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Tomorrowland #2

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In un novembre freddo come il tuo appartamento

quando me ne sono appena andato

non ho nulla da chiedere alle luci del nord.

In una giacca inadatta a queste tempeste bambine

cerco una giacca bianca e inafferrabile come

un sole dell’Orsa.

Ma non ho barche da usare per attraversare le frontiere

tracciate dai corpi addomesticati

lungo le traiettorie delle petroliere esuberanti.

Non prenderlo come uno scherzo

le onde quando ti spettinano portano indietro i capelli sul serio.

Non prenderlo come uno scherzo

lascia che i vicini se ne freghino,

che le macchinazioni sui futuri intellettuali da bastonare e sulle pizze da non ordinare

abbiano luogo.

Non prenderlo come uno scherzo

mi imbucherò nelle petroliere

e finirò nella tua automobile anche se non ho barche da usare

per raggiungere le petroliere ma solo occhi stanchi

di non vedere più animali selvatici invidiarci.

M.Iammarrone

L’orsacchiotto

Dopo una manciata di settimane di assenza apparente, settimane passate non solo a farmi “i cazzi miei”, ma anche a farmi quelli vostri (in qualche maniera) torno con una delle mie tante poesie, le mie tante “preghiere”, questa volta dedicata agli occupanti (famiglie con bambin*) dell’ex Telecom di Bologna che hanno materialmente resistito allo sgombero da parte degli sgherri repressivi dello Stato dell’edificio inutilizzato che avevano occupato per non dormire in strada.

L’ORSACCHIOTTO

Occupante del duemila,

compriamo un cappello a cilindro a tutti gli elettori del PD.

Perché è una nazione cilindrica questa qui, il PD,

il potere e il partito unico che lo mantiene.

Occupante del duemila,

regaliamoci uno spara-coriandoli per ogni ingiustizia che urliamo

dallo stomaco,

e con quello spareremo nastrini colorati

sui volti inebetiti dei dotti e degli economisti

dai muscoli botulinici.

Povero precario, che devi pagare per lavorare,

lottare per farti pagare,

sudare per sopravvivere,

c’era un tenero orsacchiotto nella stanza di tuo figlio,

si è impiccato al posto tuo

sul tetto di un palazzo.

Era il Cristo di peluche

Dei bambini che ci abitavano,

dei bambini che hanno dovuto vederlo morire

dal basso di un cortile,

lambiti dalle code di un esercito di gatti,

mentre giocavano sui letti d’erba,

sparsi e multicolorati come fiori che stanno per essere recisi

da muri di mattoni innazalti per impedirgli di sovrapporre gli steli,

di toccarsi le mani.

Precario del duemila,

per questo mezzogiorno ti ho preparato un’insalata

più gustosa di una ragazza Erasmus,

ma non devo certo vergognarmi delle mie similitudini innocenti

delle mie solitudini precarie

o del fatto che mi basta un segno d’amore d’oltreoceano

per sorridere di gusto.

Non devo vergognarmi perché qualsiasi cosa accada

sono sempre qui

e non smetto di raccogliere

le onde del tuo pianto

in carburante per il pugno

che segnerà la fine dell’oltraggio.
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M.Iammarrone