L’abito che fa il monaco e come non permetterlo

Quale strategia mentale, euristica o auto-racconto suggerireste all’infelice angosciato, a torto o ragione, dall’effetto che il suo apparire (il suo genere, il colore della sua pelle, lo stile, etc…) produce sugli altri? É quasi più facile trovare un veggente o un profeta che uno in grado di resistere all’influenza dell’aspetto esteriore. E nell’aspetto esteriore si potrebbe includere persino il linguaggio, sia fisico che verbale. Anch’esso infatti è responsabile di una certa impressione, la prima e più immediata delle quali non è altro che un pregiudizio. Cerco una risposta concreta a come superare quest’ulteriore impedimento alla felicità e alla spensieratezza che il vivere in una società sottilmente razzista, inconsapevole di esserlo e restia ad ammetterlo, rappresenta: è sciocco sentirsi colpevoli del colore della propria pelle, ma quando si comprende che esso determina un discrimine nel trattamento e nella percezione altrui, diventa arduo non cedere alla tentazione di accusare se stessi, o di accusare i propri genitori per essersi irresponsabilmente riprodotti. Come fare? Cosa raccontare a se stessi altrimenti al fine di accettarsi? Vale per il colore della pelle, ma anche per il genere: come essere forti, e resistere alla tentazione di “diventare” quei pregdiuzii che colui o colei che discrimina sentono di voler attribuire? Sono domande a cui dovrò necessariamente dare risposta per poter trascorrere in pace il tempo che mi resta in Svezia, a Gothenburg, una città che, come ammesso persino da alcuni svedesi (solitamente restii a fare auto-critica), soffre di un grave problema di segregazione. Il fatto stesso di dovermi porre queste domande mi rende di base meno sereno rispetto a coloro che, per privilegio, possono permettersi di ignorare completamente il tema.

Matteo Iammarrone, immigrato in Svezia.