Il Fertility Day dalla Svezia: viene da Marte?

Dalla Svezia la campagna sul Fertility day messa in atto dal Ministro Lorenzin un mesetto fa suona come poco meno che una provocazione a quei giovani che vorrebbero mettere su famiglia e poco più che un ingenuo paradosso. In Scandinavia qualsiasi ministro di qualsiasi dicastero si guarderebbe bene dal lanciare una campagna meramente propagandistica (fallendo peraltro anche nella stessa comunicazione). Una campagna basata su slogan e concetti ripescati dal Ventennio e soprattutto priva di basi che la rendano credibile e difendibile. Il dubbio gusto e la viltà del conformismo spicciolo e banale che si nasconde dietro la contrapposizione delle due immagini di chi vive una vita sana e si riproduce e chi è nero e fuma canne e non fa figli, non merita nemmeno di essere commentato. Ma facciamo finta sia stato un problema di trasmissione agli uffici operativi (anche se ne dubito fortemente). Facciamo finta che sia stata incompetenza in ambito di comunicazione. Mettiamo anche da parte la questione della discriminazione delle famiglie non eteronormate che potrebbe nascere da una simile campagna. Chiudiamo un’occhio (solo temporaneamente sia chiaro) su tutto questo. Anche dal punto di vista del piccolo mondo della Lorenzin e di chi la segue, anche volendosi fare una famiglia alla “vecchia” maniera insomma, come riuscire nell’impresa resa immane dalle condizioni oserei dire drammatiche di un Paese quale l’Italia? Dov’è infatti il Welfare State necessario per motivare i cittadini a riprodursi (ammesso che una donna voglia farlo)? Ammesso che in un Paese come l’Italia sia mai esistito, la risposta è che l’hanno mangiato a colpi di tagli allo stato sociale e privatizzazioni più o meno tutti I governi degli ultimi decenni, anche e soprattutto lo stesso governo Renzi di cui Lorenzin è ministra, contribuendo a rendere l’Italia e il Mezzogiorno in particolare un Paese invivibile sopratutto per i giovani, i principali destinatari della campagna in quanto coloro che più degli altri si trovano in età riproduttiva. Come sarebbe stata strutturata una campagna del genere in un Paese come la Svezia? Facciamo un esempio storico. Nei lontani anni trenta quando in Italia c’era il fascismo, in Svezia cominciò il quarantennio ininterrotto di governi socialdemocratici e la costruzione dell’invidiato Welfare State svedese: gli scienziati sociali delle commissioni governative dettavano le politiche sociali e il governo, nella maggior parte dei casi, le trasformava in legge. Si era registrato un decremento delle nascite, gli esperti  governativi ne investigarono le ragioni e scoprirono che una delle cause era probabilmente la disoccupazione; inoltre i nuovi assetti familiari dovuti all’industrializzazione avevano incrinato I rapporti tra uomo e donna costringendo l’uomo ad allontanarsi dal focolare domestico per trascorrere in fabbrica l’intera giornata di lavoro. Come risolvere? Incrementando la gender equality (l’uguaglianza di genere, una differenza quella tra genere e sesso entrata nel senso comune svedese molto prima che in Italia se ne cominciasse anche solo a parlare e che i talebani nostrani gridassero allo scandalo). Si preoccuparono allora di studiare politiche volte ad immettere la donna (relegata alla domesticità) nel mercato del lavoro ed incrementare le condizioni di vita delle famiglie e dei bambini. Una delle misure fu anche quelle di controllare la sessualità della popolazione scoraggiando i poveri ad avere altri figli attraverso una prima forma di educazione sessuale, inoltre sempre negli anni ‘30 fu legalizzato l’aborto per certi casi particolari. Dopo aver studiato una serie di simili misure, magari accordate con un team di esperti veri e “disinteressati”, è possibile avere le carte per permettersi di dire ai cittadini “Bene, ora potete riprodurvi”. Ma in ogni caso bisognerebbe sempre aggiungere “Se volete”. Perché così come è stato ridefinito il concetto di infanzia negli ultimi decenni, qui in Svezia più che altrove, è stato ridefinito quello di maternità e di paternità. I vecchi ruoli imposti sono stati infranti. Gli individui liberati dal peso di essi. Le donne per realizzarsi non devono più fare necessariamente figli. Gli uomini per realizzarsi non devono più portare necessariamente il pane a casa. La Svezia è al quarto posto per uguaglianza di genere. L’Italia al sessantanovesimo (WEF), e dalla crisi (guarda caso) la disparità salariale è aumentata. Se il Sud fosse un Paese a se le cose starebbero ancora peggio. La disoccupazione giovanile sfiora il 40% (Istat) e se talvolta scende è per lavori ultraprecari o addirittura non retribuiti. In Italia si muore in ospedale a causa degli obiettori di coscienza, al Sud ci sono regioni in cui il diritto all’aborto è garantito solo dal 10% dei medici (Il Molise ad esempio ha il 93% di obiettori, la Puglia l’86%). In Svezia non è prevista l’obiezione. In Inghilterra è prevista, ma solo il 10% dei medici si rifiuta di praticare aborti. Il rapporto della banca HSBC sostiene inoltre che la Svezia sia il miglior Paese al mondo in cui crescere un figlio, l’Italia si piazza al trentaduesimo (dopo Turchia e Peru). Sono tutti numeri che riguardano donne e famiglie. Certamente numeri statistici, ma significativi per accorgersi che in un simile Paese la campagna della Lorenzin sembra provenire da Marte, più precisamente dal teatrino comico-marziano diretto da Skofic e Guzzanti.

