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Göteborg, en scandinavisk Bologna

Jag skrev en kort bertättelse på svenska för svenska språk kursen. Jag hoppas att svenska modermålstalare ska inte bedöma min operfekt svenska.

(Principio di racconto che ho scritto quasi di getto in svedese. Dedicato alla mia amata Göteborg, la Bologna della Scandinavia).
Vi tog en Göteborgs typisk spårvagn. Göteborgs spårvagnlinje är lång och mycket fin. Det brudar att göra staden unikt och charmig. Det var en kalt mörkt kvällen och jag var lika glad som ett barn att uppleva Goteborgs spårvagns vibe. Det var ett skön vibe. Det känt som om vi var i en skönlitteraturs bok, det var som om jag var en lycklig karaktär. Vi åkte till ett Göteborgs området heter Haga, ett ex proletärt distrikt. Och sen till Järnstorget där det lå en pub med en spännande publik som väntade på mig, på oss, andra artister, deras drömmar, nostalgi, jordbävningar och så vidare…
Jag hade lämnat dock min gitarr hemma, men en trevlig musiker lånade ut mig sin gitarr. Jag känna mig upphetsad och spänd. Det fanns åtminstone ett hundra människor som önskade lyssnade på mig, mycket ljus på scenen och mycket tystnad i publiken. Jag känt mig som hemma omgiven av unge som uppskattade min musik. Att vakna upp, nästa morgon, i ett hus i en konstnärs campus gjorde den här känslan till och med starkare och obeskrivligt.

Det känt som om några bytar av kreativitet var i morgons luften. Dock, de kom inte ner från himlen. De kom ut från oss. Stader och de boende på stader, även Stockholm och stockholmare, kunde inte längre våga att låtsas, att försätta med sina orealistisk föreställningen av ett liv utan konflikter.

De känt sig tvinga av att se fattiga människor i dagliga tåg att känna over sig sörj for sina självet full av tomthet och regeringens ord, TVs amerikanska show eller vad som helst kan man säga på en dejtschat.

Jag känt mig som en främling som märkte inte skillnader mellan filosofi och vetenskap, ett löv och en kudde, en sträng och ett hår på handen, en gittar och hennes levande kropp.

Matteo Iammarrone.

Discussione della tesi di laurea “Natura e cultura in relazione al problema della monogamia”

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Il 12 Luglio 2017 presso l’Aula Mondolfo della sede di Via Zamboni 38 della Facoltà di Filosofia dell’Università di Bologna sono stato proclamato “dottore in Filosofia”. Un piccolo passo per Matteo Iammarrone, uno step forse non proprio minuscolo per le sue battaglie. C’è ancora moltissimo da fare. Letture da intraprendere. Pensieri da rimettere in ordine. Città (semi)angloparlanti da (de)colonizzare. Ma un piccolo passo, sia pure simbolico, è pur sempre un passo. E incoraggia. Rinvigorisce il cammino. Anche quando si crede poco nei pezzi dei carta, o nei numeri.

Ringrazio nel frattempo, e lo faccio sentitamente, coloro che erano presenti quel giorno: Alma, Anna, Ludovica, Tommaso, Ilaria. Nomi che non vi diranno molto, ma che io associo alla bellezza. Ringrazio inoltre i miei genitori, mia sorella e la commissione nonché le milioni (potenzialmente miliardi) di persone in giro per il mondo che hanno bisogno del poliamore e che con la tesi che ho discusso Natura e cultura in relazione al problema della monogamia spero di aver in qualche modo supportato. Una goccia di freschezza nel lago troppo spesso insipido e asettico del mondo accademico. Ringrazio a tal proposito il mio relatore per la sua disponibilità e lungimiranza. Sono state centinaia le persone, tra conoscenti, sconosciuti o semi-sconosciuti che dopo aver appreso la notizia, si sono congratulati con me sui social o tramite altri strumenti virtuali. Così come sono stati decine coloro che mi hanno chiesto, incuriosì, di leggere la tesi.
Per questa ed altre ragioni di seguito trovate il link per la sua consultazione gratuita, in formato PDF  sul sito ACADEMIA.EDU:
https://www.academia.edu/33907403/Natura_e_cultura_in_relazione_al_problema_della_monogamia

Dicono di me: Gianmarco Basta

Matteo Iammarrone scrive e canta della città e del viaggio, inteso alla Baudelaire come “Invito al viaggio”, viaggio da considerarsi al tempo stesso interiore e esteriore. Le sue canzoni sono popolate di incontri, di strade affollate di fonemi, da voce agli abitanti delle periferie del mondo, dove la periferie geografica fa da contraltare ai quartieri dell’anima. Abitanti abitati da tensioni, frustrazioni, urla liofilizzate in fondo alla gola che non riescono a sgorgare in parole e scavano dentro. Il cantautore sa come portare alla superficie il disagio di una intera generazione.
Se mi è consentito l’azzardo, rivedo in lui piú l’arte figurativa che la scrittura. Lo associo a Bacon e ai suoi corpi dilatati e guasti, a Fontana e i suoi tagli nelle tele, a Pollock che getta vernice sulle sue ossessioni.
Il cantautore racconta ciò che, di una vita, rimane più nascosto e sotterraneo, e le sue canzoni sono scritte per essere‐ più che cantate ‐ interpretate, recitate e vissute. E lui interpreta, recita e vive.
Come ogni talento che si rispetti, è così vasto il bacino culturale da cui attinge che diventa lui stesso modello della sua opera.
Grafomane, lettore onnivoro, cinefilo della prima ora, ogni sua esperienza viene radiografata e messa in movimento.
Diceva il poeta milanese Franco Fortini a proposito della canzone: Una sedia resta una sedia anche se nessuno ci si siede sopra, ma una canzone non è una canzone se nessuno la mette in moto, se nessuno la “agisce”.
Per fortuna ci sono ancora artisti capaci di fecondare la terra dei nostri pensieri. Così da ricordarci, per chi l’avesse scordato, che indignarsi è la forma piú alta della poesia.
Il cantautore, paroliere e poeta bolognese Gian Marco Basta dopo aver letto il mio libro Non si esce sani dagli anni dieci ha pensato di omaggiarmi con queste parole di apprezzamento che mi si sono già scolpite nel cuore. Lo ringrazio sinceramente per la sua sensibilità cosí come per la rinnovata stima nei miei confronti che, come egli stesso sa già, é assolutamente reciproca.