Se il mondo fosse ermafrodita – Appunti per re-immaginare

Un esercizio immaginativo per coloro che non hanno compreso il significato della battaglia per l’estensione del riconoscimento dell’amore al di fuori della coppia. Un paradosso dell’immaginazione per uno sguardo più ampio.
 
Supponiamo che l’accoppiamento non sia la forma standard della vita amorosa. Immaginiamo che “per natura” l’essere umano sia ermafrodita e oltre a essere ermafrodita si possa auto-fecondare e che sia questa la norma. Tutti i religiosi e i bigotti sono impegnati a difendere questa norma, imposta dalla divinità. In un simile mondo, data l’autosufficienza biologica, la forma standard sarebbe la masturbazione solitaria. Niente coppie allora ma solo individualità solitarie che amano se stesse e che procreano da sole. Per molti (me compreso) una simile realtà sarebbe dispotica. In questo dato mondo una minoranza di pazzi alternativi, trasgressivamente, si accoppia. Una grave perversione per i conservatori abituati a fare l’amore solo con sé stessi. Molti di coloro che rompono lo schema ufficiale non hanno una precisa consapevolezza del loro accoppiarsi, lo fanno come una vaga forma di intrattenimento e in ogni caso non credono sia una forma così nobile né la più sana di vivere l’amore e la sessualità, ma intanto si innamorano. E scoprono che possono innamorarsi anche degli altri non solo di sé. In un simile mondo poi accade che alcuni di questi “folli” accoppiati cominciano a lottare per eguagliare l’amore solitario a quello “trasgressivo” della coppia…Mutate solo due dei termini del ragionamento.

Dicono di me: Gianmarco Basta

Matteo Iammarrone scrive e canta della città e del viaggio, inteso alla Baudelaire come “Invito al viaggio”, viaggio da considerarsi al tempo stesso interiore e esteriore. Le sue canzoni sono popolate di incontri, di strade affollate di fonemi, da voce agli abitanti delle periferie del mondo, dove la periferie geografica fa da contraltare ai quartieri dell’anima. Abitanti abitati da tensioni, frustrazioni, urla liofilizzate in fondo alla gola che non riescono a sgorgare in parole e scavano dentro. Il cantautore sa come portare alla superficie il disagio di una intera generazione.
Se mi è consentito l’azzardo, rivedo in lui piú l’arte figurativa che la scrittura. Lo associo a Bacon e ai suoi corpi dilatati e guasti, a Fontana e i suoi tagli nelle tele, a Pollock che getta vernice sulle sue ossessioni.
Il cantautore racconta ciò che, di una vita, rimane più nascosto e sotterraneo, e le sue canzoni sono scritte per essere‐ più che cantate ‐ interpretate, recitate e vissute. E lui interpreta, recita e vive.
Come ogni talento che si rispetti, è così vasto il bacino culturale da cui attinge che diventa lui stesso modello della sua opera.
Grafomane, lettore onnivoro, cinefilo della prima ora, ogni sua esperienza viene radiografata e messa in movimento.
Diceva il poeta milanese Franco Fortini a proposito della canzone: Una sedia resta una sedia anche se nessuno ci si siede sopra, ma una canzone non è una canzone se nessuno la mette in moto, se nessuno la “agisce”.
Per fortuna ci sono ancora artisti capaci di fecondare la terra dei nostri pensieri. Così da ricordarci, per chi l’avesse scordato, che indignarsi è la forma piú alta della poesia.
Il cantautore, paroliere e poeta bolognese Gian Marco Basta dopo aver letto il mio libro Non si esce sani dagli anni dieci ha pensato di omaggiarmi con queste parole di apprezzamento che mi si sono già scolpite nel cuore. Lo ringrazio sinceramente per la sua sensibilità cosí come per la rinnovata stima nei miei confronti che, come egli stesso sa già, é assolutamente reciproca.

Riappropiarsi dei Pride ripartendo da Stonewall

Riporto un articolo che ho scritto qualche giorno fa per Lavocedellelotte: Riappropiarsi dei Pride ripartendo da Stonewall, e dunque dal loro spirito originario. 

Sono tornato dagli Stati Uniti qualche giorno fa e ho finalmente potuto constatare con i miei occhi alcune cose che mi incuriosivano di quell’orrendo Paese.
L’Estate è arrivata un po’ dappertutto ormai nell’emisfero boreale. E con l’Estate anche i Pride, in America come in Europa.
“Pride” è una bellissima parola che non dovrebbe esserci estranea. Significa “orgoglio”. Orgoglio di non essere conformi ai valori della società borghese, ad esempio, orgoglio di appartenere agli sfruttati, di averne consapevolezza, di cercare di costruire qualcosa di diverso e ancora, orgoglio di fare paura a quelli che stanno in alto, di riuscire a spaventarli indicando un mondo diverso e mostrando le contraddizioni del loro.

