Archivi categoria: Politica & Attualità

In memoria di Claudio Lolli

1044856_387687188019139_1472076440_n1

Claudio Lolli è morto. Non è una bufala. Pochi giorni dopo Riccardo Paradoz se ne va anche Claudio Lolli. Che interi campi fioriti e schiere di grandiosi cantastorie senza paura germoglino dal suo cadavere! Non riesco a scegliere una sola canzone delle tante che il grande poeta, cantautore e amico Claudio Lolli ha composto nella sua vita non troppo lunga, purtroppo, ma sufficientemente da poter lasciare segni indelebili. E uno dei segni indelebili che ha lasciato oltre alle canzoni che tutti possono ascoltare, ma non tutti comprendere nella maniera in cui lui avrebbe voluto, sono i suoi sorrisi gentili e schivi, quella volta che con Federica Patrizi andai a citofonargli in qualità di semplice “fan” e lui mi aprì, in Via Indipendenza a Bologna, mi fece salire e fu come salire in Paradiso a casa di un grande che poteva capirmi, consigliarmi, ascoltarmi. Claudio è stato come il vecchio zio che non ho mai avuto. Ieri sera qui a Ravenna dove mi trovo per puro caso conobbi, per ragioni di Karma come egli stesso vuole credere, un simpaticissimo e folle “ballerino” anch’egli catapultato in questi confusi anni dieci direttamente dagli anni ’70: abbiamo parlato di Claudio, ci siamo chiesti come stava, e quella è stata l’ultima volta in cui l’ho pensato e lui era ancora vivo sebbene sicuramente sofferente e provato dalla malattia.


Dopo aver scritto di getto il post sovrastante su Fb ho pensato meglio a quali canzoni potrebbero rappresentare il mio modo di sentire Claudio e quale, al contempo, possiedono per qualche ragione un valore storico e/o letterario particolare:

Contemporaneamente ho meditato su quale delle numerose mail frutto della nostra corrispondenza virtuale potesse meglio rappresentare il suo spirito, quello di uno zio buono, un eterno e fraterno compagno. Ho scelto proprio l’ultima in cui parla del mio Non si esce sani dagli anni dieci.

lollicla

La Sharing Economy e il lavoro gratuito su workaway

Quello della sharing economy è un concetto piuttosto ampio e a volte ambiguo, come vedremo nel caso di Workaway. L’idea è quella che il capitalismo come risposta all’ultima grande crisi sia cambiato e abbia partorito in sé tendenze di consumo e forme di scambio “più consapevoli” e “dal basso”, basate ad esempio sul riuso, piuttosto che sull’acquisto e sull’accesso ai beni piuttosto che alla proprietà di questi ultimi. A lanciare e a sviluppare queste forme sono state piattaforme digitali e app come Uber, Airbnb, Couchsurfing, Workaway, Blablacar. Ognuno di questi casi andrebbe analizzato singolarmente, perché ci sono differenze importanti. Tuttavia, e qui veniamo alla prima grande perplessità, un comune denominatore di questi percorsi è che in fin dei conti dietro ciascuna di queste piattaforme c’è (quasi sempre) un azienda che fa profitto (chiedendo una quota di iscrizione al sito e/o prendendo una percentuale sui singoli servizi). Di più, in molti casi, al colosso che fa profitti si affiancano privati che trasformati in piccoli imprenditori, e in qualche caso, nemmeno troppo piccoli. Pensiamo allo sciopero dei tassisti contro Uber: niente di nuovo sul fronte occidentale, solo un “normale” scontro di interessi economici contrapposti: un caso esemplare di come la sharing economy non rappresenti una vera solida radicale alternativa al sistema, ma al contrario non possa per definizione sottrarsi ad essere parte dello scontro di interessi intercapitalistici.

