Archivi categoria: Filosofia

Filosofi med barn

Man kan koppla filosofi med barn, bland annat, igenom berättelser, sagor och frågor-ställningen. Filosofi handlar egentligen om frågeställningen och ifrågasättning och kräver annorlunda ögonen. Dessutom, Plato, en av fadern till västerländsk filosofi, brukade använda myter och berättelser för att överlämna filosofiska budskapet i hans dialoger.

Vad som är intressant är att alla dessa aspekter är gemensamma mellan filosofi och barn.

Därför verkar barn vara filosofer som brukar ställa sådana grundliga och banala frågor så att det bli nästan svårt att svara.

Idag vikarierade jag på en grundskola i Göteborg och ett barn frågade: “ligger Sverige i Göteborg?”.
Barnet menade inte bara att Gbg ligger i Sverige utan att “Sverige ligger i Göteborg”. Är det sant, är det inte sant? Istället för att rätta honom jag försöker att förklara för honom att vissa meningar (som “Sverige ligger i Göteborg”) kan vara sanna eller osanna beroende på sammanhanget. Eftersom lektionen handlade om Geografi jag sa till honom “när man pluggar geografi och tittar på en geografisk karta då är det inte sant att Sverige ligger i Göteborg eftersom ett land kan inte ligga i en stad.
Däremot, om du har inge kartor och du skriver en dikt som handlar om Gbg, till exempel, då din mening blir sant: “Sverige ligger i Göteborg” är korrekt om du menar att man kan känna igen nånting svensk i luften eller i byggnaders utseende…och så vidare”.

manundrar

Matteo Iammarrone.

Dubbi e perplessità sull’Effective Altruism

Mi sono imbattuto nella lettura di un saggio divulgativo, prestatomi da alcuni studenti del Dipartimento di Filosofia qui a Stoccolma, chiamato Effective Altruism and a radical new way to make a difference. Mi approccio con interesse al libro, converso con alcuni di questi studenti e cerco informazioni su internet in italiano e in inglese, scoprendo che l’Effective Altruism (orrendamente tradotto in italiano con “Altruismo efficace”) è un vero e proprio movimento filosofico con fini sociali. In parole semplici, gli altruisti effettivi (tra i più noti il filosofo Peter Singer), riflettono su come fare donazioni a scopo benefico affidandosi a valutazioni razionali nella valutazione dei destinatari dei fondi e nella scelta delle priorità delle aree di intervento (foreste amazzoniche, sofferenza animale, vaccinazioni in Africa, etc…). Esistono vere e proprie classifiche stilate dagli altruisti efficaci che valutano l’efficienza di organizzazioni caritatevoli operanti in uno stesso settore, sulla base di ricerche ed evidenza empirica (mettendo in relazione costi delle campagne, impatto sulla vita delle persone o sull’ambiente dei programmi, etc…). Inoltrandomi nell’argomento tuttavia, e devo confessare sin dal primo capitolo, sento puzza di cose che non mi piacciono, magistralmente impacchettate col brand “millenial” e piccolo borghese di sentirsi generosi e bravi cittadini, standosene comodamente seduti davanti al proprio pc (“Guadagnare per donare” è, non a caso, uno dei motti dell’effective altruism).

51JQ4S4E7NL._SX323_BO1,204,203,200_

Questa filosofia proclama la necessità di dare il proprio contributo per aiutare gli altri, e di usare come mezzo per questo fine l’evidenza empirica, senza mai, e dico mai, abbandonare la logica caritatevole (in un certo senso di matrice cristiana) del povero destinato a rimanere povero e del ricco destinato a conservare i suoi privilegi. Gli eroi, gli “altruisti di successo” di questa linea di pensiero sono i magnati milionari che, non importa come si siano arricchiti o quanti lavoratori sfruttino; quello che conta è che la donazione di parte del loro reddito (possibilmente il 10%) a una giusta causa, dove l’efficacia e l’efficacia del programma finalizzato alla giusta causa sono definite  da scienza, numeri e evidenza empirica. Ovviamente non è necessario essere milionari per essere dei buoni altruisti efficaci. Prendiamo per esempio l’impatto ambientale dei sistemi di riscaldamento o del consumo di acqua nelle nostre case. Nel libro mediante alcuni calcoli viene dimostrato che invece di preoccuparsi di risparmiare l’acqua corrente o di spegnere le luci quando si esce da una stanza, è più efficace per l’ambiente donare a una certa organizzazione che contribuisce al salvataggio delle foreste amazzoniche. Per cui, come esplicitamente ammette l’autore, possiamo continuare a sprecare acqua ed elettricità, e compensare con una donazione ad un certo ente caritatevole. Rimani a casa. Attenua i sensi di colpa con un click. Lascia le cose così come sono. Conserva il tuo stile di vita. Ecco i veri messaggi subliminali del libro.

