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Serracchini e Fusaro: tra violenza sessuale e sovranismo

Pensate a quante cose si possono scoprire da un Dante citato a caso da un filosofo dalle tinte marxiane “pop” come Diego Fusaro. Tra questi i “non detti” o le cose dette per metà dallo stesso Fusaro. Riporto a tal proposito una mia riflessione uscita su Levocedellelotte.it in cui commento il sostegno di Fusaro alla dichiarazione della Serracchiani, la quale ritiene che la violenza sessuale sia più grave se commessa da un immigrato (e quindi, conseguentemente, meno grave se commessa da un italiano).

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La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma è più inaccettabile quando  compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza

Quando, alcuni giorni fa, mi sono imbattuto in questa dichiarazione, pensavo fosse una delle solite sparate di qualche consigliere leghista o al massimo di Alessandra Mussolini. Non so perché mi è venuta in mente proprio Alessandra Mussolini (quella che in un dibattito televisivo, quando le diedero della fascista, rispose: “meglio fascista che frocio!”).
Scopro, invece, senza grande sorpresa a dire il vero, che i tempi che corrono rendono possibile una simile dichiarazione, pronunciata, rivendicata e ribadita, senza timore né vergogna, da Debora Serracchiani, deputata del PD, partito padronale per eccellenza, tra i principali strumenti in Italia della borghesia industriale e finanziaria, un’area politica che (e non voglio che suoni come un attenuante) nel massacrare la classe lavoratrice non faceva alcun discrimine tra lavoratori italiani e migranti: l’importante era che fossero forza lavoro impiegabile.
Dunque, un partito che non aveva ancora sdoganato quel razzismo ululante, di stampo leghista-lepeniano, che, ahimè, stiamo conoscendo sempre più. Il recente decreto Minniti, la proposta sulla legittima difesa e le retate contro i migranti a Roma e Milano chiariscono invece l’ulteriore spostamento a destra del PD, anche su questi temi.

Alla polemica innescata dalla Serracchiani, puntuale, arriva poche ore dopo, sulle pagine virtuali del Fatto Quotidiano, un articolo di sostegno da parte di Diego Fusaro, “l’ultimo dei marxiani” -come ama definirsi-, nonché docente presso l’Università privata San Raffaele di Milano.
Scrivo di Fusaro perché negli ultimi anni la sua presenza in TV, nonché sugli scaffali delle librerie, è molto importante e per alcuni egli è l’unica (l’ultima?) voce “marxista” che abbia un’eco mediatico. Credo sia necessario, quando è possibile, denunciare invece la distanza tra Fusaro e Marx nonché il modo in cui Fusaro depotenzia Marx, evitando sistematicamente, ad esempio, di porre la questione dell’alternativa di potere (in questo video, a tal proposito, una risposta di Stefano Garroni allo stesso Fusaro).

Le implicazioni nonché i presupposti epistemologici contenuti nella dichiarazione della Serracchiani sono innumerevoli.
E cosa fa Fusaro per sostenere le sue parole? Costruisce, in pochissime righe, un’argomentazione piuttosto debole sulla base di un Dante che sembra citato un po’ a casaccio.
Ma entriamo più nel dettaglio. Fusaro cita una precisa categoria di peccatori che Dante ha posto nel suo Inferno: i traditori dei benefattori e sottintende che un migrante che stupra sarebbe stato posto da Dante in quella categoria.

Fino a qui sembrerebbe che l’unica assurdità della dichiarazione della Serracchiani potrebbe stare nell’idea che la violenza sessuale possa essere in qualche modo “soppesata”, o che un’azione atroce e violenta -come è quella del commettere uno stupro- possa, in qualche modo, essere meno dolorosa se a commetterla è ad esempio un italiano.

Che piaccia o meno, la conseguenza logica di affermare ”la violenza è più inaccettabile se commessa da uno straniero” è “la violenza è meno inaccettabile se commessa da un italiano”.
I due periodi sono l’uno la conseguenza logica dell’altro. E quindi, è questo che la Serracchiani ha affermato implicitamente: che gli italiani sono più perdonabili, ma, e qui si arriva alla fragilità e all’assurdità anche del riferimento a Dante da parte di Fusaro, dire che gli italiani sono più perdonabili oppure che i migranti sono meno perdonabili (il che è la stessa cosa), è possibile solo se si ha una concezione del mondo, in un certo senso, “sovranista”.

E qui arrivo al punto. Fusaro ha potuto scrivere ciò che ha scritto a causa di una sua concezione fortemente sovranista e assolutamente anti-internazionalista della politica. Che cosa significa in questo caso concezione sovranista? Significa che Fusaro, nonostante si dichiari allievo di Marx, concepisce i diritti come in qualche modo legati alla terra di nascita (il che è anche una forma di pericoloso “naturalismo”, ma qui si entra in un discorso più lungo che magari affronterò in un’altra sede).
Non concepisce la società come divisa in classi perennemente in lotta tra loro e non concepisce i lavoratori migranti come uguali, in quanto lavoratori, ai lavoratori italiani. Cede, piuttosto, alla logica del concepire il migrante come un povero disperato a cui si fa la carità, un “diverso” da aiutare in quanto figlio del Dio cristiano, ma al tempo stesso un “diverso” che deve riconoscenza (eterna?) allo Stato Italiano che lo soccorre.

