Poems/Dikter/Poesie

Le seguenti poesie sono opera intellettuale di Matteo Iammarrone. Nel caso in cui vogliate riprodurre/diffondere una o più poesie o parti di esse su blog, social network o altri siti web siete pregati di non dimenticare di riportare la fonte (es. “cit. Matteo Iammarrone” oppure “(Matteo Iammarrone)” dopo l’intera poesia o dopo una parte di essa).

Buona lettura.Nota: le poesie seguenti sono un estratto numericamente piccolo rispetto a quelle scelte per le pubblicazioni . Non tutte le poesie saranno pubblicate qui, ma solo una parte di esse.

  • La pozzanghera e l’oceano

    1 March 2014

    Somigli ad un mare,

    è aperto, ed invade un pianeta altro.

    Il tuo è un dito capriccioso

    di un capriccio bislacco

    e lo intingi nell’acquolina

    della mia bocca smorta

    che spingo nell’acquario

    della tua diafana barchetta

    E null’altro mi interessa

    se non riesumare il tepore estivo

    della ragazza computer

    di te, oceano intrepido delle possibilità,

    delle possibili posizioni.

    E somigli ad un volto,

    è roseo, stravolto, e ruggisce di fiori feriti

    Il tuo è un labbro plasmato

    dal gioco di un tronco andato di matto

    il tuo è un piede dorato di loto,

    di merda, di terra, di sabbia

    amata e ingerita: morsi e cuore di te,

    intrepido fondale oceanico di una pozzanghera

    seimilatrecento volte calpestata.

     

  • Stazione di Futurantica

    6 February 2014

    Come si inseguono accidiosi quei fanali là dietro gli alberi

    tra i rami stillanti di pioggia.

    Come si inseguono e come sbadigliano luce sull’altrettanto

    accidioso viale della stazione.

    Il motore del treno fischia flebile, fischia acuto, fischia stridulo, fischia,

    come noi.

    Ed il plumbeo mattino d’autunno come un grande fantasma

    intorno respira.

    E tu che pensosa dai al controllore il biglietto da forare,

    dai al controllore il tempo che incalza gli anni belli, i mesi gioiti,

    i giorni che sono ormai solo ricordi.

    E poi si chiudono gli sportelli e sbattono e sembrano oltraggi:

    suona di scherno l’ultimo appello che rapido chiama a salire sul treno.

    E va il mostro empio, come un cortocircuito, sbattendo le ali,

    come un uccello robotico, come un ladro d’amore metallico che anima, sbuffa

    e ti risucchia via intrepido.

  • La monodanza degli alberi e delle chiome

    5 February 2014

    Gli alberi spogli sono uomini calvi

    e quelle altre chiome ciuffi di dame

    ormai fuori moda come la poesia svuotata

    da quegli alberi spogli

    che muovono passi di danza buffa e beffarda sulla piazza

    del mercato del cuore.

    E le tengono strette e legate a un altare di spine

    sotto i passi di un ballo meschino e tradizionale

    le dame dai ciuffi di chiome gli alberi spogli,

    le tengono infilzate nei rami, in balia dei folati di venti

    le dame ormai d’altri tempi, gli alberi spogli e i loro inverni

    affinché amare resti quel ballo, affinché succube dei loro scempi

    ogni dama diventi.

    Ma se solo sapeste quante flebili volte

    mi sono fermato e frenato dal tempo

    ho indugiato.

    Di attraversare quel parco dal già collaudato respiro

    di rimanere in quel limbo, di non reincasare mai più,

    ho sperato.

  • I piedi nudi del poeta

    5 January 2014

    A piedi nudi il poeta

    dinanzi la pagina bianca

    La pagina bianca

    che è l’opposto dei suoi piedi nudi

    segnati d’inchiostro dei terreni carezzati, dei bacini calpestati

    dal poeta dinanzi la pagina bianca che ora getta

    nella pagina bianca il suo incommensurabile astio.

  • Volevo essere felice

    20 November 2013

    Ero un illuso, un ignorante, un illuso, un ingenuo,

    ma ero felice.

    Pian piano ho cominciato a capire,

    ho cominciato ad essere infelice.

    Ho assunto coscienza, più o meno con classe.

    Ho assunto coscienza, più o meno di classe.

    Ho deciso di cambiare me stesso,

    ero triste, infelice poiché non ci riuscivo.

    Sono infine riuscito a cambiare me stesso,

    sono riuscito ad emanciparmi:

    ero ora più che mai infelice: avevo cambiato me stesso,

    ma con un grande rancore: non riuscivo a cambiare il mondo.

    Non sarebbe forse stato meglio restare felice, incosciente e ignorante?