Filosofia

Qualche riflessione sui lupi solitari del terrorismo islamico

Tanto sangue ha attraversato e probabilmente continuerà ad attraverserà le strade d’Europa. Forse anche d’Italia ora che la nuova campagna belllica in Libia è stata inaugurata. Sangue in ogni caso innocente di un terrore che colpisce indistintamente dal sesso, dall’etnia e dalla classe sociale con una particolare attenzione però alla gente comune, perché l’obiettivo è il panico indistinto. Nella visione dei terroristi infatti non c’è posto per un alto e un basso, cittadini contro politici o borghesi contro sfruttati, ma solo per chi è fedele alla rigida Legge islamica (o alla loro versione della legge) e chi non lo è. I fedeli e gli infedeli. Uno schema caro anche a certi reazionari nostrani che magari all’occorrenza in funzione anti-islam recitano la parte dei paladini dei diritti delle donne, ma poi quando il mostro passa in secondo piano ritornano a essere i soliti maschi cattoreazionari e italioti, come e peggio dell’islam radicale.

Le ragioni storiche, politiche e religiose, anche se queste ultime in misura minore a mio avviso, alla base della nascita e dello sviluppo del fenomeno Isis sono complesse  e articolate e non intendo affrontarle in questa sede. Così come non intendo denunciare le arcinote e imperdonabili responsabilità dell’Occidente nella nascita e nella diffusione del fenomeno stesso, un Occidente reso misero e impotente dal suo stesso capitalismo e che uccide i suoi figli con le stesse armi che produce. Quello su cui invece volevo concentrarmi erano i “lupi solitari” di cui peraltro sta emergendo sempre più la giovane età, i fuggevoli e poco monitorabili lupi solitari, radicalizzati dell’ultimo momento magari o psicopatici da tempo che trovano nella causa Isis l’occasione della vita.

La causa preconfezionata dell’Isis è senza dubbio accattivante. Non neghiamocelo. È un richiamo che dà in pasto al fragile lupo solitario un senso di appartenenza, finanche un amore che la decadenza delle società occidentali non può permettersi di dare, non vuole o non riesce a dare. Un amore fatale e mortale che chiede in cambio il corpo e la vita stessa, ma pur sempre un “amore”. Un grande amore che è una grande causa che, come tutte le le cause ultraterrene, deve la sua potenza all’eternità che promette. È su questo che volevo riflettere. E invitare a cambiare le domande. Se non cambiamo le domande non invertiremo mai la rotta del mondo. Allora non chiediamoci come vincere una guerra di religione che non c’è, ma come combattere la decadenza che, più concretamente, è quel nichilismo paralizzante che sta permettendo a questo tipo di terrorismo di germogliare all’interno delle nostre società che sono minacciate anche da pulsioni interne prima che da nemici esterni che comunque abbiamo contribuito a creare. Un “nichilismo paralizzante”, come ho spesso osservato nelle presentazioni del mio libro, che afferma che dal momento che Dio è morto e che anche il muro di Berlino è crollato non esiste più verità e se non può esservi verità tutto si svuota, diventa impalpabile e le nostre braccia, le nostre gambe e le nostre teste restano paralizzate su una sedia a fare gli spettatori di un mondo sul quale non possiamo influire minimamente. Questa precisa forma di nichilismo sta uccidendo la mia generazione. E penso giochi un ruolo importante per questi lupi solitari che, non a caso, sono miei coetanei.

Questa minaccia “interna” vuole far appassire le nostre società spingendole indietro, verso un cupo oscurantismo anziché distruggerle per progredire, liberandole dal giogo della proprietà privata e dello sfruttamento. I lupi solitari sono nati e cresciuti qui in molti casi. Non bisognerebbe chiedersi perchè arrivano a tanto, ma fornire valide ragioni per non arrivare a tanto, ad esempio rivoluzionando le nostre societá in modo da renderle difendibili. Perché oggi questo capitalismo è semplicemente indifendibile, soprattutto per chi viene da storie di emarginazione, da migrazioni, da chi sta in basso nella scala sociale (ma in realtà non solo) etc…
e questa vertigine sul vuoto, sul non futuro del capitalismo coniugato alla debolezza dei movimenti o delle organizzazioni anticapitaliste, rende fragili, confusi e facilmente attratti da cause cosí apparentemente grandiose ma sbagliate perchè illusorie e perché possono solo aggravare il malessere dell’umanità.