Come se non bastasse, l’immagine su cui tutto questo discorso si fonda (ed è una rappresentazione esplicitamente marcata nel libro) è quella di “noi” ricchi, privilegiati abitanti del Nord del mondoe “loro” poveri sfigati abitanti del Sud del mondoincapaci di provvedere a se stessi. Questa rappresentazione è una estrema semplificazione che ignora la stratificazione di classe, descrive i Paesi come “blocchi uniformi” e dipinge il nostro “Nord del mondo” come il migliore dei mondi possibili (tutto ciò fa riflettere sul tipo di lettori a cui il libro stesso è probabilmente destinato!).

Uno dei punti morti in cui questo ragionamento si imbatte, e forse il più interessante capitolo del libro intero, è quello dedicato alle Sweatshopsnei Paesi in via di sviluppo. Le sweatshops sono fabbriche nei Paesi poveri, tipicamente in Asia o Sud America, che producono beni come prodotti tessili, giocattoli o prodotti di elettronica per i Paesi ricchi sotto condizioni di lavoro orripilanti (lavoratori costretti a lavorare sedici ore al giorno, sei o sette giorni a settimana. Assenza di misure di salute e sicurezza etc…). L’autore si chiede se, sulla base dei suoi calcoli empirici, abbia senso boicottare i prodotti derivati da queste industrie. La sua risposta è negativa: studi dimostrano che se queste orribili fabbriche chiudessero molti lavoratori finirebbero nel lavoro nero, nella criminalità o nei giri di prostituzione (dunque tendenzialmente scivolerebbero verso condizioni peggiori rispetto a quelle delle sweatshops). Per questa ragione, per essere altruisti e fare del bene a quelle persone (dove per “persone” intende un blocco unico, padrone e lavoratori) è giusto acquistare quei prodotti, non importa se economicamente e moralmente stiamo promuovendo le loro catene e la loro miseria quotidiana. Meglio una male minore, insomma. (quest’ultima parte, quella che acquistando i prodotti si giustificano quelle condizioni e si arricchiscono quei padroni, è ovviamente inesistente nel libro, ma è un mio contro-ragionamento). Ho portato quest’esempio più specifico perché è uno di quei momenti in cui l’altruismo effettivo è costretto ad ammettere la sua impotenza. Nessuna terza via è ovviamente contemplata. Nè quella della lotta di quei lavoratori contro quel padrone né il ruolo della politica nazionale o internazionale. Tutto è invece misurato in termini di Stati e individui, e più nello specifico, di scelte individuali di consumo. Queste ultime hanno ovviamente un peso (per diverse ragioni sono vegetariano e so che la scelta individuale di milioni di persone di rinunciare alla carne ha fatto diminuire il numero di macelli e di animali uccisi), ma so anche che per cambiare il mondo è necessario cambiare l’organizzazione sociale e economica, e che l’impatto delle scelte di consumo così come delle donazioni caritatevoli in quanto operanti nel solco di questa organizzazione sociale e economica, finiranno facilmente per finire in un impasse e scontrarsi con le sue contraddizioni.

 

Il significato politico di Black Mirror: parte I

Di seguito un mio nuovo contributo per LaVocedellelotte.it. Questa volta mio oggetto di attenzione è Black Mirror, una popolare serie Tv che consiglio di godersi in streaming (possibilmente in lingua originale. Sapete che sono assolutamente scettico e riluttante verso la pratica del doppiaggio).

Non so molto di Charlie Broker, a parte ciò che tutti possono leggere su Wikipedia. Ciò che è certo è che non è un intellettuale del movimento operaio o della sinistra rivoluzionaria.

