Boston

Riappropiarsi dei Pride ripartendo da Stonewall

Riporto un articolo che ho scritto qualche giorno fa per Lavocedellelotte: Riappropiarsi dei Pride ripartendo da Stonewall, e dunque dal loro spirito originario. 

Sono tornato dagli Stati Uniti qualche giorno fa e ho finalmente potuto constatare con i miei occhi alcune cose che mi incuriosivano di quell’orrendo Paese.
L’Estate è arrivata un po’ dappertutto ormai nell’emisfero boreale. E con l’Estate anche i Pride, in America come in Europa.
“Pride” è una bellissima parola che non dovrebbe esserci estranea. Significa “orgoglio”. Orgoglio di non essere conformi ai valori della società borghese, ad esempio, orgoglio di appartenere agli sfruttati, di averne consapevolezza, di cercare di costruire qualcosa di diverso e ancora, orgoglio di fare paura a quelli che stanno in alto, di riuscire a spaventarli indicando un mondo diverso e mostrando le contraddizioni del loro.

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Gli LGBT Pride in questi giorni celebrati in numerose città europee e americane vengono direttamente da quel 28 Giugno 1969 in cui Stonewall Inn, gay bar di New York, fu teatro di una rivolta che si estese a tutto il quartiere (un quartiere proletario) e che coinvolse soggetti non conformi (soprattutto sul piano sessuale e dell’identità di genere): perlopiù lesbiche e gay, ma anche drag queens, transgender, prostitute e homeless. Si rivendicava una libera espressione del proprio stile di vita e la fine della repressione poliziesca nei bar del quartiere e in generale. La rivolta era infatti scoppiata dopo l’ennesimo atto di repressione da parte della polizia nel quartiere: gli omosessuali (specialmente coloro che rivendicavano quest’etichetta e che magari non conducevano uno stile di vita borghese), così come anarchici, comunisti e attivisti sindacali erano parte integrante della lista delle categorie sovversive, nel rigido clima post-maccartista dell’America della guerra fredda.
L’anno dopo, nel 1970, in diverse città americane si cominciò a celebrare l’anniversario dei riot di Stonewall attraverso le “Gay pride marches” (Marce dell’orgoglio gay).
Mentre la democraticissima America perseguitava in varie forme gli omosessuali, e lo stesso facevano negli stessi anni l’Inghilterra e la maggior parte degli “Stati democratici”, a dispetto di alcuni pregiudizi che mi è capitato di sentire in giro attorno al rapporto tra bolscevichi e omosessuali,
dopo la Rivoluzione d’Ottobre la Russia divenne forse il primo Paese al mondo ad abolire il reato di omosessualità e per di più Lenin acconsentì apertamente alla presenza di omosessuali a ruoli di comando.

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Al Pride di Boston di quest’anno, a cui ho partecipato personalmente, così come al Pride di Bologna dell’anno scorso, a cui pure ero presente, non c’era però (quasi) traccia dello spirito che possiamo supporre animasse e abbia animato le proteste di quegli anni. Tutto è una sterile celebrazione spettacolarizzata dell’esistente, una sfilata di macchine costose e cartelloni pubblicitari di aziende gay-friendly (tra le quali anche big companies come la Microsoft!). Le concessioni in materia legalitaria (e quindi, ci tengo a sottolinearlo, puramente formale) che sono state fatte in particolare negli ultimi cinque-dieci anni sembrano aver assopito ogni sintomo di rivolta. La rimozione di temi “economici” che riguardando le vite concrete delle persone LGBT, molte delle quali sono sfruttate, precarie, studenti, etc… è funzionale a questo gioco di oblio e stordimento tanto caro quanto innocuo al potere capitalistico. L’impressione, andando al Pride di Bologna ma ancor di più a quello di Boston, è che la società borghese sia riuscita brillantemente nel suo intento fagocitante di appropriarsi delle rivendicazioni (giuste) del mondo LGBT regalando a parte di quel mondo (fortunatamente non a tutto, penso ad esempio al movimento queer) l’illusione che la felicità, anche per una coppia omosessuale, stia nello scambio delle fedi e nel santo matrimonio borghese centrato sulla coppia e la casa di proprietà.
Tutto questo però, ed è importante che lo dica per evitare sin da subito fraintendimenti, non significa, come vorrebbero farci credere “rossobruni” e “fusariani” vari, che i diritti LGBT siano intrinsecamente borghesi o peggio ancora che l’omosessualità sia un’invenzione dei padroni. Permettetemi di dire che chi afferma ciò non ha capito nulla del marxismo, anche solo per il semplice fatto che ignora la storia della famiglia (che è tutt’altro che storia di uomo e donna etero in coppia monogamica). Sebbene resti vero che la società borghese è in grado di piegare a sé (quasi) tutto, e esattamente in questa dinamicità sta la sua “forza”, questo non permette di argomentare che tutto o quasi tutto sia tout court un prodotto del capitalismo, significa semmai semplicemente che sotto un altro regime economico l’orientamento sessuale di tutti gli individui così come l’identità personale e la sessualità in genere, si manifesterebbero in modi che tutto sommato non possiamo ancora prevedere. Se considerassi vera l’assurdità per la quale i gay sono “pagati dal capitalismo” potrei chiedere al Prof.Fusaro se anche la sua orgogliosa eterosessualità sia un prodotto del capitalismo, dal momento che non c’è ragione di considerare l’eterosessualità come più rilevante, significativa o “speciale” rispetto agli altri orientamenti, non c’è insomma bisogno di considerarlo l’orientamento di default. A parte questa piccola digressione filosofica importante, ma in realtà non necessaria ai fini di quest’articolo, quello che occorre fare, nonostante tutto, è riappropriarsi dei Pride in Europa e nel mondo e delle rivendicazioni della comunità LGBT, o di parte di essa, per connetterle (o forse riconnetterle?) alle rivendicazioni economiche comuni a tutta la classe lavoratrice (o quindi anche alla stessa maggioranza dei soggetti LGBT). Non è un compito facile, ma certo il presente concreto è dalla nostra parte, dal momento che non è necessario essere marxisti per constatare che quei diritti legalitari e formali che la società borghese ha promesso e a volte concesso risultano piuttosto parziali se una persona poi, che sia etero omosessuale lesbica monogama non monogama bianca nera etc, ha difficoltà a trovare una casa da abitare, è costretta a lavorare 8 ore al giorno sottopagata, etc.