Mi viene da pensare, ma è un azzardo storiografico, che se fossero esistiti ancora i “partiti di massa” la storia del presente sarebbe stata diversa.

Per approfondire vi segnalo un articolo non molto distante dall’opinione che ho appena espresso: http://www.repubblica.it/rubriche/bussole/2016/08/04/news/la_rivolta_

generazionale_che_alimenta_il_terrorismo-145331536/?ref=drnh7-2

Natura e cultura: un po’ di chiarezza

Il conflitto natura-cultura è ancor più originario e “fondazionale” di quello tra capitale e lavoro (che pure pulsa e pulserà nelle nostre società fino a che la divisione in classi permarrà). Comprenderlo è utile al fine di qualsiasi critica radicale dell’esistente. Comprendere infatti che l’uomo è libero di autoprogettarsi e non ha natura predefinita (come del resto non l’ha alcuna “sostanza”) è propedeutico ad ogni critica rivoluzionaria, che non può essere credibile se prima non sgombera il campo da ogni pernicioso retaggio cristiano-aristotelico (di una scolastica resa obsoleta da ormai quattrocento anni). Diversi atei e molti freak che sembrano così radicalmente di sinistra non sono esenti da questi retaggi e pregiudizi, anzi.

Chiedo venia ai lettori se ho inserito così frequenti citazioni e se il lessico filosofico impiegato può sembrare astruso, ma l’articolo è una rielaborazione del paper consegnato come esame di un corso all’Università (antropologia filosofica del Prof. Brigati, che ringrazio per il 29). Inoltre: mi rendo conto che il tema è così eternamente attuale ma al tempo stesso così vasto, e può essere affrontato partendo da diversi punti di vista: io sono partito dal mio (chiaramente). Credo però di aver prodotto un utile spunto di riflessione, seppure embrionale.

(Se vi state chiedendo perché sarebbe tremendamente attuale pensate a tutte le volte che qualcuno per difendere o attaccare una posizione politica o un modo d’essere o una scelta di vita ha strumentalmente tirato in ballo la natura, o anche per legittimare o per delegittimare una determinata concezione del potere).

 

