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60 centesimi

Clap! Clap! Un meritatissimo plauso ai professoroni del Fiani di Torremaggiore (FG), così di buona famiglia, così composti nei valori, così pacati e socratici nei metodi, così clementi con tutti gli alunni, così sopratutto…garbati, sì garbatissimi ed educati…e che altro…ah sì, così dotati di self-control…un grande plauso! Voi sì che mi avete illuminato, maestri di vita, voi sì che il 60 me l’avete appioppato perché sono venuto sotto casa a corrompervi cantandovi “Quando tornerai dall’estero” modificata con “Datemi 60 centesimi, datemi 60 centesimi”. Vi amo infinitamente, come amo il vostro “capo” (cit.) dal polso fermo, dalle scelte decise, dalla grande fermezza e saggezza.

Ma sopratutto vi ringrazio perché con questo 60 scongiuro la possibilità di intraprendere una sanguinosa carriera militare o poliziesca (è necessario 65) ed inoltre vi ricorderanno alle università in cui andrò come i coglioni che hanno messo 60 a Iammarrone, ma io vi difenderò e dirò a chi vi attaccherà: ma professore x, mi meraviglio di lei. Davvero pensa che lo spessore culturale di un individuo sia direttamente proporzionale ai suoi voti scolastici? Loro mi hanno messo 60 proprio perché li ho fatti tremare e poi lei non sa, caro Professore di Filosofia, che se mi avessero messo di più si sarebbero scatenate immense polemiche dunque mi hanno davvero fatto un favore, così mi sono risparmiato i commenti degli idioti compaesani. Poi, però professore se per scrupolo dovesse essere curioso e volesse vedere la mia tesina, eccola qui:

Il Lupo di Moscatello: un grande noir politico

Quando parlo di politica con la “P” maiuscola non intendo certo la maggioranza, l’opposizione, i salti della quaglia, gli esodi per paura di restare minoritari. Quando parlo di politica con la “P” maiuscola insomma non mi riferisco certo al politichese di questo o di quel palazzo, di questo o di quel comico o politicante di professione. Quando parlo di politica con la “P” maiuscola parlo invece di una scienza della libertà, parlo dei rapporti di forza tra le classi, ma sopratutto parlo di civiltà, di distribuzione delle risorse, di fenomeni sociali, di convenzioni e…di violenza. Ed è esattamente questo il tema caratterizzante di questo primo giallo di Antonio Moscatello: la violenza. “Il lupo” (Kairos Edizioni, 2014) dunque é molto più che una fiction poliziesca trasposta in un libro (certo questo elemento contribuisce ad accrescere l’entusiasmo del lettore): é anche e soprattutto un noir profondamente politico, e mi preme sottolinearlo. È profondamente politico perché scardina il mito della famiglia tradizionale e ci ricorda che la famiglia non é dettata dalla comunanza di geni, ma é “con chi stai bene”; è inoltre profondamente politico perché induce a riflettere, con implacabile sapore psicanalitico c’è da dire, sull’archetipo del lupo, che non é quello delle favole che mangia i bambini e nemmeno quello dei licantropi holliwoodiani, ma é la violenza “cacciatrice” insita in ognuno di noi, quella violenza che caratterizza la civiltà odierna e il cui radicamento coincide col passaggio della razza umana da raccoglitrice (quale era nell’era pre-glaciale, nell’edenica “età dell’oro”) a cacciatrice e mangiatrice (anche) di carne (questo passaggio determina il radicamento della violenza cacciatrice, che si esprime attraverso le guerre, il possesso di persone della monogamia e l’ideologia del profitto del capitalismo).

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Della trama poi non vorrei svelarvi molto: il protagonista é Marco Polizzi, un giornalista un po’ donnaiolo a dire il vero che, tormentato da oscure visioni e reminiscenze della sua infanzia, si trova a far gradualmente luce sul suo passato. Lo stile è geniale: Moscatello sa essere preciso e tagliente senza essere né banale né arcaizzante e la sua sensibilità umana emerge sin dalla prima pagina. La lettura poi è scorrevole e coinvolgente, quasi “a slide” ed il libro è accessibile a tutti, anche perché si sente essere frutto di una maturata esperienza: seppure sia stato scritto quasi di getto è profondo e “stratificato”,  un ottimo libro anche per me, a cui i gialli tradizionalmente intesi non sono mai piaciuti particolarmente.

