Riflessioni, poesia e sfogo

#iammaforeurope Approfondimento postumo su cosa ci siamo detti (2)

La ragazza austriaca (Lisa).
Lisa, ragazza di Salisburgo magrolina, con la carnagione chiara e una vaga posa deliziosamente sensuale, mi parla del loro Mozart mentre mangiamo un pessimo gelato pagato un solo euro pur di mangiarci un gelato assieme e di incoronare questo sogno di aver assaggiato un gelato austriaco.
Mi parla del loro Mozart che è dappertutto in strada (sui camion dei gelati, sui manifesti che pubblicizzano mostre, sulle magliette in vendita ai turisti). E, tornando a se stessa, mi spiega anche che il suo imponente cognome (Wagner) è molto comune nelle Germanie (“Il tuo cognome è lo stesso dell’ex amico di Nietzsche! Non sarai mica una sua parente?”).

Mi fa da cicerone per la sua città, la sua disponibilità nel farlo era chiara e manifesta sin dal primo messaggio su couchsurfing quando le chiesi di ospitarmi e mi rispose che in quella data non poteva, ma voleva a tutti i costi incontrarmi. Per mostrarmi la città appunto. Per allenare il suo inglese appunto. E per ascoltare la mia musica.
Non poteva perché il giorno dopo sarebbe andata “into the wilde” a fare una gita con amici in uno chalet di montagna nel cuore del verde, con poche risorse e senza cucina. Lontana dalla modernità e dal capitalismo maturo della sua Austria insomma. Ho citato “Into the wilde” perché è un film il cui spirito ci accomuna. Un film che abbiamo visto entrambi (anche se in lingue diverse, ma un giorno mi piacerebbe vederlo assieme, in inglese). Anche il non mangiare animali ci accomuna (e vi dico che per caso tutti coloro che mi hanno ospitato in questo viaggio erano vegetariani o vegani). Le chiedo, in base al mio pregiudizio su quei Paesi, se ha problemi a trovare cibo vegano, mi risponde di no, nessun problema (e infatti proseguendo nel viaggio scoprirò che il mio era un fottuto pregiudizio: in Germania e dintorni c’è un sacco di roba veg, forse perché l’industria alimentare è più avanzata, è più difficile trovare cibi semplici, ma salse, salsette, erbe e diavolerie di ogni genere si trovano facilmente. E poi il pane. Il pane bavarese nello specifico è eccezionale)
Occupiamo la panchina di un famoso giardino, mi aiuta a trovare una fontanella per riempire l’acqua, ha con sé del thé che beve (e deve bere mi dice) quotidianamente, tre volte al giorno. Come chiunque lì abbia con sé un liquido da bere (che sia acqua o thé) lo conserva in una borraccia grigia (le bottigliette di plastica credo siano passate di moda).
Si rammarica (come molta della gente incontrata) di non comprendere i testi, “devono essere molto profondi i tuoi testi, peccato siano in italiano” e infatti provo a tradurglieli al volo in inglese con discreto successo (tradurre canzoni e testi di poesie al volo e alla lettera non è quasi mai una buona idea!). Mi conferma l’assenza di una tradizione cantautorale nella cultura germanica, come immaginavo. Tuttavia ci sono band che fanno bei testi e che vanno molto tra i giovani, come i Rammstein che sia io che lei conosciamo.

Della politica mi dice che in Austria c’è un partito “anti-immigrati” ed hanno problemi di xenofobia, così come di omofobia, ma dai racconti deduco che sono marginali rispetto a quelli della reazione italiota (Più tardi nel mio viaggio parlando con una italiana che vive a Monaco mi racconterà che in Germania sarebbe impensabile un presidio anti-194 o un Family Day come quello che c’è stato a Roma).

Lisa infine mi accompagna in stazione, fino al binario. Di una gentilezza incantevole. Ma quando devo salire sul regionale per Monaco mi porge una fredda mano per un saluto distante. Pace.