#usagiorno 3-4 My favourite snack food

Le mie mani stanno per andare a dormire senza stringere altre mani. Odorano fortemente di cenere. Gli scheletri della legna dei ranger me li porterò addosso fin dentro i sogni. La fiamma ci ha tenuto tutti uniti. Abbiamo cantato le canzoni di Woodstock. Ci siamo chiesti da quale Paese provenga questo dio chiamato Fuoco. Lui/lei che ci ha preparato come un babbo mamma senza sesso la minestrina calda della giornata ma,  piú di tutto, ci ha dato calore nell’umidità della grande foresta del Mayne. Abbiamo finito per concludere che é apolide. Non gli piacciono i confini. Viaggia in autostop come Kerouac. E quando i primitivi l’hanno scoperto c’erano alcuni che erano contrari. Lo consideravano contro natura. O pericoloso. Ci chiediamo inoltre che lingua parli, se la stessa dei camion dai grossi musi minacciosi, oppure una meno volgare e piú meditativa, da prateria sconfinata o alta montagna. La tentazione é infatti rispondere che parli inglese, la lingua dei colonizzatori per eccellenza.

Era pieno di bandiere americane lungo la strada. Gli europei si sono uniti. Hanno distrutto tutto, riassemblato le macerie e inventato cinquanta stelle. Ma noi facciamo come i nativi, accampandoci e percorrendo sentieri dove scovare cartelli che intimano di non essere superati, pali elettrici che segnalano proprietà private invalicabili. La pioggia può andarci. Tre miglia dalla tenda base. La pioggia non rischia di essere sparata. Noi sí. Due miglia dalla base. Ci conserviamo illesi per la cena. Di ritorno alla base. Come i veri americani. 

Certo rimane infantile la nostra pretesa e forse inopportuna questa similitudine con gli indiani. Ma non riesco a non farmela venire in mente prima di andare a dormire, raggomitolato nel sacco a pelo, dopo che degli insetti simili a ragni mai visti in Europa mi hanno divorato, e mi auguro non avvelenato. 

Abbiamo arrostito marshmallows nel pomeriggioe fusi li abbiamo messi in un biscotto con del cioccolato. Una bomba calorica del fare camping degli americani moderni. Non mi sono piaciuti infatti. Ho preferito i veggie burger, pure quelli arsi dal dio fiamma, pure quelli chissà quanto salutari. Una domanda poi mi ha sorpreso. Me l’ha fatta uno degli amici che condivide con me la tenda. Mi ha chiesto quale sia il mio snack food preferito. Chissà un altro italiano cosa avrebbe risposto. E un altro italiano ancora cosa avrebbe mai chiesto. Io ho risposto: la frutta. Ma non é tecnicamente uno snack food. 

#usagiorno0 Nei boschi danesi

Premetto di non avere alcuna certezza circa il filo, logico o illogico, che questo racconto-reportage ha intenzione di seguire. Potrei mostrare delle foto. E lo faccio (eccovi le foto) e qualcosa vi raccontano. Ma non sono sufficienti.