Couchsurfing, al contrario, sembrerebbe un caso a sé data la gratuità del servizio (utenti da tutto il mondo ospitano a casa propria altri utenti, e ciascuno può ospitare, se ne ha la possibilità, o essere ospitato). Sebbene vadano riconosciute le sue potenzialità nel creare e sostenere relazioni sociali gratuite e sostanzialmente scevre dalla logica di profitto, non va dimenticato che nel 2011 Couchsurfing è ufficialmente diventata una for-profit-corporation (che spinge i propri utenti a pagare delle quote, diventando utenti “verificati” e perciò più “affidabili” e dunque con maggiori probabilità di ricevere ospitalità). Alla lista delle perplessità andrebbe aggiunta quella relativa della gestione dei dati: i dati personali sono oggi preziosi come il petrolio e, anche laddove nessuna somma di denaro è direttamente richiesta agli utenti, i loro dati personali sono molto spesso il prezzo da pagare per l’uso del servizio, dati che, in un modo o nell’altro, vengono “monetizzati”. (Vedi Facebook).

L’intenzione di questo pezzo, però, non è tanto offrire una risposta netta a come collocarci rispetto alla sharing economy, ma piuttosto introdurre i lettori alle trappole e alle ambiguità che queste applicazioni nascondono.

Un esempio veramente significativo è, per quanto mi riguarda, quello di Workaway. Esso è, sulla base della mia esperienza con queste piattaforme, quanto di più vicino possa esserci al crudo rapporto di sfruttamento padrone-operaio.

Workaway.com è un popolare sito web utilizzato soprattutto da giovani che amano viaggiare e migliorare le lingue. Porta con sé la promessa e lo scintillio moderno di lavoretti flessibili in contesti sorridenti, amichevoli, internazionali, multilingue e cosmopoliti. La verità è che, come il sito stesso ufficialmente prevede, molti di questi lavori sono non pagati (i “volontari” ricevono in cambio alloggio e cibo), e non esiste alcun contratto che regoli le mansioni richieste negli annunci né le condizioni in cui vengono svolte, ma solo un accordo verbale tra il volontario e l’inserzionista. Questo significa che, se in qualche caso, il giovane volontario capita a fare il baby-sitter tre ore al giorno nella casa di una ricca famiglia al centro di Parigi mangiando caviale tutte le settimane, in molti altri casi può succedere di finire a dormire in una bettola, dover lavorare sette al giorno ottenendo in cambio un po’ di cibo scadente. Per di più, alcuni inserzionisti tengono (intenzionalmente) nascoste sul sito regole che il volontario scoprirà solo una volta arrivato sul posto. Per molti di questi volontari non è facile abbandonare il lavoro perché magari si trovano lontani da casa. Per di più alcuni padroni sono meschinamente bravi nell’esercitare una certa pressione psicologica. Si potrebbe controbattere che il sistema di feedback dovrebbe proteggere da questi sistematici abusi, la verità è che uno dei problemi della rete è creare un sistema di feedback realmente affidabile e in cui ciascuno si senta realmente libero di scrivere la verità della sua esperienza: spesso questi “padroni” che usano workaway per sfruttare forza lavoro gratuita non ricevono feedback negativi perché i volontari sono sotto il ricatto di ricevere feedback negativi a loro volta oppure per pigrizia o ancora perché i volontari, diseducati alla lotta e inconsapevoli dei diritti che gli spettano, tendono a rimuovere dalle memoria l’esperienza di sfruttamento cercando di ricordare solo quel poco che hanno ricevuto (cibo, ospitalità etc…) in cambio delle loro braccia. Il fatto che il posto di lavoro in queste esperienze coincida con il proprio alloggio e che spesso questo sia condiviso con il padrone-inserzionista, come è facile immaginare, non aiuta di certo a prevenire situazioni di sfruttamento, ma anzi è parte di quella moderna e propagandata flessibilità che sta abolendo la giornata lavorativa fissa per sostituirla con l’ambiguità delle ore flessibili, in cui il tempo del lavoro coinciderà perfettamente col tempo della vita.

Scritto per LaVocedellelotte.

