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Dialogo sul poliamore tra me e un prete

Don Franco Barbero è un sacerdote cattolico molto particolare, autore di libri come “Benedizione delle coppie omosessuali” e “Omosessualità e Vangelo. Don Barbero risponde“, nonché esploratore di territori antropologici nuovi e lungimirante ma attento rinnovatore. Da trentaquattro anni è il coordinatore di un centro sul disagio relazionale al quale dedica quattro ore giornaliere e gestisce anche un blog piuttosto seguito dove dialoga con tutti.

Nel suo sito per l’appunto mi sono imbattuto in un’articolo sul poliamore in cui un mio coetaneo gli scriveva sdegnato di aver letto di questo poliamore su Repubblica (niente meno che il triviale e inappropriato articolo di Attali) e non ho potuto fare a meno di rispondere a quello sdegno con una controlettera (o dovrei contro-mail) chiarificatrice (così da approfittarne anche per rispondere, seppure a distanza e debolmente, alle baggianate di Attali, il quale può pensare quello che desidera di argomenti che non conosce a fondo, ma dovrebbe evitare di esprimere certe posizioni a giornalisti che lo prendono sul serio infangando una cultura già facilmente fraintendibile, come quella del poliamore).

Di seguito vi riporto la mia mail e successivamente la relativa risposta di Don Franco Barbero.