Americani e americane.
Tutti quelli incontrati hanno una storia d’amore a distanza con l’Italia. Nessuno mi hai mai fatto facce in strada quando ha sentito l’italiano, una lingua considerata oscura, e saggia.
Sono gli statunitensi. E le statunitensi. A Berlino in una piazza una di loro era in bicicletta. Rallenta, mi si avvicina e mi chiede se è quella Karl Marx Strasse. Quando ho saputo che é americana, la richiesta di KarlMarx Strasse mi ha fatto sorridere. “Non lo so, ma credo di sì, anche io sto cercando Karl Marx Strasse comunque”. Prende il manubrio della sua bici per le mani e ci incamminiamo per una lunga passeggiata sul marciapiede di Karl Marx Strasse. E’ a Berlino per studio, io le racconto di me. Mi dice che vorrebbe venire in Italia un giorno, Che la ama. Quando le rispondo che forse un giorno vorrei esplorare anche io gli Stati Uniti (ma più che altro West-Coast, e le campagne non le città), mi chiede il perché. E non so rispondere esattamente. MI dice di preferire l’Europa. Le lascio il mio contatto facebook. Mi ringrazia. E’ gioiosa, bollente quando mi abbraccia per salutarmi. Fila via in un appartamento e sparisce come un quadro sotto un gioco di prestigio di Copperfield.
Praga a notte fonda è una città fantasma. I suoi tram sono mistici e stimolano la fantasia come una guerra fredda.
Si danno il cambio per tutta la notte come guardiani di una frontiera invalicabile. E mentre tu li aspetti pensi che succederà qualcosa, che ti rapiranno per portarti in un film di 007 o che la loro reale destinazione è un ballo in maschera a Venezia. I passeggeri alle fermate sembrano tutti mascherati. Una di loro è alta, ha i capelli corti e un piercing. Ma un sorriso che fende la notte. Con una scusa comincia a parlarmi, mi chiede il nome, poi dove vado. Io dove va lei. E mi risponde senza problemi dicendomi anche via e numero. E americana e fa i salti di gioia quando sa che vengo dal Sud Italia. Conosce Bologna, le piacerebbe esserci stata. Ma ha sentito parlare anche del mare del sud. Deve correre su un tram che arriverà cinque minuti dopo. Peccato, le dispiace. Esita. Forse vuole lasciarmi il suo contatto. Non me lo lascia, ma mi fissa fino a quando le porte del vecchio tram sovietico non si richiudono ponendosi come ostacolo visivo insormontabile,
com’è inafferrabile e amaro il sapore delle occasioni abortite per sempre.
La sera prima, non lontano da lì, in una birreria piena di scritte italiane, c’era un gruppo di americane che giocavano a calcio balilla e bevevano una eccezionale birra ceca. Quando sto andando via una di loro mi si avvicina, mi corre incontro. Ha la carnagione olivastra e dice di essere messicana, di vivere negli States, ma di aver vissuto a Firenze per sei mesi. Mi parla italiano. MI sembra una sognatrice confusionaria, insiste per fare una passeggiata, le va troppo di parlare con me.
Raccoglie delle pietre per strada e le mette al loro posto. Si guarda attorno volteggiando e ubriacandosi delle stelle di Praga, della visione della torre dell’orologio deserta e della sofferenza di non avere tutto questo europeo ben di dio anche negli States, così luccicanti, moderni ma vuoti. Vuoti come una canzone di Povia!
Studia Storia dell’Arte, e vorrebbe tornare a vivere in Europa. Odia il capitalismo, quelloa americano specialmente, ecco perché.
Di Todd ho già parlato dunque non mi dilungherò molto su di lui: come ho già detto è un uomo adulto di grande gentilezza e pacatezza, ci ha raccontato dei suoi viaggi, di come sognava l’Europa da giovane, di come l’abbia attraversata in bicicletta stando sei mesi fuori di casa. Oltre a questo però ha anche un non so che di misterioso, quando se ne sta a meditare in giardino e fa sprofondare i pensieri di quella vallata alla periferia di Praga. Quando gli chiedo cosa faccia a Praga, di cosa si occupi, perché abbia quella villa, mi dà una risposta evasiva. Mi dice “Ho dei figli qui”. Ma non capisco. Non insisto. Non capisco bene cosa nasconde, so solo che è gentile, mi ha dato il permesso di prendere ciò che voglio in frigo, di usare la cucina, mi ha dato un letto e l’opportunità di alloggiare a Praga e di conoscere altri viaggiatori, e tutto ciò mi basta. Questo è Todd. Mille libri e mille cartine geografiche per tutta la casa, addirittura in bagno, e centinaia di feedback positivi su couchsurfing.
Nel suo “rifugio” in cui ospita viaggiatori da ogni dove (quindici, venti per volta) incontro un garbato uomo newyorkese e un bizzarro signore anziano canadese, ospite anche lui, il quale appena sapute le mie origini nomina Casanova, ridacchia e mi fa: “Sai cosa diceva casanova? Io amo le donne, ma la libertà di più”.