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Gli LGBT Pride in questi giorni celebrati in numerose città europee e americane vengono direttamente da quel 28 Giugno 1969 in cui Stonewall Inn, gay bar di New York, fu teatro di una rivolta che si estese a tutto il quartiere (un quartiere proletario) e che coinvolse soggetti non conformi (soprattutto sul piano sessuale e dell’identità di genere): perlopiù lesbiche e gay, ma anche drag queens, transgender, prostitute e homeless. Si rivendicava una libera espressione del proprio stile di vita e la fine della repressione poliziesca nei bar del quartiere e in generale. La rivolta era infatti scoppiata dopo l’ennesimo atto di repressione da parte della polizia nel quartiere: gli omosessuali (specialmente coloro che rivendicavano quest’etichetta e che magari non conducevano uno stile di vita borghese), così come anarchici, comunisti e attivisti sindacali erano parte integrante della lista delle categorie sovversive, nel rigido clima post-maccartista dell’America della guerra fredda.
L’anno dopo, nel 1970, in diverse città americane si cominciò a celebrare l’anniversario dei riot di Stonewall attraverso le “Gay pride marches” (Marce dell’orgoglio gay).
Mentre la democraticissima America perseguitava in varie forme gli omosessuali, e lo stesso facevano negli stessi anni l’Inghilterra e la maggior parte degli “Stati democratici”, a dispetto di alcuni pregiudizi che mi è capitato di sentire in giro attorno al rapporto tra bolscevichi e omosessuali,
dopo la Rivoluzione d’Ottobre la Russia divenne forse il primo Paese al mondo ad abolire il reato di omosessualità e per di più Lenin acconsentì apertamente alla presenza di omosessuali a ruoli di comando.

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Al Pride di Boston di quest’anno, a cui ho partecipato personalmente, così come al Pride di Bologna dell’anno scorso, a cui pure ero presente, non c’era però (quasi) traccia dello spirito che possiamo supporre animasse e abbia animato le proteste di quegli anni. Tutto è una sterile celebrazione spettacolarizzata dell’esistente, una sfilata di macchine costose e cartelloni pubblicitari di aziende gay-friendly (tra le quali anche big companies come la Microsoft!). Le concessioni in materia legalitaria (e quindi, ci tengo a sottolinearlo, puramente formale) che sono state fatte in particolare negli ultimi cinque-dieci anni sembrano aver assopito ogni sintomo di rivolta. La rimozione di temi “economici” che riguardando le vite concrete delle persone LGBT, molte delle quali sono sfruttate, precarie, studenti, etc… è funzionale a questo gioco di oblio e stordimento tanto caro quanto innocuo al potere capitalistico. L’impressione, andando al Pride di Bologna ma ancor di più a quello di Boston, è che la società borghese sia riuscita brillantemente nel suo intento fagocitante di appropriarsi delle rivendicazioni (giuste) del mondo LGBT regalando a parte di quel mondo (fortunatamente non a tutto, penso ad esempio al movimento queer) l’illusione che la felicità, anche per una coppia omosessuale, stia nello scambio delle fedi e nel santo matrimonio borghese centrato sulla coppia e la casa di proprietà.
Tutto questo però, ed è importante che lo dica per evitare sin da subito fraintendimenti, non significa, come vorrebbero farci credere “rossobruni” e “fusariani” vari, che i diritti LGBT siano intrinsecamente borghesi o peggio ancora che l’omosessualità sia un’invenzione dei padroni. Permettetemi di dire che chi afferma ciò non ha capito nulla del marxismo, anche solo per il semplice fatto che ignora la storia della famiglia (che è tutt’altro che storia di uomo e donna etero in coppia monogamica). Sebbene resti vero che la società borghese è in grado di piegare a sé (quasi) tutto, e esattamente in questa dinamicità sta la sua “forza”, questo non permette di argomentare che tutto o quasi tutto sia tout court un prodotto del capitalismo, significa semmai semplicemente che sotto un altro regime economico l’orientamento sessuale di tutti gli individui così come l’identità personale e la sessualità in genere, si manifesterebbero in modi che tutto sommato non possiamo ancora prevedere. Se considerassi vera l’assurdità per la quale i gay sono “pagati dal capitalismo” potrei chiedere al Prof.Fusaro se anche la sua orgogliosa eterosessualità sia un prodotto del capitalismo, dal momento che non c’è ragione di considerare l’eterosessualità come più rilevante, significativa o “speciale” rispetto agli altri orientamenti, non c’è insomma bisogno di considerarlo l’orientamento di default. A parte questa piccola digressione filosofica importante, ma in realtà non necessaria ai fini di quest’articolo, quello che occorre fare, nonostante tutto, è riappropriarsi dei Pride in Europa e nel mondo e delle rivendicazioni della comunità LGBT, o di parte di essa, per connetterle (o forse riconnetterle?) alle rivendicazioni economiche comuni a tutta la classe lavoratrice (o quindi anche alla stessa maggioranza dei soggetti LGBT). Non è un compito facile, ma certo il presente concreto è dalla nostra parte, dal momento che non è necessario essere marxisti per constatare che quei diritti legalitari e formali che la società borghese ha promesso e a volte concesso risultano piuttosto parziali se una persona poi, che sia etero omosessuale lesbica monogama non monogama bianca nera etc, ha difficoltà a trovare una casa da abitare, è costretta a lavorare 8 ore al giorno sottopagata, etc.

Pensare dunque essere