Eppure ha creato, non possiamo sapere con quali intenzioni oltre a quelle di venderlo, un prodotto “televisivo” versatile e, in un certo senso, fenomenale che, al tempo stesso, è totalmente incentrato su una forte critica alla società del capitalismo digitalizzato. Sto ovviamente parlando di Black Mirror, serie TV in quattro stagioni disponibile su Netflix (ma facilmente reperibile gratis su diversi siti di streaming). Realisticamente, quasi tutti gli episodi non hanno un lieto fine. E tutti esplorano le conseguenze e portano all’estremo le contraddizioni del progresso cieco, dell’avanzamento tecnologico senza scopo, dell’anarchia a cui la logica del profitto conduce, un’anarchia di cui alla fine diventa vittima l’umanità intera, e non già solo la classe sociale che l’ha voluta (come suggerisce Metalhead, dove l’umanità è tenuta in scacco da malefici cani-robot. Anche se a dirla tutta non è chiaro se siano realmente “fuori controllo” e quindi sia l’umanità intera ad essere tenuta in scacco, oppure se ci sia un gruppo di umani dietro).

Ogni episodio è un piccolo film a sé e ovviamente non è mia intenzione analizzarli uno per uno, né è mia intenzione aprire un dibattito sul giudizio e sulla posizione che dovremmo assumere nei confronti del dilagante fenomeno delle “serie TV” (solo nominalmente “TV”, ma in realtà usufruite sul web sopratutto da giovani a cui la TV non interessa più e che magari non possiedono più nemmeno un televisore). Un possibile modo di sollevare la questione potrebbe suonare così: Serie TV: strumento di distrazione e asservimento o potenziale artistico e quindi finanche politico da far maturare?

Lasciando tra parentesi questa importante questione culturale e politica, mi limito a raccontare cosa aspettarsi da alcune delle puntate di Black Mirror, fornendo così una risposta parziale a questa domanda.

Alcune mi hanno sicuramente colpito per l’estetica (ora fantascientifica e/o post-apocalittica ora un po’ indie e/o nerd, come in Playtest, US Callister e Arkangel). Ma commenterò quelle che a mio parere lasciano il segno per il loro messaggio sociale e politico, premettendo a) che non sono personalmente esperto nel recensire film o serie tv, il mio giudizio estetico non è quindi allenato in tal senso.

b) che essendo ogni puntata un film a sé, ciascuno di questi piccoli “gioiellini” potrebbe essere oggetto di un saggio intero che approfondisca tutti gli aspetti possibili. Qui mi limiterò a una rude sintesi e a qualche suggestione.

Fifteen Milion Merits

Questa puntata, la seconda della prima stagione, è una delle più significative. Lo scenario è quello di una società distopica dove tutti sono costretti a pedalare al fine di accumulare punti. Il tema è certamente quello dell’alienazione. Gran parte di questi lavoratori lobotomizzati, alienati, disumanizzati, ottiene consolazione dagli acquisti che questi punti permettono di fare: beni necessari alla sopravvivenza (come il cibo della mensa), ma soprattutto bisogni assolutamente posticci (come particolari prodotti di svago, intenzionalmente volgari e trash, o la rimozione di qualche minuto di pubblicità mandate in onda su schermi onnipresenti). L’onnipresenza e la pervasività dei messaggi propagandistico-pubblicitari, la disciplina e la competizione a cui tutti sono rassegnati, la complicità dello sviluppo tecnologico nel sostegno di questa ripetitività e infine, questo forse l’aspetto più importante, la rappresentazione, integrata nello stesso sistema, della possibilità che tutto ciò possa finire, il sogno dell’emancipazione individuale incarnato da un talent show assolutamente simile a X-Factor, che qui diventa emblema del talent show medio dai colori sgargianti, la competizione sfrenata, il ruolo assolutamente secondario del talento e dell’arte e…il sessismo di uno dei giudici.