Tutt’oggi mentre ricordo mi chiedo ancora cosa segretamente tutte queste persone hanno pensato e pensano di me.

Pasolini è ancora vivo.

Ho incontrato un vecchio ieri notte

se ne stava rannicchiato in un vicolo isolato

sotto le stelle di di un portico poco frequentato

non aveva occhi,

ma rughe partigiane e occhiali neri da intellettuale.

Ho incontrato un vecchio che mi ha stroncato il fiato

quando mi ha detto che Pasolini non sarebbe morto.

Per Piaolo se ne starebbe in un soffitto della sua Bologna

scalzo e novantenne a scrivere per non pubblicare

a tramandare e custodire

misteri da non dire,

per non farli tramontare.

 

 

E quel corpo sfregiato rinvenuto all’idroscalo

non sarebbe il suo, ma di un qualche altro angelo sacrificato.

 

Ho incontrato un vecchio

abbiamo brindato al buio e al buon senso

dello scrivere di umili persone

ad Enrico Mattei, fatto cadere perché voleva volare,

a qualche vecchia poesia,

ai proletari tra quelli della polizia.

Abbiamo scherzato sulle sentinelle

in allerta per i figli della luna,

sui Napoleone alla conquista dellI’Italia,

sulle post-democrazie, sulle nuove introspezioni

e le vecchie dee che sanno ancora far sperare.

Ho incontrato Pier Paolo ieri notte dopo aver suonato,

rileggeva “Petrolio”,

sotto un portico isolato,

avevano freddo le sue scarpe rotte,

non avevamo bevuto poco.

M.Iammarrone

Pasolini è ancora vivo!” mi tuonava un signore anziano l’altra notte, dopo che avevo finito di suonare in un locale. Ero nei pressi di Piazza Aldrovandi (Bologna centro). Ho raccontato l’esperienza in un post di facebook agli internauti che mi seguono. E ci sono cascati in molti. Chissà quali suggerimenti, quali analisi, quali considerazioni sulla nostra era politica e sociale Pier Paolo Pasolini ci avrebbe regalato se solo, se solo per davvero non fosse stato bastonato quella volta da  chi l’ha voluto e lo voleva assolutamente morto.

 

Co-produci il primo album (con etichetta) dei Fitzroy!

Questo non è né un mini-saggio di politica, né una riflessione filosofica, né tanto meno una poesia.

Questo è invece un appello.

Oltre a cantare e suonare come singolo, come vi avevo annunciato e fatto capire più di una volta, sono anche penna e voce di un progetto electro-indie nato da circa un anno sulle ceneri di un altro che invece pre-esisteva da diversi anni: ci chiamiamo FITZROY (come il quartiere di Melbourne e come il capitano a capo della spedizione che portò Charles Darwin in giro per il mondo).

Dopo esserci sbattuti parecchio nel corso del 2014 per il nostro nuovo e più maturo lavoro (Luci, lampi e luminose sconfitte), abbiamo provato a cercare etichette indipendenti che ci promuovessero e ci siamo riusciti, ricevendo buoni riscontri. Quella con cui però vorremmo firmare il contratto ci ha (giustamente) chiesto di ri-registrare l’album più professionalmente, seguiti da loro, in un vero studio, nelle campagne di Ferrara, in una full-immersion in Agosto.

Per fare ciò ci servono fondi e per sostenere tali spese abbiamo avviato una campagna di crowdfunding su musicraiser.


In cambio di un contributo ci sono esclusive e fantastiche ricompense!!

Un aiuto a noi è un aiuto alla musica nuova.

Grazie.

PER CONTRIBUIRE: http://www.musicraiser.com/it/projects/4008-luci-lampi-e-luminose-sconfitte

 

Chi sono

Mi chiamo Matteo Iammarrone, classe 1995. Diciannove anni di cui almeno gli ultimi quattro passati a gironzolare qua e là per l'Italia e non solo. Altri impiegati in webdesign e programmazione.
Moltissimi altri impiegati a scrivere canzoni e poesie e ad usufruirne. Attualmente studio Filosofia presso l'Università di Bologna e cerco di sopravvivere ai suoi anni dieci (gli anni zero sono già morti da un pezzo!)

Il mio libro

A sedici anni ho pubblicato "L'amore ai tempi del metrò"
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