Chi dovesse avventurarsi in una lettura ingenua di Aristotele si troverebbe ben presto a concordare passivamente con lui su molti passaggi salienti della sua filosofia. È infatti almeno dai tempi del filosofo di Stagira che si parla di natura (“physis”) in accezione “moderna” ed, anche attraverso la mediazione del cristianesimo, l’idea per cui questa natura, che sarebbe poi l’essenza, la finalità, la predisposizione di una cosa sia indissolubilmente legata ad ogni cosa stessa, è passata e si è affermata nel pensar comune. Per Pierre Hadot Aristotele “Definisce la natura come un principio di movimento interno a ciascuna cosa. Ciascun individuo concreto ha al proprio interno una concreta natura che è propria della sua specie ed è il principio del suo modo naturale di muoversi (….) nei viventi, questo principio immanente di movimento è anche un principio di accrescimento” (Hadot, 2004). La sociobiologia (o psicologia evoluzionista) tenta di spiegare i comportamenti degli animali sociali (Homo sapiens incluso) su basi strettamente biologiche. Nonostante si sia sviluppata nella prospettiva secolarizzata dell’evoluzionismo darwiniano essa, per le sue conseguenze, sembra lasciare ben poco spazio alla libera progettualità del Dasein, cara ad esistenzialisti come Heidegger e Sartre, il quale ovviamente rifiuta il naturalismo: “l’uomo non è un tagliacarte” (Sartre, 1946), nel tagliacarte infatti l’essenza precede l’esistenza. Così facendo la sociobiologia sembra poter essere accomunabile alle vecchie concezioni prima aristoteliche e poi cristiane per cui non si sfugge alla propria natura (che, cristianamente, si traduce nel posto dell’uomo nella creazione e nel suo essere a metà strada tra le bestie e Dio). In ambito strettamente genetico il determinismo “genocentrico” e strettamente riduzionista di Richard Dawkins ne è la prova, non tenendo conto dell’epigenetica né dei fattori ambientali e guardando ai geni come a divinità creatrici di un ordine “interno”, dei intelligenti quasi creatisi da sé, “egoisti” che lascerebbero ben poco scampo ad alternative radicali. “L’argomento base di questo libro è che noi, e tutti gli altri animali, siamo macchine create dai nostri geni. Come i gangster di Chicago che hanno avuto successo, i nostri geni sono sopravvissuti, in alcuni casi per milioni di anni, in un mondo altamente competitivo. Questo ci autorizza ad aspettarci che i nostri geni possiedano certe qualità. Io sosterrò che una qualità predominante da aspettarsi in un gene che abbia successo è un egoismo spietato”. (Dawkins, 1989). Se tralasciamo il fatto che in questo caso non si dà scarto ontologico tra uomo e animale (una delle più grandi conquiste del darwinismo è stata proprio dimostrare che l’uomo è un animale), in un certo qual modo questo approccio al darwinismo sembra una concezione “aristotelica” sul fronte della natura, quanto meno nelle conseguenze che potrebbe comportare le quali sono probabilmente ancor più evidenti in Edward O.Wilson che, in “The Abridged Edition”, propone di togliere l’etica dalle mani dei filosofi e di “biologizzarla”, affidandola a scienziati in grado di ripristinare caratteri “originari” dell’evoluzione della nostra specie attraverso un programma di pianificazione sociale. Verrebbe da chiedersi quali sarebbero le immediate conseguenze politiche di questa visione e a chi e a quanti gioverebbero se per “caratteri originari” si intendesse quelli di uomo necessariamente lupo, cannibale e stupratore. Una delle critiche alla sociobiologia è mossa sul suo stesso terreno da Alberto Artosi nel saggio “Stupratori, cannibali e scienziati” (2011). Per i sociobiologi lo stupro (o, per usare un termine meno antropomorfo “forme di sessualità coercitiva”) sarebbe spiegabile geneticamente come fattore evolutivo (monopolizzazione della sessualità femminile da parte del maschio in un contesto di disponibilità limitata) e gli insetti non avrebbero alternativa se non quella di vivere in colonie chiuse, protetti da efficienti meccanismi di esclusione e difesa dell’altro, nella totale impossibilità di sfuggire a questo destino. Uno studio comparso sul “The Guardian” del 2007, condotto con recenti e sofisticate apparecchiature, dimostrerebbe che invece molti insetti emigrano più volte nel corso della loro esistenza, integrandosi perfettamente nelle colonie di adozione. E a proposito dello stupro: è vero che esso è molto diffuso nel regno animale (i maschi dello scorpione volante Panorpa vulgaris possiedono addirittura un organo atto ad adempiere a questa funzione), ma gli psicologi evoluzionisti non sono stati in grado di spiegare perché, se di un meccanismo evolutivo si tratta, i dati quantitativi delle ricerche dimostrano che la maggioranza degli stupri sono commessi non da sconosciuti ma da partner delle stesse vittime, con i quali per giunta le vittime stesse potrebbero aver avuto anche rapporti consensuali. In “The Insects Societes” (1971) lo stesso Wilson studia le società degli insetti e poi tenta l’analogia con quelle umane. Scopre che nella drosofila la femmina è monogama ed il maschio poligamo. Il fatto che il localismo delle scienze sociali prenda il posto di un universalismo che si presenta come neutrale ma che chiede un atto di fede in una analogia antropomorfica la cui validità resta dubbia, depotenzia l’intero assetto di queste posizioni sociobiologiche. Per non