli della società. Infatti, nessuna testata o movimento a “sinistra” del governo socialdemocratico (penso alla sinistra riformista   di Vänsterpartiet, che è in parlamento con il 9%, o anche all’IMT svedese “Marxistiska studenter”!) ha espresso quello che sembra banale ripetere, e cioè che   il governo tra salvare l’economia dei capitalisti e salvaguardare la vita delle persone ha scelto di stare con i capitalisti.

Il partito-sistema socialdemocrazia non ha la minima intenzione nemmeno di paventare l’idea di un blocco della produzione, le “sinistre” radicali sopra menzionate si limitano a speculare sulle future conseguenze economiche della crisi, senza però criticare le scelte presenti del governo, senza mobilitarsi e senza offrire una prospettiva di classe.

Nei quartieri popolari e periferici si muore di COVID19

Per ciò che concerne più strettamente la nostra classe, si è verificato un fatto meritevole di essere raccontato, in quanto specchio dell’essenza nuda e cruda di quanto sta accadendo: il 20% dei morti della zona di Stoccolma sono di origine somala e vengono da Järva, un quartiere proletario a maggioranza migrante. Il governo finge di prendere a cuore questo dato e afferma che è per mancanza di conoscenza della lingua svedese e quindi carenza di informazione circa la pericolosità del virus e gli atteggiamenti di distanziamento sociale da adottare, che la comunità somala è stata colpita più degli autoctoni ( l’organo filogovernativo Dagens Nyheter gli fa da eco).

Questa versione si basa sullo stesso presupposto usato da SD, il partito razzista, l’unica differenza è  che alcuni dei suoi elettori traggono la conclusione che i somali hanno meritato   quella fine. In questo vergognoso vuoto di rappresentanza e silenzio non un politico della cosiddetta “sinistra radicale” (Vänsterpartiet ), bensì una ragazza somala che vive nel quartiere scrive su FB il seguente post (mia traduzione dallo svedese) che si sta diffondendo ed è, dall’inizio di questa crisi, l’unico segnale di rottura del silenzio a cui sia venuto in contro:

Le informazioni sono state già diffuse in somalo. […]. Molti somali a Järva   vivono stipati a causa delle (mancate) politiche sociali. La maggioranza ha lavori che non può fare da casa, come autista o personale sanitario. Il problema non é che i somali non hanno recepito le informazioni diffuse dal governo sulla prevenzione. La distanza di sicurezza non può funzionare se uno vivo costipato, non può permettersi in malattia dal lavoro oppure ha un lavoro che non può fare da casa. Il virus é   arrivato in Svezia a causa di quei ricchi svedesi che l’hanno portato dalle località sciistiche in cui erano in vacanza e ha finito con l’uccidere i più poveri della società. Cose già viste. La politica uccide. La povertà uccide. Questi problemi non si risolveranno con qualche traduzione.

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Ragia, l’autrice del post, scrive “politica” e “povertà”. Ma per “politica” intende la politica dei borghesi della socialdemocrazia, quella che favorisce i capitalisti, e per povertà intende la condizione necessaria affinché questo sistema, il capitalismo, si tenga in piedi: i ricchi che andando a sciare hanno contributo a importare il virus in Svezia sono gli stessi che per proteggersi dal virus avranno la possibilità di scappare nella casa estiva di campagna o sulla costa. I “poveri” di cui lei porta la voce e che   noi dobbiamo rappresentare sono invece quelli la cui miseria è necessaria affinché i ricchi (una minoranza) possano giovare dei benefici che il capitalismo gli porta che includono, nel caso di una pandemia, permettersi di non lavorare e di trasferirsi nella seconda o terza casa fuori città.

Articolo pubblicato su: www.lavocedellelotte.it/2020/03/27/covid19-svezia-misure-inefficaci-in-nome-del-profitto/

L’emergenza del coronavirus da un Paese individualista (la Svezia)

Lo sappiamo. Siamo conosciuti per la nostra teatralità, per il sentimentalismo e l’esagerazione.
Ci conoscono e ci conosciamo. Ma è pur vero che ne abbiamo vissute di tragedie.