Tomorrowland #2

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In un novembre freddo come il tuo appartamento

quando me ne sono appena andato

non ho nulla da chiedere alle luci del nord.

In una giacca inadatta a queste tempeste bambine

cerco una giacca bianca e inafferrabile come

un sole dell’Orsa.

Ma non ho barche da usare per attraversare le frontiere

tracciate dai corpi addomesticati

lungo le traiettorie delle petroliere esuberanti.

Non prenderlo come uno scherzo

le onde quando ti spettinano portano indietro i capelli sul serio.

Non prenderlo come uno scherzo

lascia che i vicini se ne freghino,

che le macchinazioni sui futuri intellettuali da bastonare e sulle pizze da non ordinare

abbiano luogo.

Non prenderlo come uno scherzo

mi imbucherò nelle petroliere

e finirò nella tua automobile anche se non ho barche da usare

per raggiungere le petroliere ma solo occhi stanchi

di non vedere più animali selvatici invidiarci.

M.Iammarrone

Primo giorno in una scuola superiore svedese – Parte I

Bene. Dimenticate per un attimo tutto ciò che sapete sulla scuola. Purgate la mente di tutti quei ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza che contribuiscono alla formazione del vostro concetto di scuola. Un insieme di immagini, più o meno grigie. Di tensioni. Di ansie. Di compiti non fatti mangiati dal cane o dal micio. Di permessi per andare in bagno. Ma anche di soddisfazioni, di bei voti, parole di apprezzamento ai colloqui coi genitori o da parte dei professori in presenza dei compagni di classe. Professori. Dimenticateli per un attimo e sostituiteli con degli insegnanti. Magari anche giovani, sorridenti e digitali. È così che li chiamano qui i professori: insegnanti. Nel curriculum che ho dovuto studiare prima di entrare nel Gymnasiet (la nostra “scuola superiore”) della cittadina svedese di Falun “insegnamento” e “partecipazione” erano sostantivi ricorrenti. Così come “uguaglianza di genere” (non parità dei sessi, uguaglianza di genere, e la differenza tra sesso e genere non ancora entrata nel senso comune italiano non è un caso e non è da poco). “Partecipazione studentesca” e “prospettiva internazionale” erano soli alcuni degli altri termini-chiave del curriculum.

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Un parco verdissimo mi conduce all’ingresso dell’edificio scolastico. È un museo. Animali imbalsamati vicino all’ingresso. È una struttura iper-moderna. Così come all’università che frequento tutte le porte sono dotate di un sistema di ingresso con codice. È un luogo di socialità (nonostante l’apparente approccio non proprio socievole della maggior parte degli svedesi). Armadietti e momenti di convivialità tra studenti e professori in appositi spazi ricreativi. L’architettura poi è quella tipica di questo Paese, con i mattoni rossi della regione Dalarna, i parquet e massiccio uso di legname finemente lavorato. Non smetto di sorprendermi quando, in un perfetto inglese, sono accolto dall’insegnate Adolphson e condotto nella staff-rum dei professori dotata di confortevoli poltrone ed anche di una cucina con forni a micro-onde per scaldare cibi portati da casa.

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Usciamo e incrociamo la mensa dove alle ore 11:30 pranzerò in compagnia di alcuni studenti. Un servizio per me accettabile, e più che buono da una prospettiva svedese avvezza a considerare il cibo più un bisogno fisiologico che un rituale di socialità. Sono gratuiti anche i (pochi) libri ed i computer portatili assegnati a ciascuno studente, fondamentali per svolgere i “compiti”. Ciascuno poi, come incoraggiamento, riceve 2500 corone (250 euro circa) al mese, a patto che sia presente al 70% delle lezioni annuali. I registri sono ovviamente delle tabelle sul computer dell’insegnate (stesso modello e colore dei computer dati agli studenti e un adesivo con scritto “Falun-Kommun”).