parlare delle possibili strumentalizzazioni ideologiche di queste teorie: trovare geni che giustifichino lo stupro, ad esempio potrebbe essere utile in sede giudiziaria per attenuare la posizione di uno stupratore, sostenere la validità dell’analogia tra la drosofila e la razza umana a giustificare l’apparente maggiore promiscuità degli uomini rispetto alle donne per evitare di ricondurla più verosimilmente ad uno scoglio culturale di una società capitalistica che, nonostante le pretese di “emancipazione” e laicizzazione, anche in questo ambito (quello della parità tra i sessi), come in altri, non ha integralmente raggiunto i suoi obiettivi formali (e non potrà raggiungerli, solo in un’altra società potrà esserci una vera democrazia…dei lavoratori, così come una vera emancipazione della donna conseguente ad una nuova complementarità uomo-donna). Perché è qui il problema: non solo fare i conti con la natura e con la nostra storia antropologica e sociale, ma capire cosa andare a “quantizzare”, quali elementi soppesare sul piatto della “musica della vita” e da quale prospettiva leggerli. Cosa “buttare”, cosa tenere. Su quali basi rinnovare l’etica? Se per esempio si adotta una posizione naturalista per cui, aristotelicamente, ciò che è considerato “naturale” diventa norma, si finisce per entrare in un circolo vizioso senza via d’uscita, in cui saremmo costretti a scartare con una eccessiva dose di arbitro quello che non ci piace, per optare invece per quello che ci piace, o meglio per quello che ci è più comodo (vedi oscurantisti del Family Day). Il rischio, insomma è quello di usare per due pesi due diverse misure, in una iniqua, inefficace (e aggiungiamo pericolosa) confusione di natura e cultura. Per David Hull, sebbene esista un forte desiderio di definire le specie biologiche (inclusa quella umana) come caratterizzate da una natura fissa, proprio l’evoluzionismo rende impossibile l’impresa. In esso infatti gioca un ruolo fondamentale la variabilità, in quello biologico di Darwin, così come in quello culturale. “Per esempio, è molto più arduo sostenere che esistono tratti universali di stampo genetico anziché culturale, perché è più facile stabilire l’identità degli alleli che non quella delle pratiche culturali” (Hull, 1986). “Semplicemente non è vero che tutti gli organismi che appartengono alla specie homo sapiens in quanto specie biologica siano essenzialmente identici. Se parlando di caratteri si fa riferimento alle omologie evolutive, allora di tanto in tanto potrà anche accadere che una specie biologica sia caratterizzata da uno o più caratteri che sono sia universalmente distribuiti tra gli organismi che appartengono a quella specie, sia ristretti a essi, ma situazioni del genere sono temporanee, contingenti e relativamente rare” (Hull, 1986). Insomma non ha senso parlare di “sameness” (“essenziale identità degli esseri umani”). Anche su base genetica (la biologia non sarà la più “dura” delle scienze, ma è comunque considerata più “forte” delle scienze sociali). Questo nonostante i tentativi di biologi ed antropologi di dimostrare il contrario, come se avessimo bisogno di una dimostrazione “scientifica” dell’uguaglianza per legittimare l’uguaglianza dei diritti. Ma se volessimo un esempio suggestivo di cosa comporti credere il contrario, potremmo provare a parlare di cannibalismo. Pratica sociale la cui esistenza è stata storicamente provata nelle passate società umane, per una forma di naturalismo come la sociobiologia esso, oltre ad essere presente in oltre milletrecento specie animali, sarebbe costitutivo anche della natura umana. Avrebbe un vantaggio riproduttivo per l’individuo che ha come fine quello di promuovere i propri geni a spese degli altri, ma si sarebbe estinto per ragioni storico-culturali. Come si fa a provare che il cannibalismo è stata una pratica culturale diffusa ed estintasi alla stregua di altre pratiche culturali? O al contrario che il cannibalismo continua a caratterizzare il nostro “programma” e il non praticarlo è una inibizione moderna? Come provarlo? Probabilmente è impossibile. Ne dovremmo dedurre che forse non è utile parlare di natura umana, ma semmai tentare di spiegare come e perché si è smesso di praticarlo. Una ipotesi potrebbe essere che la sua estinzione è ascrivibile all’interno di una evoluzione culturale più ampia in cui l’Homo sapiens ha man mano accresciuto la propria capacità di comprendere i con-specifici come esseri intenzionali simili a sé e per questo poco adatti a diventare pasto. Quello che per Tomasello differenzia, nel dominio cognitivo, l’eredità biologica umana da quella degli altri primati, infatti è una profonda capacità di immedesimazione, la quale sarebbe stata vincente nella storia evolutiva, nonché responsabile di tutti i processi di sociogenesi (creazione comune di artefatti) e più in generale di processi di apprendimento e accumulazione culturale. Anche questa ipotesi ha dei limiti. Sarebbe meglio avventurarsi in una spiegazione più descrittiva di ciò che è stato ieri, abbandonando “wittgesteinianamente” la credenza che una spiegazione causale possa restituire con efficacia il senso di un rito o di un’usanza del genere, per formulare piuttosto indicazioni utili a come dovremmo vederci oggi. A parte la specificità dell’esempio, una riflessione più generale di Marshall Sahlins, che suona come un vero e proprio