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Quello lì è un arrivista

Quello che segue è un racconto scritto stamani, attorno alle ore 8:00 sul trenino metropolitano che conduce da Prima Porta a Piazzale Flaminio (Roma Nord):

Quello, quello lì, quell’arrivista lì è come tutti loro, quello è come tutti gli arrivisti. Arrivisti mai arrivati, vincenti che non hanno mai realmente vinto, vissuto, anche se il ghigno può indurti a pensarla diversamente. Quando lo vedi, quando lo frughi con lo sguardo hipsterico e non sai se ti piacerebbe o meno essere come lui, frugargli o no pure il portafogli oltre che lo sguardo. Capelli brizzolati, beffardaggine sorridente ed ecco che il suo classico prevedibile interesse per ragazze più giovani è sotto gli occhi di tutti gli altri passeggeri, ne è consapevole anche la studentessa fuori corso che, ora, sul trenino metropolitano per Piazzale Flaminio gli sta accarezzando la peluria, disinibita, con fare di giardiniera che, accuratamente, estrae le spine da un vecchio fiore avvizzito. Le mani di quell’arrivista sono le stesse mani di quando ti fotti una donna, la tua donna, credendola proprietà privata, credendo che i suoi organi interni e i suoi apparati esterni, le protuberanze, le cavità, la vulva, pacata o belligerante che sia, ti appartengano; per qualche strana alterazione delle leggi dell’universo da cui si evince, invece, che ogni animale, ogni essere pensante è proprietà privata di sé stesso e di nient’altro, di nessun altro. Ma torniamo ai due: lui, salito ad Acqua Acetosa, lei, balzata sul metropolitano dalla stazione successiva, sembravano essersi dati appuntamento, come i massoni, come i fidanzati, ma lui era un professorone di quelle costose università private, lei un’arpia vestita da sirenetta con i verdoni di paparino che sguazzavano dalle pinne alla pelle fluida, succulenta, lume mellifluo affossato nel degrado marcio dello sporco sedile. Le vedevo già, le mani di quel professore arrivista domare le briglie di quel reggiseno che, dove solca la pelle, impallidisce la pelle, che si trascina valanghe bianche. Quella donna orgasma, nei meandri animaleschi di tutti quelli e quelle a cui piacciono le donne. Quell’uomo, quel professorone e le sue mani da domatore grosse e libidinose, scalpita e frusta quella donna. Quell’uomo incarna l’istinto dell’arrivista, quell’uomo gode, ne approfitta, sfrutta la sua posizione sociale, sfrutta la fede della sua vittima nel Dio denaro, è anche lui vittima del Dio denaro,. Viva il sesso libero! Libero sì, ma libero anche dal Dio denaro!

Bardolini da dodici euro

Tra le due bottiglie costosissime di rosso vino pregiato il monte è capovolto, la salita vertiginosa, l’entrata al rifugio precipitosa. Uccelli come aerei che bombardano. Laggiù, oltre i lama e i cavi bilaterali della funivia del boom economico, una chilometrica pozzanghera che si stringe come un Rio degli Amazzoni per poi allargarsi verso sud come una goccia d’Adriatico. Invidiamo i venticinque gradi di lidi di quella distesa. Venticinque a fronte dei quindici gradi di questo rifugio

Appunti di viaggio, 25 Luglio 2012

Il teatro era vuoto e adesso ci sono io

Il teatro era vuoto, per la prima volta dopo l’ultimo spettacolo. Sul palco c’ero io e non più gli attori. La scenografia, i costumi, le attrezzature e i marchingegni che dietro tutta quella messa in scena si celavano adesso erano in mio possesso. Potevo conoscerne il funzionamento. Potevo capire come e cosa c’era dietro quell’apparato, quell’apparire. E così saltano le maschere di tutti gli attori e allo stesso modo si rompono le maschere e i poteri di tutti i burattini politicanti, gli attori dello Stato. Ero sul palco d’un teatro, ma adesso ogni lineamento diventava più visibile, ogni forma più composta e la vera natura di quello che mi stava attorno cominciava a diventare più trasparente, più facilmente conoscibile ai miei sensi: non mi trovavo in un teatro, mi trovavo sul palco del potere di chi fa le leggi; e tutti i belli attori tanto bravi li avevamo cacciati e c’ero io, ma il pubblico era sostanzialmente rimasto lo stesso. Ma ora c’ero io che meravigliato in un primo momento ed entusiasta dalla voglia di conoscere, capire, esplorare lo strumento non ancora avevo maturato la coscienza. Ma poi capii: adesso c’ero io a manovrare le redini, a spegnere e accendere luci e a raccontare cazzate.

M.Iammarrone