L’Alternanza-Scuola lavoro e l’idea di scuola diseguale già fallita in Svezia

Riporto di seguito un mio contributo per Lavocedellelotte.it riguardante un possibile parallelismo tra alcune ambiguità della scuola svedese e le chiare intenzioni della Buona Scuola e dell’Alternanza Scuola Lavoro promossa e propagandata a gran voce dai governi liberisti di PD & friends.  

La scuola svedese vive una grande contraddizione. Se da un lato, come ampiamente evidenziato un anno fa sul mio blog, è un modello inimitabile in quanto a comfort e modernità degli ambienti, libertà di movimento degli studenti, assenza di gerarchie e interessanti elementi di welfare (libri e mensa gratuiti per tutti), dall’altro i contenuti dell’insegnamento, che sono poi la sostanza più viva dell’istruzione stessa, soffrono di quella che potremmo definire una grave patologia “ideologica”: sono infatti perlopiù orientati a fini utilitaristici. E quando dico “utilitaristici” mi riferisco a un particolare tipo di utilitarismo: non al (condivisibile) utilitarismo di Bentham, né a quello che nei dilemmi etici suggerisce di sacrificare un minor numero di persone per salvarne un maggiore, ma a quello molto specifico del mercato e dell’economia. Sebbene il pragmatismo scandinavo sia rinomato e abbia radici profonde, dai racconti degli svedesi più anziani mi è parso di capire che solo negli ultimi anni c’è stata una forte accelerazione in questa direzione, verso un tipo di pragmatismo-utilitaristico specifico del mercato. (C’era un tempo in cui nella scuola svedese, ad esempio, si studiavano le poesie e le opere di Strindberg. Oggi le cose sono cambiate. Perché ti chiedono: a cosa serve studiare i drammi di Strindberg?).

E veniamo all’Italia. Quello che potrebbe succedere a breve, e sta già succedendo con la famigerata Alternanza Scuola-Lavoro lo evidenzia lo storico Alessandro Barbero in un video circolato nelle scorse settimane su FB e che vale la pena di ascoltare:

(*In caso di problemi nella visione del video cliccare su questo link: https://www.facebook.com/ironmatteo/videos/10215533912729748/?pnref=story)

Il rischio è davvero quello di peggiorare i contenuti dell’insegnamento orientandoli ai fini del mercato e all’ossessione di ciò che è utile nell’imminente, senza al tempo stesso intervenire (ed anzi totalmente ignorando!) quelli che sono i veri problemi della scuola italiana, come l’accessibilità e la gratuità, l’inclusione, il welfare, le condizioni delle strutture, gli eccessivi formalismi e la verticalità dell’insegnamento. Lascio da parte il dibattito se sia possibile conciliare la “libertà” e il welfare della scuola svedese con i contenuti (più complessi e articolati) e la didattica della scuola italiana (a mio parere lo è, ma non è questo il tema principale dell’articolo). Quello che invece è importante sottolineare è come l’Alternanza Scuola-Lavoro e la Buona Scuola, imitando il resto d’Europa (la Svezia inclusa) e impoverendo perciò la scuola di ciò che è “inutile”, mettono in discussione la sua funzione sociale di “livellamento” e diffusione della conoscenza tra le masse, ottenendo l’effetto di relegare la cultura e la conoscenza a un elitè (segnando quindi un ritorno al passato, a ciò che era stato prima della diffusione dell’istruzione di massa). In Svezia in un certo senso questo succede già: l’accessibilità di scuola e università è sì garantita a tutti e tutte, il loro welfare è sì invidiabile, ma la loro qualità in termini di carenza di “inutile” relega spesso alle esperienze e al bagaglio dei singoli e delle loro famiglie la maggior parte delle “stimoli” più importanti. Credo che tutto ciò applicato al contesto italiano, dove la povertà assoluta e relativa è più elevata che in Svezia e dove molti meno hanno case piene di librerie e molti meno viaggiano, potrebbe avere, sul lungo periodo, conseguenze catastrofiche in termini di (ulteriore) allargamento della forbice della disuguaglianza.