Sono già al giorno uno mentre scrivo. Disteso a piedi nudi su un materasso all’altezza del pavimento, dei piedi del tavolo, di una vecchia Yamaha di un modello che non conosco e altre cianfrusaglie. L’intera stanza profuma di legna ed é un bungalow monoposto, monolocale, monoletto…nelle campagne danesi. L’altro ieri sera al supermarket qui dietro, sulle rive di un lago, io e la ragazza danese che mi ospita abbiamo trovato un vino italiano e pugliese a poco. Sulle rive di quello stesso lago poche ore prima avevo assistito ad una scena che mi aveva spinto a domandarmi in quanti modi creativi si può sfruttare la desolazione di un bosco, di una radura abitata da insetti o di una campagna apparentemente dimenticata dagli dei. La risposta non si é fatta attendere: mentre leggevo seduto su un sasso A room for one’s own di Virginia Woolf arriva un auto e scendono in tre. Un ragazzo e due ragazze. La ragazza meno svestita é una fotografa. L’altra, piú svestita, farà da modella. Un tipo particolare di modella. Un’attrice BDSM le cui chiarissime cosce sono a diretto contatto con le foglie, il vento e le formiche. Il ragazzo dei tre comincia a schiaffeggiarle il culetto e lei a ridere di gusto mentre la terza fotografa. Indossa un collare. Tirano fuori da una misteriosa valigia di pelle nera altri strumenti di tortura erotica. Mi godo la scena. Si muovono professionalmente e con nonchalance. Ignari dei miei sguardi e delle anatre che fanno splash con l’acqua inseguendosi come bambine sotto un tramonto che tarda ad arrivare e un temporale che sembra invece avere fretta di fare i dispetti al sole. Vado via prima che questo accada. Una presenza femminile dai dred biondi passeggia poco piú in là. Mi sorride. È il primo sorriso ricevuto dall’avventura. 

Next to the flat, on the way of return,  I found out that the path was full of snails so huge that one would feel more guilty to tread them. I have been really careful to not do it. And I wondered, as it was starting to rain, how comes they survived to the evolution process although their extreme vulnerability. Humans usually believe they must show their “muscular” strengthen in order to survive in the struggle, both of nature and society. (And I don’t mean only the muscles’ strength: the anxious of progress itself can be also a form of “muscular strengthen”).  But snails do not care about this stuff. They are just what they are, extremely slow and incredibly vulnerable, and they are still there. Who won? Humans or them? 

La prima giornata era terminata mandando giú con due coetanei danesi il vino di Puglia di prima. È inutile ripetere che alla mente parlare di tutto con persone di altri Paesi fa bene quasi quanto una dose moderata di vino: lo definirei un esercizio di uguaglianza e differenza al tempo stesso. Credo che il contatto con loro sia il modo migliore per sviluppare quelle skill che solo l’università del viaggiatore, la scuola della vita e della ferrovia, e non gli Atenei, per ora possono darti. Assumere la prospettiva altrui, comprensione, compassione. Che sono le ragioni per le quali chi non ha mai viaggiato o chi ha viaggiato solo col corpo, senza mai osservare, o adottando lo sguardo dello spettatore di un circo, é spesso arido. 

La seconda giornata é terminata con un altro pensiero: se Bologna fosse in nord Europa sarebbe Copenhagen. Ho passato il tardo pomeriggio a ballare in strada sotto uno dei dieci palchi allestiti vicino Norreport in occasione di un festival. Si respirava un vibe da Cavaticcio. Per chi non sa di cosa sto parlando non deve far altro che cercare il prossimo street party di Copenaghen e raggiungerlo con un volo Ryanair, sperando che la birra sia ancora fredda. 

Ora sto per partire per il dramma americano. Mi sento come se stessi andando in un Paese in guerra, nel bene e nel male. 

In a few hours I’ll be face to face with the American drama (the so-called “American dream”‘s counterpart). I will try to go on with my reportage from there, the other side of the planet, many time zones away. 

Chi sono

Mi chiamo Matteo Iammarrone, classe 1995. Vent'anni di cui almeno gli ultimi cinque passati a gironzolare qua e là per l'Italia e non solo. Altri impiegati in webdesign e programmazione.
Moltissimi altri impiegati a scrivere canzoni e poesie e ad usufruirne. Attualmente studio Filosofia presso l'Università di Bologna e cerco di sopravvivere ai suoi anni dieci (gli anni zero sono già morti da un pezzo!)

Non si esce sani dagli annidieci

La mia nuova silloge poetica edita con L'oceano nell'anima edizioni. Poesia intermezzata da prosa che la contestualizza, la introduce, la commenta. Un linguaggio in parte devoto al gergo giovanile e ai nuovi inglesismi, così come al cantautorato indie. Un affresco di sentimenti inclusivi, poliamori, storie poliglotte, polifunzionali, amori mai banali, liberi dall'ingombro del vecchio mondo. Riflessioni sulle narrazioni romantiche dominati, sulla proprietà, sul futuro del capitalismo e sul futuro stesso della poesia che è il futuro dell'uomo.

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Maggiori info

Presentazioni: - Pescara, 8 Luglio 2016 - H21:45 - Circolo Babilonia (Via Campobasso); - San Severo (Fg), 18 Luglio 2016 - H20:00 - I Sotterranei (Corso Gramsci) - Bari, 2 Agosto 2016 - Ex Caserma Liberata BOLOGNA, 9 Dicembre 2016 - Poco ma buono (Via dell'Unione) (Per organizzare nuove presentazioni scrivetemi a contatto@matteoiammarrone.com o dalla sezione Contatti)
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