* L’autore Antonio Moscatello (al centro) mentre conversa con me (all’estrema sinistra) nel corso di una delle presentazioni che stanno attraversando il Paese

Non sono morto: cerco solo di spiegare il poliamore agli ottusi

Dopo ben due mesi di assenza mi faccio vivo con questo articolo per informarvi che non sono morto (succederà, primo o poi, ma per vostra sfortuna non è ancora successo). Ebbene sì, vegeto ancora lungo i bordi arrugginiti di questa società psicopatica, con qualche novità che però mi riguarderò dal disvelarvi…anzi no, qualcosa ve la dico: da un punto di vista della scrittura sono in fermento. Il mio “L’amore ai tempi del metrò” è ancora disponibile, e continua a farmi piacere se lo comprate, lo leggete, lo apprezzate, seppure riconosco il suo essere acerbo so anche che per essere stato scritto da un ragazzino di sedici anni é un buon libro (a mio avviso il punto debole sono i dialoghi poco credibili e, per alcuni la tecnica narrativa troppo “artificiosa”; ma la visione “generazionale”, la ricostruzione del contesto metropolitano, i paesaggi urbani e non, il tormento interiore di Lorenzo sono punti di forza che fanno del libro un romanzo psicologico di formazione utile ai più giovani per rispecchiarcisi e ai più grandi per capire i più giovani). Andiamo però oltre e arriviamo al dunque: in questi due (quasi tre) anni dall’uscita de “L’amore ai tempi del metrò” ho avuto modo di divorare tantissimo altro (da manoscritti filosofici a romanzi interiori come “La nausea” di Giampaolino Sartre; dal realismo fiabesco di Garcia Marquez al “favolismo” forse più spicciolo del sopravvalutato Paulo Coehlo), di intraprendere nuove esperienze (ed avvicinarmi ad esempio in modo più netto al movimento poliamoroso) e di maturare notevolmente nella scrittura. Dopo svariati tentativi credo di essere sulla strada giusta per un buon romanzo che sarà spiazzante, fantascientifico, suggestivo e visionario (insomma, ho riunito in un solo periodo gli aggettivi che più preferisco). Il cinema indipendente americano, a cui mi sono avvicinato ha giocato un ruolo importante in questa maturazione. Ma vi chiederete: se l’articolo si intitola “Non sono morto: cerco solo di spiegare il poliamore agli ottusi” perché questo ci ammorba le ovaie (o i testicoli, a seconda dei casi) con questa sorta di resoconto autobiografico? Prima di rispondere a questa domanda vi dico un’ultima cosa: con un gruppo di amici con cui suono da anni (e fino ad ora ci siamo chiamati “Superlativo”) abbiamo rinnovato il sound spostandoci sull’electro-indie (i testi sono sempre nella poetica lingua italiana) e presto vedremo di far uscire un buon album che vi sorprenderà. (A dire il vero vi sono millemila altri progetti, ma non vorrei dirveli tutti in una volta).

Adesso una vignetta che apparentemente c’entra poco col resto: “Diversi modi di concepire le relazioni”: è una mia traduzione

di una vignetta della comunità poliamorosa americana che secondo me potrebbe chiamarsi “Il poliamore spiegato agli ottusi” o forse no…no, sarebbe un titolo troppo pretenzioso per una vignetta che in fondo lascia insolute numerose questioni, però non sarebbe malvagia l’idea di farci un libro invece: “Il poliamore spiegato agli ottusi” (“ottusi”, informatevi prima di giudicare).

P.S. fate pure girare la vignetta su Facebook o altri social, purché poi siate in grado di dare spiegazioni esaurienti nel caso in cui gli ottusi ve le chiedano, anzi no, i veri “ottusi” non ve le chiederanno mai, loro preferisco l’utopia del possesso carnale, l’isteria dell’esclusività (che esclude gli altri e preclude le infinite possibilità di arricchirsi e di far arricchire chi si ama), le ipocrisie millenarie degli “amori disney”.