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La lezione di Adolphson è nell’aula 219 del corridoio NA16 (dove Na sta per “natura”). L’insegnante mi conferma che molto spesso gli studenti cambiano aula al termine di ogni lezione. “Bene”, penso. Hanno innanzitutto più libertà di movimento. Si comincia. Non si tratta di una tradizionale performance frontale, ma di una figura più avanti con gli studi che fornisce linee guida chiare e di studenti che le applicano, divisi in gruppi, servendosi dei loro portatili iperconnessi, spostandosi anche in altri ambienti della scuola se lo desiderano e senza chiedere il permesso per andare in bagno. Adolphson è un professore di storia e arte. Il compito dei suoi studenti questa volta è preparare un’esposizione critica relativa alle ultime elezioni svedesi (ipotizzare una maggioranza alternativa a quella formatasi), alle imminenti elezioni americane e al dibattito aperto sulla monarchia svedese. Si mettono tutti a lavoro e, devo dire, appaiono motivati. Forse perché l’atmosfera è particolarmente dialogante e conviviale. Non hanno il “lei”. Possono andare liberamente in bagno. Non sono lì incollati a una sedia da sei ore. O forse anche perché, come mi dirà Adolphson, a partire dal secondo anno (nostro quarto anno) possono scegliere quali corsi seguire (come fossero all’Università). Allora chi è lì non può non essere interessato a quello di cui si sta parlando.

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L’insegnante sa che la mia imminente laurea italiana in filosofia mi proietterebbe verso l’insegnamento. Mi rivela allora che la filosofia non gioca un ruolo di primo piano nella scuola svedese, è solo una delle materie a scelta nel secondo e terzo anno. Ma tra le materie obbligatorie del primo anno ci sono scienze sociali e religione. Specifica subito che si tratta di dibattiti su controverse questioni etiche (non esattamente la nostra imbalsamata IRC). Un conversare che non poggia magari su particolari basi teoriche o su citazioni pronte di autori classici, è vero. Ma che comunque pone al centro l’opinione degli studenti e la loro personale esperienza.

Molto si potrebbe poi scrivere sul perché in Svezia il posto che nei licei italiani è occupato dalla filosofia sia occupato dalla “religione” e dalle scienze sociali. Forse per via del loro amore per le statistiche o perché i loro nomi della storia del pensiero non hanno probabilmente avuto risonanza europea, o ancora perché le scienze sociali appartengono al patrimonio svedese più di quanto la filosofia appartenga al patrimonio del resto d’Europa (sin dagli anni trenta commissioni governative composte da scienziati sociali sono state determinanti nello sviluppo delle politiche per la famiglia e per le donne). Ma non è questa la sede adatta per approfondire l’argomento. Quello che possiamo però affermare è ciò che ogni lettore si aspetterebbe: e cioè che la scuola svedese è molto più scuola e molto meno caserma e ospedale delle nostre scuole superiori, ancorate ad un marcio presente a causa della carenza di risorse che renderebbe impossibile l’attuazione di una simile idea di scuola anche qualora ci fosse la volontà. Un simile sistema educativo, infatti richiederebbe ambienti fisici e risorse di una certa entità (quantitative e qualitative) al fine di sviluppare un rispettivo ambiente pedagogico e manipolarlo nella giusta maniera, nella direzione della partecipazione studentesca, dell’uguaglianza di genere, di un ripensamento dell’equilibrio dei poteri degli studenti e degli insegnanti, tutti fattori che, a dispetto di alcuni pregi come la supposta solidità della conoscenza teoretica, nella scuola italiana mancano.

Chi sono

Mi chiamo Matteo Iammarrone, classe 1995. Vent'anni di cui almeno gli ultimi cinque passati a gironzolare qua e là per l'Italia e non solo. Altri impiegati in webdesign e programmazione.
Moltissimi altri impiegati a scrivere canzoni e poesie e ad usufruirne. Dopo essermi laureato in Filosofia all'Università di Bologna, sto continuando gli studi presso l'Università di Stoccolma, la capitale della Svezia in cui mi sono appena trasferito.


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Non si esce sani dagli annidieci

La mia nuova silloge poetica edita con L'oceano nell'anima edizioni. Poesia intermezzata da prosa che la contestualizza, la introduce, la commenta. Un linguaggio in parte devoto al gergo giovanile e ai nuovi inglesismi, così come al cantautorato indie. Un affresco di sentimenti inclusivi, poliamori, storie poliglotte, polifunzionali, amori mai banali, liberi dall'ingombro del vecchio mondo. Riflessioni sulle narrazioni romantiche dominati, sulla proprietà, sul futuro del capitalismo e sul futuro stesso della poesia che è il futuro dell'uomo.

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Presentazioni: - Pescara, 8 Luglio 2016 - H21:45 - Circolo Babilonia (Via Campobasso); - San Severo (Fg), 18 Luglio 2016 - H20:00 - I Sotterranei (Corso Gramsci) - Bari, 2 Agosto 2016 - Ex Caserma Liberata BOLOGNA, 9 Dicembre 2016 - Poco ma buono (Via dell'Unione) (Per organizzare nuove presentazioni scrivetemi a contatto@matteoiammarrone.com o dalla sezione Contatti)
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