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In memoria di Claudio Lolli

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Claudio Lolli è morto. Non è una bufala. Pochi giorni dopo Riccardo Paradoz se ne va anche Claudio Lolli. Che interi campi fioriti e schiere di grandiosi cantastorie senza paura germoglino dal suo cadavere! Non riesco a scegliere una sola canzone delle tante che il grande poeta, cantautore e amico Claudio Lolli ha composto nella sua vita non troppo lunga, purtroppo, ma sufficientemente da poter lasciare segni indelebili. E uno dei segni indelebili che ha lasciato oltre alle canzoni che tutti possono ascoltare, ma non tutti comprendere nella maniera in cui lui avrebbe voluto, sono i suoi sorrisi gentili e schivi, quella volta che con Federica Patrizi andai a citofonargli in qualità di semplice “fan” e lui mi aprì, in Via Indipendenza a Bologna, mi fece salire e fu come salire in Paradiso a casa di un grande che poteva capirmi, consigliarmi, ascoltarmi. Claudio è stato come il vecchio zio che non ho mai avuto. Ieri sera qui a Ravenna dove mi trovo per puro caso conobbi, per ragioni di Karma come egli stesso vuole credere, un simpaticissimo e folle “ballerino” anch’egli catapultato in questi confusi anni dieci direttamente dagli anni ’70: abbiamo parlato di Claudio, ci siamo chiesti come stava, e quella è stata l’ultima volta in cui l’ho pensato e lui era ancora vivo sebbene sicuramente sofferente e provato dalla malattia.


Dopo aver scritto di getto il post sovrastante su Fb ho pensato meglio a quali canzoni potrebbero rappresentare il mio modo di sentire Claudio e quale, al contempo, possiedono per qualche ragione un valore storico e/o letterario particolare:

Contemporaneamente ho meditato su quale delle numerose mail frutto della nostra corrispondenza virtuale potesse meglio rappresentare il suo spirito, quello di uno zio buono, un eterno e fraterno compagno. Ho scelto proprio l’ultima in cui parla del mio Non si esce sani dagli anni dieci.

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60 centesimi

Clap! Clap! Un meritatissimo plauso ai professoroni del Fiani di Torremaggiore (FG), così di buona famiglia, così composti nei valori, così pacati e socratici nei metodi, così clementi con tutti gli alunni, così sopratutto…garbati, sì garbatissimi ed educati…e che altro…ah sì, così dotati di self-control…un grande plauso! Voi sì che mi avete illuminato, maestri di vita, voi sì che il 60 me l’avete appioppato perché sono venuto sotto casa a corrompervi cantandovi “Quando tornerai dall’estero” modificata con “Datemi 60 centesimi, datemi 60 centesimi”. Vi amo infinitamente, come amo il vostro “capo” (cit.) dal polso fermo, dalle scelte decise, dalla grande fermezza e saggezza.

Ma sopratutto vi ringrazio perché con questo 60 scongiuro la possibilità di intraprendere una sanguinosa carriera militare o poliziesca (è necessario 65) ed inoltre vi ricorderanno alle università in cui andrò come i coglioni che hanno messo 60 a Iammarrone, ma io vi difenderò e dirò a chi vi attaccherà: ma professore x, mi meraviglio di lei. Davvero pensa che lo spessore culturale di un individuo sia direttamente proporzionale ai suoi voti scolastici? Loro mi hanno messo 60 proprio perché li ho fatti tremare e poi lei non sa, caro Professore di Filosofia, che se mi avessero messo di più si sarebbero scatenate immense polemiche dunque mi hanno davvero fatto un favore, così mi sono risparmiato i commenti degli idioti compaesani. Poi, però professore se per scrupolo dovesse essere curioso e volesse vedere la mia tesina, eccola qui:

Compagni a venire, incontro con Claudio Lolli

I poeti aprono sempre la loro finestra, anche se noi diciamo che è una finestra sbagliata. Ma la finestra, anzi la porta, anzi il portone d’ingresso della tua modesta casetta bolognese (e per nulla borghese, a differenza di quello che si possa pensare di un cantautore famoso), il tuo portone d’ingresso ce l’hai aperto con classe, umiltà, umiltà d’altri tempi, umiltà di compagni a venire, umiltà per noi compagni a venire e per tutti noi umilmente simili a te, noi che facciamo ricca la terra.

«Vino, acqua, aperitivo, caffè?» ci hai chiesto e poi ti sei offeso (ma scherzosamente) perché abbiamo accettato solo acqua.

«Solo acqua, solo acqua, per carità, con questa calura poi…»  c’era un caldo a Bologna, tra via dell’Indipendenza e Piazza Maggiore e un sole cocente e testardo e un sole che tracciava disegni ambigui tra i portici da attraversare per arrivare a casa tua, nella tua modesta dimora tra libri, dischi, chitarre, vini, divani, tavolini, finestre e ricordi ben tenuti.

Poi mi hai dato la tua chitarra, ti ha fatto piacere ascoltare dei miei pezzi, ti sono piaciuti, mi hai dato preziosi consigli, ci hai dato lezioni di vita e di strada. Grazie.