In memoria di Claudio Lolli

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Claudio Lolli è morto. Non è una bufala. Pochi giorni dopo Riccardo Paradoz se ne va anche Claudio Lolli. Che interi campi fioriti e schiere di grandiosi cantastorie senza paura germoglino dal suo cadavere! Non riesco a scegliere una sola canzone delle tante che il grande poeta, cantautore e amico Claudio Lolli ha composto nella sua vita non troppo lunga, purtroppo, ma sufficientemente da poter lasciare segni indelebili. E uno dei segni indelebili che ha lasciato oltre alle canzoni che tutti possono ascoltare, ma non tutti comprendere nella maniera in cui lui avrebbe voluto, sono i suoi sorrisi gentili e schivi, quella volta che con Federica Patrizi andai a citofonargli in qualità di semplice “fan” e lui mi aprì, in Via Indipendenza a Bologna, mi fece salire e fu come salire in Paradiso a casa di un grande che poteva capirmi, consigliarmi, ascoltarmi. Claudio è stato come il vecchio zio che non ho mai avuto. Ieri sera qui a Ravenna dove mi trovo per puro caso conobbi, per ragioni di Karma come egli stesso vuole credere, un simpaticissimo e folle “ballerino” anch’egli catapultato in questi confusi anni dieci direttamente dagli anni ’70: abbiamo parlato di Claudio, ci siamo chiesti come stava, e quella è stata l’ultima volta in cui l’ho pensato e lui era ancora vivo sebbene sicuramente sofferente e provato dalla malattia.


Dopo aver scritto di getto il post sovrastante su Fb ho pensato meglio a quali canzoni potrebbero rappresentare il mio modo di sentire Claudio e quale, al contempo, possiedono per qualche ragione un valore storico e/o letterario particolare:

Contemporaneamente ho meditato su quale delle numerose mail frutto della nostra corrispondenza virtuale potesse meglio rappresentare il suo spirito, quello di uno zio buono, un eterno e fraterno compagno. Ho scelto proprio l’ultima in cui parla del mio Non si esce sani dagli anni dieci.

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Discussione della tesi di laurea “Natura e cultura in relazione al problema della monogamia”

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Il 12 Luglio 2017 presso l’Aula Mondolfo della sede di Via Zamboni 38 della Facoltà di Filosofia dell’Università di Bologna sono stato proclamato “dottore in Filosofia”. Un piccolo passo per Matteo Iammarrone, uno step forse non proprio minuscolo per le sue battaglie. C’è ancora moltissimo da fare. Letture da intraprendere. Pensieri da rimettere in ordine. Città (semi)angloparlanti da (de)colonizzare. Ma un piccolo passo, sia pure simbolico, è pur sempre un passo. E incoraggia. Rinvigorisce il cammino. Anche quando si crede poco nei pezzi dei carta, o nei numeri.

Ringrazio nel frattempo, e lo faccio sentitamente, coloro che erano presenti quel giorno: Alma, Anna, Ludovica, Tommaso, Ilaria. Nomi che non vi diranno molto, ma che io associo alla bellezza. Ringrazio inoltre i miei genitori, mia sorella e la commissione nonché le milioni (potenzialmente miliardi) di persone in giro per il mondo che hanno bisogno del poliamore e che con la tesi che ho discusso Natura e cultura in relazione al problema della monogamia spero di aver in qualche modo supportato. Una goccia di freschezza nel lago troppo spesso insipido e asettico del mondo accademico. Ringrazio a tal proposito il mio relatore per la sua disponibilità e lungimiranza. Sono state centinaia le persone, tra conoscenti, sconosciuti o semi-sconosciuti che dopo aver appreso la notizia, si sono congratulati con me sui social o tramite altri strumenti virtuali. Così come sono stati decine coloro che mi hanno chiesto, incuriosì, di leggere la tesi.
Per questa ed altre ragioni di seguito trovate il link per la sua consultazione gratuita, in formato PDF  sul sito ACADEMIA.EDU:
https://www.academia.edu/33907403/Natura_e_cultura_in_relazione_al_problema_della_monogamia

Dicono di me: Gianmarco Basta

Matteo Iammarrone scrive e canta della città e del viaggio, inteso alla Baudelaire come “Invito al viaggio”, viaggio da considerarsi al tempo stesso interiore e esteriore. Le sue canzoni sono popolate di incontri, di strade affollate di fonemi, da voce agli abitanti delle periferie del mondo, dove la periferie geografica fa da contraltare ai quartieri dell’anima. Abitanti abitati da tensioni, frustrazioni, urla liofilizzate in fondo alla gola che non riescono a sgorgare in parole e scavano dentro. Il cantautore sa come portare alla superficie il disagio di una intera generazione.
Se mi è consentito l’azzardo, rivedo in lui piú l’arte figurativa che la scrittura. Lo associo a Bacon e ai suoi corpi dilatati e guasti, a Fontana e i suoi tagli nelle tele, a Pollock che getta vernice sulle sue ossessioni.
Il cantautore racconta ciò che, di una vita, rimane più nascosto e sotterraneo, e le sue canzoni sono scritte per essere‐ più che cantate ‐ interpretate, recitate e vissute. E lui interpreta, recita e vive.
Come ogni talento che si rispetti, è così vasto il bacino culturale da cui attinge che diventa lui stesso modello della sua opera.
Grafomane, lettore onnivoro, cinefilo della prima ora, ogni sua esperienza viene radiografata e messa in movimento.
Diceva il poeta milanese Franco Fortini a proposito della canzone: Una sedia resta una sedia anche se nessuno ci si siede sopra, ma una canzone non è una canzone se nessuno la mette in moto, se nessuno la “agisce”.
Per fortuna ci sono ancora artisti capaci di fecondare la terra dei nostri pensieri. Così da ricordarci, per chi l’avesse scordato, che indignarsi è la forma piú alta della poesia.
Il cantautore, paroliere e poeta bolognese Gian Marco Basta dopo aver letto il mio libro Non si esce sani dagli anni dieci ha pensato di omaggiarmi con queste parole di apprezzamento che mi si sono già scolpite nel cuore. Lo ringrazio sinceramente per la sua sensibilità cosí come per la rinnovata stima nei miei confronti che, come egli stesso sa già, é assolutamente reciproca.