Inte ens en sekund

Vad skulle man skriva om en låt som är född väldigt spontant under en trevlig sommarkväll på min husträdgården i Norra Hisingen?  Jag samlade ihop flera intrycken om Sverige och svenskar och deras väldigt unik sätt att se på livet, se på sig själv och se på andra människor. Deras ointresse i andra människor å ena sidan, deras intresse i naturen å andra sidan. Den andra är nästan en mystisk relation. Den första ser ut som helt enkelt som apati, likgiltighet och ibland även dumhet till en stor majoritet av de som inte är född eller växte upp i Skandinavien. I den här låten fokuserade jag på den andra aspekten: många svenskar är så praktisk-orienterad att de kan inte uppskatta drick-kulturen, till exempel. Dessutom, de verkar inte ha känslor för varandra, har jättesvårt att vara empatiska och har för blyga för att kyssa på torget.

Du frågade mig en gång vilket ord skulle passa bäst
för att beskriva ditt land
Jag ska ge dig inget svar
Jag ska ge dig inget svar
Jag vill inte få dig sur på mig.
Två killar spelade gitarren i Järntorget,
De sjöng Håkan Hellström, ingen vågade lyssna.
När två tjejer började dansa, ingen vågade titta.

Glimten i deras ögon antydde att deras liv inte kunde möta våra.
Jag ville inte stöta dig, förstås
så jag inte svarade på frågan, såklart
men nu snälla lyssna på mig.

Det livsviktiga ord som jag aldrig läser nånstans men som alltid finns överallt är
Likgiltighet, Indifference, indifferenza, obojentnosc.

Ref. Alt. Inte ens en sekund, inte ens en sekund, du får fråga en information på gatan och du får se.

Du får bjuda alla svenskar du känner på den bästa vodka du köpte och du får se vad som händer.
Du för skrika i en pub att du hittade på lösningen till alla frågor av samhället
Och ingenting händer, du får se vad som händer.

Du får titta omkring i livsfarliga lugnet
ingen är förälskad och de som älskar kyssar inte på torget
inga drömmande unga läser böcker på gatan
tiden att drömma med böcker är slut för länge sen,
du får se.

Special. En gång en kille som gillar Black Sabbath
Hade ingen aning vad som hade hänt 1968.
På skolan lärde vi oss hur man skickar ett brev
men vi saknade känslor för att veta vad man skulle skriva ner.

Inte ens en sekund förre du kastar bort denna låt som om jag aldrig hade kört den här sång.

Matteo Iammarrone.

In memoria di Claudio Lolli

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Claudio Lolli è morto. Non è una bufala. Pochi giorni dopo Riccardo Paradoz se ne va anche Claudio Lolli. Che interi campi fioriti e schiere di grandiosi cantastorie senza paura germoglino dal suo cadavere! Non riesco a scegliere una sola canzone delle tante che il grande poeta, cantautore e amico Claudio Lolli ha composto nella sua vita non troppo lunga, purtroppo, ma sufficientemente da poter lasciare segni indelebili. E uno dei segni indelebili che ha lasciato oltre alle canzoni che tutti possono ascoltare, ma non tutti comprendere nella maniera in cui lui avrebbe voluto, sono i suoi sorrisi gentili e schivi, quella volta che con Federica Patrizi andai a citofonargli in qualità di semplice “fan” e lui mi aprì, in Via Indipendenza a Bologna, mi fece salire e fu come salire in Paradiso a casa di un grande che poteva capirmi, consigliarmi, ascoltarmi. Claudio è stato come il vecchio zio che non ho mai avuto. Ieri sera qui a Ravenna dove mi trovo per puro caso conobbi, per ragioni di Karma come egli stesso vuole credere, un simpaticissimo e folle “ballerino” anch’egli catapultato in questi confusi anni dieci direttamente dagli anni ’70: abbiamo parlato di Claudio, ci siamo chiesti come stava, e quella è stata l’ultima volta in cui l’ho pensato e lui era ancora vivo sebbene sicuramente sofferente e provato dalla malattia.


Dopo aver scritto di getto il post sovrastante su Fb ho pensato meglio a quali canzoni potrebbero rappresentare il mio modo di sentire Claudio e quale, al contempo, possiedono per qualche ragione un valore storico e/o letterario particolare:

Contemporaneamente ho meditato su quale delle numerose mail frutto della nostra corrispondenza virtuale potesse meglio rappresentare il suo spirito, quello di uno zio buono, un eterno e fraterno compagno. Ho scelto proprio l’ultima in cui parla del mio Non si esce sani dagli anni dieci.

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Ho sentito la mia voce in un disco chiamato Terra

Vasco Brondi è ormai ultratrentenne. Nonostante ciò e il fatto che non sia più un novellino, non riesco a cessare di percepirlo come un mio compagno di viaggio, come un amico di strada e di autostop e di terre aride e locali in cui non ti pagano, un mio pari solo un po’ più cresciuto e soprattutto solo un po’ più famoso.

Quando scriveva e registrava “Terra“, il suo nuovo disco che qui di seguito posto, deve essersi sintonizzato su quelle stesse radio di guerra che trasmettono “racconti di battaglia” su cui ero sintonizzato io mentre scrivevo “Non si esce sani dagli anni dieci” (2016). Ed è proprio di anni dieci, non a caso, che parla un recente articolo di Repubblica che, come poche volte era successo, loda il suo nuovo lavoro. Sembra insomma che il pregio di uno che considero un poeta, un autore sicuramente troppo spesso bistrattato e sottovalutato, sia ora crescentemente riconosciuto.

E nel nuovo disco Vasco non ha paura di contaminarsi, continua ad innovarsi quanto e più di come aveva già fatto con “Costellazioni” (2014), stavolta sperimentando sonorità etniche e forse una leggera vena pop. Nei testi però lo sguardo è sempre in alto, verso lo spazio, ma stavolta più calibrato, verso la terra e i suoi “orizzonti infiniti”. E ciò che fa, mi pare, sia raccontare gli anni dieci. Gli stessi spazi di guerra. I bambini. I migranti. L’iperconnettività e la realtà che “sporca, è lì da qualche parte”. La moltitudine e la solitudine con le sue tentazioni suicide di cui avevo scritto in una canzone inedita composta in Svezia ispirandomi ad una mia vicina di casa. Moltitudine o solitudine contrapposte come alternative. Il pensiero va all’aut-aut che presento in una poesia del mio libro tra l’i-phone e il futuro (“Volete il futuro o volete l’phone?”).  Una certa religiosità laica fa da eco sullo sfondo di questo disco (“nei secoli dei secoli, nei secoli dei secoli”, “e mi liberi dal male”). Liberarsi dal male, dal male e dalla tentazione di fermarsi, gli faccio eco con un’altra mia canzone. Il dio in gioco è quello dei senza dio-post moderni di cui pure parlo nel mio libro. Che forse sono i social, forse è la poesia, forse è qualcos’altro. Il viaggio anche in Vasco domina ancora. Un viaggio intergalattico di cui la cifra sembra essere “L’amore e la violenza”, per citare un altro bel disco (quello dei Baustelle). Intergalattico sì, ma ancora assolutamente terreno.