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When I was a child documentaries about space, asteroids and time travelling

When I was a child I used to watch documentaries about three things: space, asteroids and time travelling. Do you know why? 

I was trembling and laughing at the same time with secret joy and comprehensible fright thinking about the possibility of an asteroid destroying the entire world.

At the time for me the world was very small, at least as small as a shiny school in a shity small town of the most repressed province of the poorest country among the richest countries: south of Italy.

The end of the world by mean of an asteroid would give back to the teachers all my pain and get rid of all the trash of their souls thought the elimination of their bodies, their instructions, their prestige, their roles, the burning of their ridiculous branded clothes.

I loved to talk about space too. It was because I couldn’t stand relatives’ intrusiveness, compulsory smiles, compulsory hugs, compulsory manifestations of affection, compulsory good morning, good afternoon and good night. I couldn’t stand misogini, religious bigotry, entrapping gender-roles, priests pretending they were scientists, fascists pretending they were priests.

In other words, longed for space, or, why not, for gaining to space itself like the space child I’ve been and the spaceman I will never become because I was not good enough in math.

When I was a child I used to watch documentaries about three things: space, asteroids and time traveling. Do you know why? Because a time traveller at that time knew about you and prepared me to the meeting, because I already knew that you would come as predictable as an asteroid, as uncatchable as the space. 

Matteo Iammarrone.

Tilda e la nostra generazione di fantasmi

Tu, guardiano di una vecchia casa per cinquanta minuti hai tentato di prenderti cura di ogni dettaglio. Hai spolverato i mobili, catalogato  libri sconosciuti, rimosso le erbacce dal giardino. La vecchia casa quasi ti rispetta e quasi ti riconosce come uno dei suoi custodi. Il fascino con cui appari e la fiducia che infondi nella padrona di casa cresce di giorno in giorno, ma nonostante ciò un giorno, un giorno durato 50 minuti, al termine dei 50 minuti, trovi la porta di ingresso sbarrata. Ti ritrovi testimone di una fretta di andar via e di cacciarti, di liberarsi di te apparentemente ingiustificata dopo tutti quegli sforzi di dolcezza e attenzione. Ti è impedito l’accesso e sulla porta al posto delle solite chiavi ci trovi una lettera che dice che il lavoro fatto fino ad allora è stato impeccabile, ma che quel lavoro al tempo stesso non fa per te, tu non fai per lei (per la casa si intende e per la sua proprietaria). Non sai spiegarti bene come quando e perché il rifiuto sia scattato: nessun vaso è stato rotto nel tentativo di pulirlo per eccesso di zelo. Una volta eri sul punto di spolverare dove non era stato richiesto, è vero. Ma ti sei subito ritratto quando la padrona ha detto no, ha negato il suo consenso. Ed è stato allora (forse) che il rifiuto è scattato, il timore di non si sa cos. Benvenuti nel mondo dei grandi che hanno visto migliaia di volte in azione ma non hanno ancora capito come funzioni la mente umana, non hanno capito nulla delle cose che può mettere in moto un singolo dettaglio: dall’ascesa di Hitler al fallimento di un dating durato solo cinquanta minuti, dalla terza guerra mondiale alla metamorfosi incontrovertibile di uno sguardo nel complesso di un incontro giudicato piacevole: la rottura, la distrazione, il precipizio verso un finale atroce dura pochi minuti, gli ultimi 10 minuti di una vita durata 50. La metafora della casa è la metafora di Tilda, la ragazza Svizzera incontrata a Göteborg nel Novembre 2018 che passò da uno stato di grazia a uno di rigetto. Tilda era delle campagne di Zurigo, ama(va) cucire costumi per bambini e per gli attori di teatro, deve aver creduto che, come Frankenstein, sarei potuto diventare un mostro se solo fosse continuata ad esserci. Ma io so che si sbagliava.

Matteo Iammarrone.

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Trovate alle galassie una ragione per non temere (Wonder Women)

Mi rimproverò. Chi era? Mia madre,

un’amica oppure un soggetto dal genere volutamente lasciato aperto.

Mi disse: tu le ami non sentendo niente o sentendolo di tanto in tanto.

Come il fruscio sulla mia biro e sul mondo che si ricorda di essere attraversato dal vento solo quando la caduto del cielo lo scompiglia.

Mi disse: tu le ami ma non ricordi i loro viaggi,

ti giustifichi dicendo che i nomi sono solo etichette e che senza pesce non c’è memoria.

E l’animale che davvero ti muove stanotte ti suggerisce che la fame, le guerre e gli snob di strada

rendono in fondo il mondo un posto migliore.

Migliore perché sarebbe noioso senza,

dove la misura della felicità è l’impallidire dell’angoscia e del vuoto 

che prevalgono, mi disse ora, quando indovini l’assenza tra loro 

di quell’intesa che a mattino possederebbero due amiche nel letto,

due amiche estranee che per caso,

per amore dell’esperimento o per gioco,

ti ritrovi ad amare;

ma (io lo ripeto e mi difendo e non so che bisogno ci sia ma lo faccio),

se le amo è più per caso che per gioco,

è più per gioco che per noia, 

è più per noia che per conformismo.

E crollerebbe l’intero tetto del cielo facendomi sanguinare ogni singola parte del volto se anche una sola di loro partisse e abbandonasse la partita che abbiamo deciso di giocare assieme,

o si ferisse durante questo gioco che non è troppo diverso dal protagonista indiscusso

di tutte le canzoni e le fiabe d’avventura.

Tranne che per l’amarezza che non sia mai esistito smulltronstallet in cui l’alleanza di sguardi

abbia potuto dissipare

l’erba cattiva dal mistero di come siano fatte,

inconfessato mistero: l’ansia delle galassie di non avere sufficiente universo

dalla propria parte.

Matteo Iammarrone.