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Chocolate from Heaven

I got as a gift from her a piece of paper in which one day fancy dark chocolate from Belgium was wrapped in.

“Chocolate From Heaven” was the name on the package.

Every night the Heaven detached from my wall.

Every morning I was used to hang it on again

My trials to patch the Heaven is what she had in mind when she gave  me the Chocolate.

The Chocolate is a daily exercise to remember about us,

a way-out from the european geography of suffocation.

Matteo Iammarrone.

Ho sentito la mia voce in un disco chiamato Terra

Vasco Brondi è ormai ultratrentenne. Nonostante ciò e il fatto che non sia più un novellino, non riesco a cessare di percepirlo come un mio compagno di viaggio, come un amico di strada e di autostop e di terre aride e locali in cui non ti pagano, un mio pari solo un po’ più cresciuto e soprattutto solo un po’ più famoso.

Quando scriveva e registrava “Terra“, il suo nuovo disco che qui di seguito posto, deve essersi sintonizzato su quelle stesse radio di guerra che trasmettono “racconti di battaglia” su cui ero sintonizzato io mentre scrivevo “Non si esce sani dagli anni dieci” (2016). Ed è proprio di anni dieci, non a caso, che parla un recente articolo di Repubblica che, come poche volte era successo, loda il suo nuovo lavoro. Sembra insomma che il pregio di uno che considero un poeta, un autore sicuramente troppo spesso bistrattato e sottovalutato, sia ora crescentemente riconosciuto.

E nel nuovo disco Vasco non ha paura di contaminarsi, continua ad innovarsi quanto e più di come aveva già fatto con “Costellazioni” (2014), stavolta sperimentando sonorità etniche e forse una leggera vena pop. Nei testi però lo sguardo è sempre in alto, verso lo spazio, ma stavolta più calibrato, verso la terra e i suoi “orizzonti infiniti”. E ciò che fa, mi pare, sia raccontare gli anni dieci. Gli stessi spazi di guerra. I bambini. I migranti. L’iperconnettività e la realtà che “sporca, è lì da qualche parte”. La moltitudine e la solitudine con le sue tentazioni suicide di cui avevo scritto in una canzone inedita composta in Svezia ispirandomi ad una mia vicina di casa. Moltitudine o solitudine contrapposte come alternative. Il pensiero va all’aut-aut che presento in una poesia del mio libro tra l’i-phone e il futuro (“Volete il futuro o volete l’phone?”).  Una certa religiosità laica fa da eco sullo sfondo di questo disco (“nei secoli dei secoli, nei secoli dei secoli”, “e mi liberi dal male”). Liberarsi dal male, dal male e dalla tentazione di fermarsi, gli faccio eco con un’altra mia canzone. Il dio in gioco è quello dei senza dio-post moderni di cui pure parlo nel mio libro. Che forse sono i social, forse è la poesia, forse è qualcos’altro. Il viaggio anche in Vasco domina ancora. Un viaggio intergalattico di cui la cifra sembra essere “L’amore e la violenza”, per citare un altro bel disco (quello dei Baustelle). Intergalattico sì, ma ancora assolutamente terreno.

Lettera da un’epoca che accuso

Del malessere si può fare un’arte
le ultime parole di Michele
prima di morire da filosofo
l’arte di spiegare perché lo si sta facendo.
I giornalisti pagati per raccontare
quelli in alto per somministrargli il veleno.
Sono stufo di sprecare sentimenti, desideri e chiedersi cos’è vincere
sono stufo di sentirmi dire che chi è sensibile avrà un reddito garantito
il sonno antropologico del mondo quello dei trentenni cancellato dai sessantenni sessantottini.
Quando cadde sul pavimento
San Remo in onda già stava andando
cantando canzoni d’amore vuoto speravano che nessuno seguisse l’esempio
La mia epoca la accuso di alto tradimento come una matrigna che non ha accolto suo figlio
la mia vendetta è questa se sarete più bravi quando avrete fame ne troverete una migliore
M.Iammarrone