La mia lettera al presidente della Repubblica in merito al mancato riconoscimento delle lauree estere

Egregio Presidente,

con la convinzione della fiducia che ripongono nell’autorevolezza e nella saggezza della sua figura,

oggi le scrivo al fine di porre la sua attenzione su un mio cruccio privato che tuttavia è anche cruccio di molti altri e, pertanto, pubblico e d’interesse collettivo.

Ho ventisette anni e sono ormai economicamente indipendente dai miei genitori da almeno due anni. Dopo la laurea triennale a Bologna, infatti, mi sono trasferito a Stoccolma dove ho studiato un programma di un anno e dopo di ciò a Gothenburg dove ho preso un master di due anni in Filosofia Antica e Medievale. Durante questi anni di studi ho dovuto usufruire del supporto economico dei miei genitori così come ho dovuto affrontare le difficoltà che un sistema universitario, una società e un universo valoriale e relazionale completamente diverso dal nostro pongono. Sebbene le Università di altri Paesi (in primis scandinave, ma anche ad esempio est europee) non prevedano tasse, il costo della vita in Svezia rimane elevato e, non essendo cittadino svedese, non ho mai avuto diritto alle borse di studio onerose che lo Stato svedese offre ai propri studenti. Dopo il master a Gothenburg sono riuscito a vincere un dottorato presso la stessa università. Per questo dottorato ricevo attualmente il corrispettivo di 2500 euro al mese (più del doppio di quanto riceverei in Italia), a fronte di un costo dell’affitto che è leggermente inferiore a quanto uno studente pagherebbe ad esempio a Roma (pago il corrispettivo di 700 euro per un bilocale in centro a Gothenburg). Lo scopo primario di questa missiva non è tuttavia lamentare le condizioni dei dottorandi in Italia e più in generale dell’Università italiana la cui insufficienza di borse di studio nonché la sua non gratuità impediscono l’applicazione completa degli articoli 3 e 34 della Costituzione. Di queste questioni lei è infatti già a conoscenza e avrà sicuramente ricevuto migliaia di lettere che trattano il medesimo problema e denunciano la “fuga di cervelli” a esso correlato. Il punto della mia lettera, però, è un altro: dopo più di cinque anni in Svezia e, a dispetto della condizione socioeconomica agiata che il mio dottorando mi garantisce, desidererei lasciare questo Paese e rientrare in Italia. Ho capito che il mondo accademico, e specialmente il mondo accademico scandinavo, non mi aggrada ed è eccessivamente distante dalla mia idea di felicità. Quello che invece mi è fonte di gioia è la pratica dell’insegnamento della mia disciplina (filosofia). In Svezia, tra le altre cose, ho avuto modo di fare esperienza come insegnante nelle scuole e ho capito che il futuro non è quello della ricerca in Svezia, ma dell’insegnamento in Italia. Tuttavia, esiste un ostacolo: come ben sa, a dispetto del “processo di Bologna” e dell’Unione Europea, i sistemi educativi dei singoli Paesi sono ben lontani dall’essere stati unificati. Le lauree hanno valore internazionale soltanto nell’ambito della ricerca (ad esempio al fine di fare richiesta per un dottorato), ma non al fine dell’insegnamento. Per questa ragione da circa un anno a questa parte ho cominciato a mobilitarmi per chiedere l’equipollenza del mio titolo master svedese (magistrale). Dopo una macchinosa procedura (numerosissime mail, notaio, traduzione giurata e un bollettino non rimborsabile di 600 euro) (per un totale finale di circa 900 euro), la mia richiesta di equipollenza è stata infine rigettata dall’Università di Bologna. Il diniego è stato totale. A loro dire, non vi è alcuna compatibilità tra il titolo di studio master svedese e la loro magistrale in Scienze Filosofiche. Questo a fronte del fatto che entrambe hanno durata di due anni e la seconda prevede numerosi corsi a scelta a tema filosofia antica e medievale. (Mi sarei pertanto aspettato almeno un riconoscimento parziale. Sinceramente, conoscendo l’atteggiamento di molti accademici dell’Università di Bologna nei confronti degli studenti, l’impressione è che essi possano aver trattato il mio caso con superficialità). Questo tipo di responso, come può immaginare, apre una grossa ferita e mi lascia sbigottito di fronte al futuro dal momento che infrange un sogno che mi ero ben figurato: quello di me professore di filosofia in un liceo italiano. Mi chiedo se esista possibilità di appello, se lei possa fare qualcosa in merito. Non è giusto che un simile impedimento burocratico (perché di questo si tratta e non di incompatibilità di competenze) debba impedire il mio rientro in Italia. Come può immaginare in gioco c’è inoltre un fattore psicologico molto forte: venendo da un Paese come l’Italia in cui è d’uopo che i genitori paghino gli studi ai figli e che dunque poi i primi si aspettino riconoscenza dai secondi, la delusione dei miei per questa situazione è colossale così come il senso di colpa che cercano di instillarmi per avermi pagato due anni di studi all’estero che ora in Italia sono “carta straccia”.

Fiducioso di un suo riscontro,

Cordiali saluti,

Matteo Iammarrone.