Ecco allora che occasioni come queste sono fondamentali per smascherare, se ce ne fosse bisogno, l’interclassismo e il sovranismo di Fusaro, che sembra essere convinto che l’unico internazionalismo e l’unica “solidarietà” possibile sia quella del Capitale (cioè quella di Boldrini e Saviano), ma in realtà, per quanto la globalizzazione, l’immagine del cittadino apolide e anglo-parlante etc.., siano sicuramente prodotti del Capitale, questo non significa che la lotta contro lo stesso capitale non debba essere altrettanto internazionale, e che non ci sia la necessità di organizzarla in quella direzione, piuttosto che in una logica campanilistica di frontiere e divisione del mondo in Stati sovrani, una logica illusoria e oltretutto profondamente anti-marxista.

“Una vita per decostruire”: eteronormatività, monogamia e patriarcato

Una appassionata e combattiva autobiografia sulla necessaria ma dolorosa scoperta di sé stess*, quella di Elena Lazzari, giovane Donna lesbica e femminista militante. Dalla messa in discussione dei paradigmi tradizionali (“eteronormati”, “patriarcali”) all’esplorazione di nuovi modelli sessuali e relazionali, non necessariamente per condannare i primi, ma solo per estendere il mare aperto delle possibilità, per moltiplicare le strade battibili e per, cosa non da poco, trovarsi una definizione e un modus esistenziale che più si confaccia alla natura di ciascun*.

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(“Una vita per decostruire”, Elena Lazzari, Ed. Epsil – 2014 – Link per l’acquisto)

Gli spunti filosofici e pratici in particolare per tutte le donne (a cui il libro è esplicitamente dedicato) sono numerosi, ma quello di Elena Lazzari è anche un diario-testimonianza, una sonda piuttosto rara della condizione delle donne lesbiche nell’Italia del terzo millennio: considerate ancora ostili in certi ambienti, e nel migliore dei casi ignorate, liquidate con leggerezza, specie se giovani e giovanissime. Quello che ad Elena preme sottolineare su questo punto è come in quanto tali le lesbiche siano discriminate non tanto perché amano altre donne, ma soprattutto perché non aderiscono a quel ruolo a cui ci si aspetta che una donna “perbene” e “normale” aderisca: che sia, cioè, assoggettata al marito o comunque che viva all’ombra di un uomo. Ed è proprio questa autonomia che Elena, rispetto al genere maschile vuole rivendicare in quanto femminista e la libertà di amare una donna, anzi più donne, in quanto lesbica e non monogama.

Se questo libro ha destato la mia curiosità (e se l’ho acquistato e letto, e non me ne sono pentito affatto) è, se devo essere sincero, per via della carica “antinormativa”(?) che ci avevo intravisto. Ero alla ricerca di libri che scardinassero il mito della monogamia, essendo un militante poliamoroso, oltre che un fervente sostenitore dei diritti LGBT, e un giorno mi sono ritrovato quasi per caso al Cassero di Bologna, davanti a questa giovane donna-scrittorA che stava presentando un libro che, non solo scardina il mito della monogamia (anche se non è questo il tema principale), ma racconta anche e soprattutto dell’esclusione e dei travagli di una giovane lesbica.

Un libro per le donne, in particolare, perché la tensione che lo caratterizza sin dalla prima pagina è quella che si sprigiona dal grido militante di una femminista che invita ad un possibile processo di decostruzione e ricostruzione attraverso una più che mai necessaria, politica, filosofica, sociale, pratica autocoscienza. Anche se ci sarebbe da aggiungere che le problematiche interiori e di accettazione sociale che l’autrice si ritrova ad affrontare sono comuni, con le dovute differenze, a tutti quei soggetti che non si riconoscono nella monogamia eteronormata (dunque lesbiche, ma anche gay, bisex, e poliamorosi etero e non)

Le suggestioni poi sono numerose: citazioni di Nietzsche, di Simone De Beauvoir, un linguaggio semplice e non accademico che però mira, come scoprirete, a coniare nuove terminologie, a rinunciare alla sua universalità che troppo stride con l’unicità, la diversità delle persone.

E se la storia di Elena mi ha appassionato, incuriosito “nonostante uomo”(potrebbe dire qualcun*), devo ringraziare la donna che è in me. Se fossi nato donna, infatti sarei stato una femminista, e pure militante, questa convinzione è inestirpabile dalla mia testa.

Aimè sono nato uomo, il che non significa dover pagare la colpa delle magagne e dell’oppressione che i miei antenati e i miei simili di sesso maschile hanno perpetrato e perpetrano tuttora nei confronti del sesso femminile, ma non vuol dire nemmeno essere a priori esente da ogni responsabilità, cantare vittoria per l’uccisione del mostro maschilista che è stato inevitabilmente impiantato in me, anche in me, da questa società in cui volenti o nolenti sono nato e cresciuto. Questo significa tenere sempre e comunque alta la guardia dell’autocoscienza, un processo di autocoscienza diverso da quello che la Lazzari invita ad intraprendere nel suo libro, ma altrettanto necessario e complementare a quello femminile.

(Come mi disse Elena alla presentazione del suo libro quando le chiesi se il suo scritto fosse rivolto anche gli uomini “Gli uomini devono liberarsi da soli, compiere IL LORO processo di autocoscienza!”).

Auguro ad Elena che possa proseguire il cammino nella realizzazione dei suoi prossimi “progetti di diffusione di pensiero femminista e lesbico” e che possa vincere le sue battaglie, che poi in realtà, a conti fatti, sono anche le mie.