Non svelerò qui come si sviluppa la trama e come i personaggi passino dalle fatiche quotidiane della loro “fabbrica” al sogno del talent show. Mi limito però a dire che il finale è significativo (ALLARME SPOIL) di quello che chiamo “meccanismo di meta-cooptazione”: assolutamente tipico della società capitalistica, ed uno dei suoi principali punti di forza: il protagonista dell’episodio, il “lavoratore” di colore ribelle Bill, dopo varie vicissitudini, riesce ad ottenere l’attenzione dei riflettori e a finire sul palco del talent. Compie un gesto sfortunatamente individuale, irrazionale, disperato e reso tale dalla stessa solitudine cosmica a cui lo ha condannato la vita a cui si sta ribellando. Sotto lo sguardo di tutti, grida quella che chiameremmo la verità. Grida contro l’indifferenza, contro i padroni, contro l’alienazione. Tutti lo ascoltano. Ma è un ascolto sordo. È un “ascolto televisivo”. La tensione sale nello spettatore a questo punto. Cosa succede? Entra in azione la meta-cooptazione di cui ho parlato e, curiosamente, la storia di Bing è la stessa dell’intera saga di Black Mirror. La ragione per la quale l’intera serie può continuare a martellare gli schermi con i suoi messaggi provocatori è la stessa per la quale c’è stato posto nel finto talent per il discorso finale di Bill. Egli viene applaudito per le sue proteste e, infine, persino ricompensato con un ruolo nello show: una strategia per cooptarlo, per farlo rientrare nei ranghi, accontentandolo in qualche modo. Anche se Charlie Brooker (forse) non sarà d’accordo, a me questa è sembrata una metafora delle  democrazie liberali che, in un certo grado, possono concedersi il lusso di lasciar andare la protesta, certo solo nella misura in cui non ci sia qualcuno o qualcosa, ad esempio un Partito rivoluzionario, che la diriga.

Hated in the Nation

Mi piace pensare, così l’ho letta io, che questa puntata in un certo senso parli, del rischio della “E-democracy”. Siamo a Londra. In un vicino futuro in cui un’azienda ha creato e messo in circolazione milioni di api robotiche. Una serie di misteriosi omicidi (o forse suicidi?) sconvolgono l’opinione pubblica (ALLARME SPOIL). Si scoprirà che sono alcune di quelle api robotiche ad uccidere. Non era state programmate per quello, ma un malvagio hacker (il cui volto verrà mostrato una sola volta nel corso della puntata), volendo un po’ giocare la parte del dio giustiziere, prende il controllo delle api e fa in modo che si scaglino contro coloro che, per mezzo di un #hashtag, risultano essere i più odiati nel Paese (dalla giornalista che si è lasciata scappare un opinione dubbia contro i disabili, al rapper che è stato irrispettoso verso i sogni di un suo fan). Alla fine però, tutti gli utenti che avevano odiato qualcuno attraverso l’hashtag, diventano a loro volta vittime delle api. Finalmente, sebbene in modo perverso, giustizia è fatta. Possiamo supporre, infatti, che per l’hacker questa tragedia debba servire un nobile scopo: quello di restaurare finalmente la percezione della responsabilità per quello che si fa, si dice e si scrive su internet. E per il peso delle parole che si usano. Una crudeltà “giustizieria” che risuona in diversi episodi della serie. L’hacker non verrà mai arrestato (anche se il finale dell’episodio è un finale aperto che lascia libero spazio persino all’immaginazione di un sequel). Qual è il punto più politico di questo episodio? E perché la E-Democracy? Gli utenti scelgono di volta in volta chi merita di morire in modo assolutamente democratico, sulla rete. Quasi votando (sebbene con un hashtag) a maggioranza. (E uno vale uno!). Tutto questo ricorda la “libertà antica”, quella esercitata da coloro che cacciavano le stregue e le bruciavano in pubblica piazza, dai soldati che acclamavano imperatore un comandante dell’esercito di Roma basso-impero così come la procedura greca dell’ostracismo. Tutto questo però, posto in salsa contemporanea, e dotato delle tecnologie odierne, ricorda anche e soprattutto il “mito della connettività” di cui ho parlato in un altro articolo e, as last but not least, ovviamente quelle forze politiche che inneggiano alla E-democracy vagheggiando implicitamente un ritorno a una democrazia diretta (come quella della libertà antica), perché pensano che le democrazie borghesi vadano essenzialmente lasciate intatte nella loro essenza, e semmai migliorate solo nell’allargamento della partecipazione, continuando così ad alimentare l’illusione, insomma, di una democrazia senza connotati dove l’opinione del nazista vale quanto la mia, ignorando totalmente del come sia stato possibile che qualcuno abbia in testa idee naziste. E suggerendo che il problema della democrazia sia meramente quantitativo-numerico, piuttosto che qualitativo.

Ps. Per un mio approfondimento su E-Democracy e Mito della connettività, rimando al mio paper (in inglese): Social Network and politics: different kind of liberties in the digital era.

Matteo Iammarrone.