Al contrario, il Paese dalla quale scrivo (la Svezia) ha combattuto la sua ultima guerra duecento anni fa. Non ha mai avuto una rivoluzione, non conosce terremoti, ed è sempre rimasto periferico persino durante la seconda guerra mondiale. Sarà per questo che, all’opposto, gli svedesi temono i conflitti, tendono a parlare a voce bassa e a minimizzare ogni accadimento. Ed è proprio quest’ultimo punto che è importante per capire come l’emergenza coronavirus, che anche questa volta ha apparentemente solo ”sfiorato” la Svezia, venga gestita.

Scrivo “apparentemente” perché se é vero che il numero ufficiale dei contagiati é fermo a 1500 (e quello dei morti a 10), la ”strategia” che sta adottando la Svezia (così come l’Inghilterra) é davvero unica: alcune settimane fa, quando il virus scoppiava in Italia, si negava qualsiasi rischio di contagio per la Svezia. Una settimana dopo é stato raccomandato di chiamare il 1177 (il 118 svedese) nel caso si avvertissero sintomi per chiedere di essere esaminati.
Dato l’improvviso sovraccarico di chiamate il numero ha smesso, secondo molti, di funzionare come dovrebbe e si è cominciato a negare i test alla maggior parte di coloro che lo chiedessero.
Oggi, probabilmente per evitare un ulteriore ”inutile” sovraccarico, il governo ha deciso di interrompere la conta dei malati: un messaggio chiaro a tutta la popolazione: smettete di telefonare e curatevi da soli nel caso in cui abbiate sintomi (poco importa se si tratta di banale influenza, raffreddore o della peste del momento!).
La giustificazione ufficiale è che non c’è bisogno di ottenere una diagnosi precisa, nella misura in cui coloro che presentano sintomi quali tosse o febbre si attengono, responsabilmente, all’indicazione di rimanere a casa (che sia coronavirus oppure no sembra essere irrilevante).
Con questa misura il governo sta equiparando il coronavirus a una normale influenza. Ma ciò che è più grave è che la giustificazione nasconde un’amara verità: il sistema sanitario svedese ha capacità e risorse che non sono in grado di far fronte all’emergenza (solo un centinaio di posti in terapia intensiva, ad esempio). E a dispetto di ciò, l’epidemiologo Anders (incaricato dal governo di gestire l’emergenza), si concede il lusso di dichiarare che il ”il sistema sanitario svedese avrebbe prerogative decisamente migliori rispetto a quelle dell’Italia nel gestire la diffusione del contagio del coronavirus”.

Un altro aspetto riguarda quello della chiusura di scuole e università. Mentre ieri e l’altro ieri Danimarca e Norvegia (che hanno avuto un numero minore di casi rispetto alla Svezia) hanno deciso per la chiusura preventiva, il governo svedese continua a minimizzare. L’unica vera misura per la prevenzione della diffusione è stato il divieto di eventi che comportino più di 500 persone. A parte quest’eccezione, la vita sociale procede inalterata. In questo modo, come già scritto, si sta considerando la minaccia coronavirus alla stregua di una normale influenza stagionale. Per quale ragione la Svezia si sta comportando in questo modo?
Di sicuro il fattore ”culturale” sopra-citato di minimizzare pur di non creare panico così come di temere i cambiamenti repentini e di non rinunciare a certe comodità gioca un ruolo, ma non può considerarsi una ragione sufficiente. Leggiamo allora alla giustificazione ufficiale sulla mancata chiusura delle scuole. Le giustificazioni fornite dal governo sono in realtà due.

La prima é di carattere pratico-economico: ”[Chiudere le scuole] sarebbe una misura inefficace e implicherebbe uno stress eccessivo per settori importanti della macchina sociale, i genitori che lavorano nella sanità ad esempio dovrebbero rimanere a casa con i loro figli. E il sistema sanitario non può permettersi che una parte dei lavoratori siano a casa per accudire i loro figli.”

La seconda è di carattere psicologico (ma concedetemi di aggiungere ”biopolitico”): ”La scuola è per molti bambini, specialmente in momenti come questo, molto importante. Rappresenta un punto fermo e sicuro della quotidianità.”.

