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Lettere matrimoniali, il nuovo romanzo-rivelazione di Claudio Lolli

“…C’è rimasto forse un gene della nostra gioventù, contro tutto e contro tutti,  qualche residuo di cattolicesimo, suorina e crocerossina mia, qualche afflato di violenza politica. Ci è rimasto qualcosa…Romantico e perdente come me, certo, ma io nel silenzio…”.

“Memorie di famiglia”, “memorie di un marito sporcaccione” o forse, più propriamente, “Autobiografia Vitale”, così si sarebbe potuto anche chiamare “Lettere matrimoniali” (Edito da Stampa Alternativa), il nuovo romanzo epistolare pornograficamente stilnovista (ossimoro voluto) e politicamente s-corretto di  Claudio Lolli, uno dei più grandi maestri del cantautorato dell’Italia delle bombe di Stato e dei grandi cambiamenti.

Era da un mese che aspettavo di scrivere questo articolo, da quando ho ordinato il libro sul sito ufficiale di Stampa Alternativa, due giorni prima dell’effettiva pubblicazione. Era da un mese che aspettavo questo momento, il momento di recensirlo, di battere sul mio blog questo commento, questa pseudorecensione, questa “dichiarazione d’amore”(un po’ come quelli epiteti-post-scriptum “Con amore”, al termine di ogni lettera, semplici, ma mai banali). Ora che ho terminato di leggerlo, ora che ho perso anche quest’amico(non Claudio per fortuna, ma il conforto che la lettura del suo libro mi dava ogni sera prima di concedermi alle notti nere) mi assumo la responsabilità di parlarvene.

Di Claudio (sì, lo chiamo per nome da quando, l’estate scorsa, ho avuto l’onore di incontrarlo) scrivo con affetto, del suo libro, delle sue opere, di qualsiasi suo lavoro sia musicale che strettamente letterario scrivo con altrettanto affetto. Non un affetto qualsiasi, l’affetto di un ragazzo di due generazioni successive che, nonostante tutto, ha carpito e carpisce ogni giorno di più l’attualità del suo messaggio, della sua poetica sempre universale in questa Italia che non è mai cambiata un granché.

Claudio, poi (continuo a chiamarlo affettuosamente col suo nome e non col suo cognome) è “qualcosa di diverso da un semplice cantautore. Piuttosto un feticcio, un mitre a penser, un cattivo maestro, un fratello maggiore” ed io, ragazzo del 2013, dopo la lettura delle sue lettere tutte intime e tutte scritte in seconda persona rivolgendosi alla “piccola fiammiferaia bolzanina”(la moglie Melania), ho finalmente afferrato il senso di questa definizione appioppatagli dall’autore della quarta di copertina. E’ vero: Claudio Lolli autore di “vecchia piccola borghesia” e Lolli Claudio nato a Bologna nel 1950 sono la stessa persona: il Claudio artista non è una alienazione del Claudio uomo, nessun uomo è un uomo qualunque, nemmeno Claudio ed il Claudio artista corrisponde perfettamente al Claudio uomo.

E’ lì, è lui, quell’uomo-artista intimo e trasparente, schivo, acciaccato, (sin troppo) umile, ma, in questo libro, per nulla restio, per nulla timoroso di rivelarsi, nonostante traspaia alcune volte un po’ di timidezza. Ci sono tutti i volti del Claudio uomo che è anche Claudio artista, ci sono tutte le libertà del Claudio-uomo che è anche Claudio-artista e non c’è nulla di macchinoso, di costruito, è questo quello che più colpisce di questa raccolta percorsa da un filo di melanconico esistenzialismo, a tratti un naufragar in un infinito leopardiano, a tratti l’andare a parare sempre ad un erotismo mai fine a se stesso.

Se le prende tutte le libertà (autodefinirsi un marito mediocre, un padre niente male che mette a nudo le sue angosce più profonde, farsi a tratti andrologo, a tratti sessuologo, rievocare ricordi famigliari, svelare pezzi di vita privata, riflettere sulla morte, sul futuro politico, sull’istituzione scolastica), senza mai essere volgare, se le prende tutte le libertà e questa è senza dubbio la più acuta, sincera, ribelle, spiazzante rivelazione amoroso-politica-esistenziale che abbia mai letto.

Attuale, attualissima.

Compagni a venire, incontro con Claudio Lolli

I poeti aprono sempre la loro finestra, anche se noi diciamo che è una finestra sbagliata. Ma la finestra, anzi la porta, anzi il portone d’ingresso della tua modesta casetta bolognese (e per nulla borghese, a differenza di quello che si possa pensare di un cantautore famoso), il tuo portone d’ingresso ce l’hai aperto con classe, umiltà, umiltà d’altri tempi, umiltà di compagni a venire, umiltà per noi compagni a venire e per tutti noi umilmente simili a te, noi che facciamo ricca la terra.

«Vino, acqua, aperitivo, caffè?» ci hai chiesto e poi ti sei offeso (ma scherzosamente) perché abbiamo accettato solo acqua.

«Solo acqua, solo acqua, per carità, con questa calura poi…»  c’era un caldo a Bologna, tra via dell’Indipendenza e Piazza Maggiore e un sole cocente e testardo e un sole che tracciava disegni ambigui tra i portici da attraversare per arrivare a casa tua, nella tua modesta dimora tra libri, dischi, chitarre, vini, divani, tavolini, finestre e ricordi ben tenuti.

Poi mi hai dato la tua chitarra, ti ha fatto piacere ascoltare dei miei pezzi, ti sono piaciuti, mi hai dato preziosi consigli, ci hai dato lezioni di vita e di strada. Grazie.