Buongiorno,

le scrivo in merito alla domanda giunta sul suo blog (donfrancobarbero.blogspot.it) da tale Martino Mancin.
Si parlava di poliamore, sulla base di come Attali lo ha presentato.Anche io come Martino ho 19 anni ed ho letto con interesse
la sua riflessione che, partendo dai presupposti di Attali, può considerarsi ragionevole.
Quello che reca dispiacere, però é che la definizione di poliamore debba essere
sbandierata e presentata al pubblico su testate nazionali importanti come Repubblica
per conto della voce di un triviale economista quale Attali è, un uomo che del poliamore
ha probabilmente soltanto una vaga idea, avrà leggiucchiato qualcosa, ma sicuramente non lo vive
e non lo ha mai vissuto da vicino (mi viene da intuire leggendo toni e contenuti del suo articolo).
Conseguentemente è naturale che tale fenomeno, sulla base
dei presupposti di Attali, debba essere percepito da Martino che le ha scritto e da lei
in un certo modo (come espressione del disimpegno del tempo, della crisi dei valori, dello smarrimento,
di una insoddisfazione incolmabile).
Personalmente condivido gran parte di quello che lei ha scritto su ciò che sta accadendo nelle persone,
soprattutto nei giovani: sono preoccupazioni che, mi creda, da persona laica ma di una sinistra radicale e filantropa,
lacerano anche me. Ma c’è un punto essenziale sul quale sono molto distante da lei: il poliamore va esattamente nella direzione
opposta rispetto a quella disgregazione, a quello smarrimento di cui parla. O meglio: potrebbe potenzialmente andare (e ci va
nella maggior parte dei casi, ma non sempre).
Le parlo da sincero poliamoroso, da persona che vive in prima persona questo stile relazionale e lo fa non perché è un esteta
o perché è un consumista sfrenato (il consumismo l’ho sempre aberrato, ho sempre preferito essere piuttosto che avere, ho sempre boicottato le multinazionali, aiutato i poveri quando ho potuto, dato il mio contributo per un mondo migliore, un modo “dell’essere” appunto…ecc..), ma lo fa perché la monogamia gli è sempre stata stretta.
E mi è stata stretta non tanto nel senso che provavo insoddisfazione con la mia partner e volevo “provarne altre”,
quanto piuttosto in questo senso: pur amandomi, pur avendo una buona autostima, e pur amando l’altra persona, mi chiedevo sempre il perché la persona con cui stavo
non potesse “superare certi limiti”(convenzionali) con altre persone, cioé ho sempre visto con sospetto la fedeltà (intesa nell’accezione tradizionale).
Perché la fedeltà è un bellissimo valore, ma può dimostrarsi ed esistere in altri modi rispetto a quello tradizionalmente inteso (del resto essere fedeli vuol dire rispettare
un accordo più o meno esplicito). E poi: quale modo più bello di amare se non fidarsi della persona (o a questo punto, delle persone) amata/e fino al punto di lasciarla libera di frequentare altri? In questa situazione di fidi del fatto che non ti abbandonerà, che non ti sostituirà con altri, ma al massimo ti affiancherà (per me poliamore vuol dire questo: inclusività, affiancamento e non esclusività
e sostituzione come a mio parere avviene spesso nella monogamia). Per questo ci tengo a ribadirle che il poliamore in realtà
richiede (o richiederebbe, e in molti casi è così) impegno e responsabilità (quando è vissuto in modo “sano” ed etico) e va nella direzione
opposta rispetto a quella che Attali ha presentato, anche perché se vogliamo fare un accostamento con l’economia potrei controbattere
che invece la monogamia è figlia della cultura della proprietà privata, dove l’unico partner diventa una proprietà privata “inviolabile”
(ma mi rendo conto che questo paragone sarebbe forzato, le cose stanno in modo più complesso di come le si vuole presentare con le analogie).
Volevo poi affrontare un altro nodo, quello della famiglia: secondo me non bisogna aver paura se la famiglia “sta cambiando”(poliamori, omogenitorialità)
e non c’è motivo di considerare queste forme di famiglia non famiglie addirittura funzionali alle logiche consumistiche (Come pensa ad esempio il filosofo Diego Fusaro).
E’ vero che le logiche consumistiche generano l’anonimato, l’individuo solo e smarrito nella violenza del mercato, è tutto vero: ma poliamore (così come omosessualità…ecc…) non rappresentano, a mio avviso, una minaccia al concetto originario di famiglia, ma al massimo una “integrazione”. Del resto cos’è la famiglia se non un gruppo di individui più o meno legati da legami parentali e sicuramente affettivi?
Ultima riflessione: tornando a quello che ha detto prima sulle caratteristiche della società attuale, semmai volessimo rintracciare manifestazioni concrete
di quel decadimento generale di cui parlava ( disimpegno emotivo, smarrimento dell’io etc…) queste si possono rinvenire in quello che è il tradimento del patto monogamo tradizionale, il quale però è diversissimo dal poliamore. Tradimento, paura di impegnarsi (soprattutto tra i giovani), ricerca solo ed esclusivamente del sesso fine a stesso, questi atteggiamenti sì che sono manifestazione di tutto ciò che lei ha elencato ed ha attribuito (a mio parere erroneamente) al poliamore. Ma io che sono ottimista nel profondo ritengo che questi sì siano atteggiamenti temporanei, di transizione, espressione di crisi, momenti che approderanno in una stabilità, stabilità che a mio parere potrà essere per alcuni un ritorno ad una monogamia vissuta in modo “sano” e consapevole però (senza tradimento), per altri ad un poliamore vissuto in maniera altrettanto limpida, etica e consapevole (io credo che il poliamore possa essere “stabile” nella misura in cui può esserlo la monogamia e la monogamia possa trasformarsi in qualcosa di instabile nella misura in cui può trasformarsi il poliamore).
Mi permetto infine di ricordarle che tutte queste considerazioni personali che mi sono permesso di fare sono avvalorate da un semplice fatto: ci sono in realtà diversi modi di vivere il poliamore,
“poliamore” non è affatto una definizione rigida, esistono anche triadi polifedeli (tre individui che intrattengono una relazione sentimentale senza “apertura esterna”, e magari vivono sotto l ostesso tetto, ho avuto modo di conoscerne diversi)(tanto per farle un esempio di massima stabilità) oppure coppie centrali che intrattengono una relazione stabile e impegnativa tra loro due (N.B. per me “stabile e impegnativa” vuol dire che gode di una certa progettualità, è quello il discriminante della “serietà”, a prescindere dal modello, che sia poly o monogamo) e poi hanno dei partner “””secondari”” (lo metto tra mille virgolette). L’importante, a mio avviso, è valutare caso per caso e non condannare a priori.
Le segnalo, prima di chiudere un sito su cui trovare articoli relativi a questo “strano” ed emergente mondo 🙂
http://www.poliamore.org
Matteo Iammarrone
Gentile Signor  I.intanto La ringrazio per l’impegno e l’intelligenza con cui mi ha scritto. Come annotai nei miei ultimi libri “Benedizione delle coppie omosessuali” e “Gesù e le persone omosessuali“, non sono solito parlare di famiglia, ma di famiglie. Condivido appieno gli studi di Saraceno, Lingiardi, Graglia e Rigliano. Il fatto che la famiglia “stia cambiando” mi sembra decisamente positivo.
Soprattutto ho sempre cercato di “valutare caso per caso e non condannare a priori”. Questo per me significa che ogni “territorio antropologico” è sempre potenzialmente plurale nelle sue valenze e nelle sue realizzazioni.
Come esiste una monogamia possessiva, così ne esistono altre che esprimono e realizzano fedeltà e libertà e tali dimensioni si alimentano a vicenda. Sul tradimento del patto monogamico condivido le opinioni di Massimo Recalcati, che trovo lungimiranti e costruttive. Si può “ricostruire” per ritrovare nello Stesso l’Altro, senza culto del sacrificio e senza mutilazione della libertà (M. Recalcati, Non è più come prima, Raffaello Cortina), ma nello stesso tempo condivido le Sue riflessioni circa la cultura del possesso con forti accentuazioni patriarcali.
Da trentaquattro anni sono coordinatore di un centro sul disagio relazionale al quale dedico quattro ore giornaliere. Il “plurale” mette in crisi tutte le etichette categoriali per cui apprezzo molto la sua riflessione sui “diversi modi di vivere il poliamore”.
Sto da anni cercando di capire qualcosa della filosofia, dell’antropologia e della teologia queer ove il linguaggio della polifedeltà è generativo di speranza (Marcella Althaus – Reid, Il Dio queer, Torino 2013).
Soprattutto mi rallegro con Lei, persona poliamorosa, che vive così intensamente le dimensioni della responsabilità e della solidarietà. Spero davvero che molte persone possano vivere il poliamore, come Lei scrive, come momenti, passaggi o come esperienza vissuta in maniera limpida, etica e consapevole. La cultura di oggi mi sembra rendere molto impegnativa questa esperienza, ma siamo chiamati a privilegiare il positivo di ogni novità, nel discernimento e senza paura.
Grazie ancora delle sue riflessioni che rileggerò con attenzione e che terrò presente nel mio impegno quotidiano. Tanto più che Lei mi parla a partire da una esperienza vissuta.
Le auguro di mantenere questa voglia di dialogare e di amare che tanto apprezzo nelle persone appassionate come Lei.
Con tanta stima ed altrettanta simpatia.
don Franco Barbero