La prima giustificazione appare incomprensibile se si accetta la premessa, condivisa dal governo stesso, che non ci sarà un aumento esponenziale dei casi (e quindi nessuna particolare pressione sul sistema sanitario). Se, al contrario, il governo si preoccupa di carenza di personale nell’eventualità in cui questo dovesse accudire i propri figli, vuol dire che sa che ci sarà una crescita esponenziale dei contagiati e una imminente pressione sul sistema sanitario (in questo caso la strategia della minimizzazione è attuata coscientemente). Al tempo stesso, sta ammettendo che non ci sono risorse economiche per garantire la salute dei bambini (attraverso una sensata misura di prevenzione come la chiusura delle scuole) e, al contempo, il funzionamento degli ospedali. Bisogna scegliere l’uno o l’altro perché le risorse mancano. A questo punto bisognerebbe chiedersi perché mancano. E questa è la domanda più importante in un tempo in cui un sistema, quello capitalistico, che già normalmente dà prova della sua inadeguatezza nel garantire una vita decente a tutti, è messo alle strette ed è costretto così a palesare in maniera ancora più evidente le sue contraddizioni intrinseche.

Se questo primo aspetto, più strettamente economico, rimane quello più ovvio attorno alla quale sviluppare una critica politica, anche la giustificazione dal sapore bio-politico del ruolo della scuola dovrebbe essere considerata oggetto d’analisi in vista di una qualsiasi critica politica. Il mio obiettivo qui non è, comunque, rammentare del ruolo della scuola nel sistema capitalistico. Tuttavia, mi limiterò a dire che la seconda giustificazione deve essere letta in relazione alla prima: in Svezia, dove (a differenza dell’Italia) praticamente tutti i genitori lavorano e la disoccupazione è bassa, l’affermazione secondo cui la scuola risulta ”schiacciata” sui bisogni della vita economica risulta ancora più vera. Se è senz’altro vero che, in diversi gradi, in tutti i Paesi capitalistici la scuola è un’agenzia di addisciplinamento in preparazione della futura vita alla mercé del mercato, questo risulta particolarmente vero in Paesi, come la Svezia, in cui l’ideologia borghese del pragmatismo impregna profondamente ogni angolo della società e non ha ”contraltari” (in Paesi come l’Italia o la Germania questi ”contraltari” sono rappresentati in parte da ciò che rimane del movimento operaio e della sinistra, in parte da quella fetta di bagaglio artistico e culturale che non si lascia imprigionare dalle logiche di consumo o da schemi volti a misurare quantità e produttività).

Paradossalmente, in un Paese come la Svezia, a dispetto delle numerose mistificazioni che il Paese sa vendere di sé, il legame tra scuola ed economia è ancora più stretto, per questo non solo non è possibile ”chiudere” l’economia (misura che nemmeno in Italia è stata possibile se pensa alle fabbriche lasciate aperte), ma non è nemmeno possibile chiudere le scuole.
Mercato, vita sociale e sistema educativo, infatti, rappresentano tre tasselli di un sistema socio-politico dalle maglie particolarmente strette, in cui tutto deve essere previsto, pianificato e razionalizzato e dove anche un cambiamento temporaneo (la richiesta di una quarantena collettiva come accade in Italia) sarebbe vissuto come un inaccettabile turbamento per il capitalismo.

Post-scriptum. Una nota aggiuntiva sulla biopolitica svedese. Foucault negli anni 70 definì la Svezia come “l’unico Paese in cui l’essere umano é superfluo” (Fonte). Agamben, in un recente, e molto criticato, articolo sostiene in sostanza che la quarantena italiana é una scusa per aumentare il controllo sociale. Che la pericolosità del virus effettivamente renda necessaria la misura della quarantena nazioanle oppure no, ciò che c’è di vero nella posizione di Agamben é che, giustificata o no, la quarantena verrà usata primariamente come strumento di controllo sociale. Alla luce di quanto vissuto in prima persona e di ciò che Foucault ha affermato sulla Svezia, mi sento di dire che, se Agamben ha ragione, la quarantena in Svezia non si dà, non solo perché l’economia é piu importante della salute e la libertà individuale piu del benessere collettivo, ma anche perché i politicanti non avrebbero nemmeno il movente del controllo sociale per indirla. In Svezia tutti sono già domati (basta vedere il modo in cui ad ogni livello della società si difende acriticamente qualsiasi scelta del governo, sui social, sui giornali, etc…). Controllo sociale e consenso sono già a livelli “nordcoreani” (a differenza del Paese di Kim, però, qui le case non sono gratis), nessun dispositivo di addisciplinamento é piu necessario, specie se, come una quarantena, comporterebbe il rischio di danneggiare l’economia.

Matteo Iammarrone.