monito in riferimento a Dawkins, a Wilson e non solo, appare più che mai opportuna: “Ignari della storia e della diversità culturale, questi entusiasti dell’egoismo evoluzionistico non sono in grado di riconoscere nel loro ritratto della cosiddetta natura umana tratti del classico soggetto borghese. Oppure essi celebrano il proprio etnocentrismo prendendo alcune delle nostre pratiche usuali come provo delle loro teorie universali sul comportamento umano.” (Sahlins, 2008). Non in questi termini dal sapore già politico, ma su un terreno ancora genetico, Denis Noble, in “La musica della vita”, attraverso i suoi studi sul cuore dimostra la fallacia del determinismo riduzionista di Dawkins. Il nucleo centrale dell’argomentazione di Noble è che “Il libro della vita è la vita stessa, che non può essere ridotta a uno degli archivi di dati che ne costituiscono la base (i geni): sia chiaro infatti che il genoma è solo uno di tali archivi e le funzioni dei sistemi biologici dipendono anche da importanti proprietà della materia che non sono specificate dai geni”. (Noble, 2009). Il gene dunque non è egoista, ma prigioniero. Allo stesso modo l’Homo Sapiens non è prigioniero dei propri geni, ma sono i geni prigionieri dell’Homo Sapiens. Infine, se si vuole affrontare la sociobiologia partendo dai suoi stessi presupposti, si potrebbe dire che, alla luce della recente scoperta sulla fluidità delle società degli insetti, gli uomini non dovrebbero essere prigionieri delle frontiere, ma le frontiere trasformarsi ed obbedire ai cambiamenti e agli stimoli umani, e che ogni “colonia” può ospitare nuovi individui che potenzialmente possono riuscire a ben integrarsi. Se però usassimo queste tesi per sostenere politiche di accoglienza e di flessibilità delle frontiere (o finanche di abbattimento delle stesse), cadremmo nella trappola della sociobiologia stessa. La soluzione allora potrebbe essere quella di ostentare queste falle ogni qualvolta sentiamo parlare di natura umana o, in salsa più moderna, di psicologia evoluzionista e ad ogni occasione spostare le questioni etiche e politiche su un terreno diverso. Nessuno vuole negare la presenza di una “doppia eredità” (biologia e culturale), si vuole solo sostenere che la prima è trascurabile, se paragonata alla seconda. Tomasello, nel suo “Le origini culturali della cognizione umana” (1999) afferma a tal proposito: “Qualunque seria indagine sulla cognizione umana, perciò, deve tener conto di questi processi storici e ontogenetici, che sono resi possibili, ma niente affatto determinati, dall’adattamento biologico che è alla base del tipo di cognizione sociale peculiare dell’uomo.” (Tomasello, 1999). Se l’uomo moderno vuole davvero assolvere il compito che si è dato attraverso la costruzione della propria auto-immagine, cioè quello di dominare la natura, deve imparare a dominare se stesso, proseguendo in direzione dell’emancipazione dalla propria eredità biologica, non annientando, laddove presenti e laddove riconoscibili, fattori evolutivi che, seppure in maniera tutt’altro che rigida (come argomentato prima) lo caratterizzano, ma ponendoli al proprio vantaggio, cioè a vantaggio del proprio benessere, e se è vero, come Tomasello sostiene, che è grazie all’immedesimazione e quindi in un certo senso all’altruismo che siamo sopravvissuti e abbiamo costruito il progresso, porre questi fattori a proprio vantaggio significa porli a vantaggio dell’intera comunità, depurandola il più possibile di quella competizione della “sopravvivenza del più adatto” che, ai nostri occhi, sembra caratterizzare tanti altri animali. (Questo a prescindere dal fatto che, secondo alcuni, non può esistere un altruismo disinteressato. A questi fini sono gli effetti che contano, non le intenzioni). È una risposta imprecisa e insufficiente questa all’esigenza di capire non tanto chi o cosa siamo, ma dove dovremmo andare? È una non risposta? Probabilmente già abbandonare l’idea che esista una natura umana caratterizzata da tratti che sembrano coincidere con quelli del soggetto borghese, sarebbe una bella conquista perché quanto meno metterebbe in dubbio la convinzione (propagandata a piena voce da tutti i potenti mezzi che la classe dominante ha in mano) per la quale l’unica società umana possibile è quella capitalistica, improntata al ricatto e alla competizione reciproca su grande e piccola scala. A dispetto di chi pur riconoscendo questo sfruttamento, ci vede un tratto inestirpabile di una presunta natura umana, De Wall sostiene che quest’idea di origini hobbesiane di un “homo homini lupus” è uno dei più grandi pregiudizi della filosofia. Credendovi, non solo si fa un torto ai lupi, che sono tra gli animali più gregari e cooperanti di tutte le specie, ma si trascurano aspetti empatici e altruistici dell’uomo che, semmai volessimo ricondurre ad una base biologica (con tutti i limiti che questo comporta), avrebbero la stessa legittimità e rilevanza di quegli aspetti moralmente ripugnanti. Del resto, come anche Tomasello sembra suggerirci, sarebbe difficile credere che Homo sapiens abbia raggiunto tale grado di sviluppo culturale senza la cooperazione e l’altruismo. Ne concluderemo che la nostra natura è, sostanzialmente, libera di essere progettata. E che la direzione di questo progetto, che per noi è un progetto comunista, tenga conto anche della lezione di Tomasello e De Wall.

“Una vita per decostruire”: eteronormatività, monogamia e patriarcato

Una appassionata e combattiva autobiografia sulla necessaria ma dolorosa scoperta di sé stess*, quella di Elena Lazzari, giovane Donna lesbica e femminista militante. Dalla messa in discussione dei paradigmi tradizionali (“eteronormati”, “patriarcali”) all’esplorazione di nuovi modelli sessuali e relazionali, non necessariamente per condannare i primi, ma solo per estendere il mare aperto delle possibilità, per moltiplicare le strade battibili e per, cosa non da poco, trovarsi una definizione e un modus esistenziale che più si confaccia alla natura di ciascun*.

44-xcms_label_galleryUna_vita_per_decostruire_fronte

(“Una vita per decostruire”, Elena Lazzari, Ed. Epsil – 2014 – Link per l’acquisto)

Gli spunti filosofici e pratici in particolare per tutte le donne (a cui il libro è esplicitamente dedicato) sono numerosi, ma quello di Elena Lazzari è anche un diario-testimonianza, una sonda piuttosto rara della condizione delle donne lesbiche nell’Italia del terzo millennio: considerate ancora ostili in certi ambienti, e nel migliore dei casi ignorate, liquidate con leggerezza, specie se giovani e giovanissime. Quello che ad Elena preme sottolineare su questo punto è come in quanto tali le lesbiche siano discriminate non tanto perché amano altre donne, ma soprattutto perché non aderiscono a quel ruolo a cui ci si aspetta che una donna “perbene” e “normale” aderisca: che sia, cioè, assoggettata al marito o comunque che viva all’ombra di un uomo. Ed è proprio questa autonomia che Elena, rispetto al genere maschile vuole rivendicare in quanto femminista e la libertà di amare una donna, anzi più donne, in quanto lesbica e non monogama.

Se questo libro ha destato la mia curiosità (e se l’ho acquistato e letto, e non me ne sono pentito affatto) è, se devo essere sincero, per via della carica “antinormativa”(?) che ci avevo intravisto. Ero alla ricerca di libri che scardinassero il mito della monogamia, essendo un militante poliamoroso, oltre che un fervente sostenitore dei diritti LGBT, e un giorno mi sono ritrovato quasi per caso al Cassero di Bologna, davanti a questa giovane donna-scrittorA che stava presentando un libro che, non solo scardina il mito della monogamia (anche se non è questo il tema principale), ma racconta anche e soprattutto dell’esclusione e dei travagli di una giovane lesbica.

Un libro per le donne, in particolare, perché la tensione che lo caratterizza sin dalla prima pagina è quella che si sprigiona dal grido militante di una femminista che invita ad un possibile processo di decostruzione e ricostruzione attraverso una più che mai necessaria, politica, filosofica, sociale, pratica autocoscienza. Anche se ci sarebbe da aggiungere che le problematiche interiori e di accettazione sociale che l’autrice si ritrova ad affrontare sono comuni, con le dovute differenze, a tutti quei soggetti che non si riconoscono nella monogamia eteronormata (dunque lesbiche, ma anche gay, bisex, e poliamorosi etero e non)

Le suggestioni poi sono numerose: citazioni di Nietzsche, di Simone De Beauvoir, un linguaggio semplice e non accademico che però mira, come scoprirete, a coniare nuove terminologie, a rinunciare alla sua universalità che troppo stride con l’unicità, la diversità delle persone.

E se la storia di Elena mi ha appassionato, incuriosito “nonostante uomo”(potrebbe dire qualcun*), devo ringraziare la donna che è in me. Se fossi nato donna, infatti sarei stato una femminista, e pure militante, questa convinzione è inestirpabile dalla mia testa.

Aimè sono nato uomo, il che non significa dover pagare la colpa delle magagne e dell’oppressione che i miei antenati e i miei simili di sesso maschile hanno perpetrato e perpetrano tuttora nei confronti del sesso femminile, ma non vuol dire nemmeno essere a priori esente da ogni responsabilità, cantare vittoria per l’uccisione del mostro maschilista che è stato inevitabilmente impiantato in me, anche in me, da questa società in cui volenti o nolenti sono nato e cresciuto. Questo significa tenere sempre e comunque alta la guardia dell’autocoscienza, un processo di autocoscienza diverso da quello che la Lazzari invita ad intraprendere nel suo libro, ma altrettanto necessario e complementare a quello femminile.

(Come mi disse Elena alla presentazione del suo libro quando le chiesi se il suo scritto fosse rivolto anche gli uomini “Gli uomini devono liberarsi da soli, compiere IL LORO processo di autocoscienza!”).

Auguro ad Elena che possa proseguire il cammino nella realizzazione dei suoi prossimi “progetti di diffusione di pensiero femminista e lesbico” e che possa vincere le sue battaglie, che poi in realtà, a conti fatti, sono anche le mie.

Chi sono

Mi chiamo Matteo Iammarrone, classe 1995. Vent'anni di cui almeno gli ultimi cinque passati a gironzolare qua e là per l'Italia e non solo. Altri impiegati in webdesign e programmazione.
Moltissimi altri impiegati a scrivere canzoni e poesie e ad usufruirne. Attualmente studio Filosofia presso l'Università di Bologna e cerco di sopravvivere ai suoi anni dieci (gli anni zero sono già morti da un pezzo!)

Non si esce sani dagli annidieci

La mia nuova silloge poetica edita con L'oceano nell'anima edizioni. Poesia intermezzata da prosa che la contestualizza, la introduce, la commenta. Un linguaggio in parte devoto al gergo giovanile e ai nuovi inglesismi, così come al cantautorato indie. Un affresco di sentimenti inclusivi, poliamori, storie poliglotte, polifunzionali, amori mai banali, liberi dall'ingombro del vecchio mondo. Riflessioni sulle narrazioni romantiche dominati, sulla proprietà, sul futuro del capitalismo e sul futuro stesso della poesia che è il futuro dell'uomo.

Ordina Libro Ordina E-book

Maggiori info

Presentazioni: - Pescara, 8 Luglio 2016 - H21:45 - Circolo Babilonia (Via Campobasso); - San Severo (Fg), 18 Luglio 2016 - H20:00 - I Sotterranei (Corso Gramsci) - Bari, 2 Agosto 2016 - Ex Caserma Liberata (Per organizzare nuove presentazioni scrivetemi a contatto@matteoiammarrone.com o dalla sezione Contatti)

Statistiche

Frase del giorno

Cerca treni

Stazione di partenza (es. "Pescara Centrale"): Stazione di arrivo (es. "Roma Tiburtina")