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Dubbi e perplessità sull’Effective Altruism

Mi sono imbattuto nella lettura di un saggio divulgativo, prestatomi da alcuni studenti del Dipartimento di Filosofia qui a Stoccolma, chiamato Effective Altruism and a radical new way to make a difference. Mi approccio con interesse al libro, converso con alcuni di questi studenti e cerco informazioni su internet in italiano e in inglese, scoprendo che l’Effective Altruism (orrendamente tradotto in italiano con “Altruismo efficace”) è un vero e proprio movimento filosofico con fini sociali. In parole semplici, gli altruisti effettivi (tra i più noti il filosofo Peter Singer), riflettono su come fare donazioni a scopo benefico affidandosi a valutazioni razionali nella valutazione dei destinatari dei fondi e nella scelta delle priorità delle aree di intervento (foreste amazzoniche, sofferenza animale, vaccinazioni in Africa, etc…). Esistono vere e proprie classifiche stilate dagli altruisti efficaci che valutano l’efficienza di organizzazioni caritatevoli operanti in uno stesso settore, sulla base di ricerche ed evidenza empirica (mettendo in relazione costi delle campagne, impatto sulla vita delle persone o sull’ambiente dei programmi, etc…). Inoltrandomi nell’argomento tuttavia, e devo confessare sin dal primo capitolo, sento puzza di cose che non mi piacciono, magistralmente impacchettate col brand “millenial” e piccolo borghese di sentirsi generosi e bravi cittadini, standosene comodamente seduti davanti al proprio pc (“Guadagnare per donare” è, non a caso, uno dei motti dell’effective altruism).

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Questa filosofia proclama la necessità di dare il proprio contributo per aiutare gli altri, e di usare come mezzo per questo fine l’evidenza empirica, senza mai, e dico mai, abbandonare la logica caritatevole (in un certo senso di matrice cristiana) del povero destinato a rimanere povero e del ricco destinato a conservare i suoi privilegi. Gli eroi, gli “altruisti di successo” di questa linea di pensiero sono i magnati milionari che, non importa come si siano arricchiti o quanti lavoratori sfruttino; quello che conta è che la donazione di parte del loro reddito (possibilmente il 10%) a una giusta causa, dove l’efficacia e l’efficacia del programma finalizzato alla giusta causa sono definite  da scienza, numeri e evidenza empirica. Ovviamente non è necessario essere milionari per essere dei buoni altruisti efficaci. Prendiamo per esempio l’impatto ambientale dei sistemi di riscaldamento o del consumo di acqua nelle nostre case. Nel libro mediante alcuni calcoli viene dimostrato che invece di preoccuparsi di risparmiare l’acqua corrente o di spegnere le luci quando si esce da una stanza, è più efficace per l’ambiente donare a una certa organizzazione che contribuisce al salvataggio delle foreste amazzoniche. Per cui, come esplicitamente ammette l’autore, possiamo continuare a sprecare acqua ed elettricità, e compensare con una donazione ad un certo ente caritatevole. Rimani a casa. Attenua i sensi di colpa con un click. Lascia le cose così come sono. Conserva il tuo stile di vita. Ecco i veri messaggi subliminali del libro.

Come se non bastasse, l’immagine su cui tutto questo discorso si fonda (ed è una rappresentazione esplicitamente marcata nel libro) è quella di “noi” ricchi, privilegiati abitanti del Nord del mondoe “loro” poveri sfigati abitanti del Sud del mondoincapaci di provvedere a se stessi. Questa rappresentazione è una estrema semplificazione che ignora la stratificazione di classe, descrive i Paesi come “blocchi uniformi” e dipinge il nostro “Nord del mondo” come il migliore dei mondi possibili (tutto ciò fa riflettere sul tipo di lettori a cui il libro stesso è probabilmente destinato!).

Uno dei punti morti in cui questo ragionamento si imbatte, e forse il più interessante capitolo del libro intero, è quello dedicato alle Sweatshopsnei Paesi in via di sviluppo. Le sweatshops sono fabbriche nei Paesi poveri, tipicamente in Asia o Sud America, che producono beni come prodotti tessili, giocattoli o prodotti di elettronica per i Paesi ricchi sotto condizioni di lavoro orripilanti (lavoratori costretti a lavorare sedici ore al giorno, sei o sette giorni a settimana. Assenza di misure di salute e sicurezza etc…). L’autore si chiede se, sulla base dei suoi calcoli empirici, abbia senso boicottare i prodotti derivati da queste industrie. La sua risposta è negativa: studi dimostrano che se queste orribili fabbriche chiudessero molti lavoratori finirebbero nel lavoro nero, nella criminalità o nei giri di prostituzione (dunque tendenzialmente scivolerebbero verso condizioni peggiori rispetto a quelle delle sweatshops). Per questa ragione, per essere altruisti e fare del bene a quelle persone (dove per “persone” intende un blocco unico, padrone e lavoratori) è giusto acquistare quei prodotti, non importa se economicamente e moralmente stiamo promuovendo le loro catene e la loro miseria quotidiana. Meglio una male minore, insomma. (quest’ultima parte, quella che acquistando i prodotti si giustificano quelle condizioni e si arricchiscono quei padroni, è ovviamente inesistente nel libro, ma è un mio contro-ragionamento). Ho portato quest’esempio più specifico perché è uno di quei momenti in cui l’altruismo effettivo è costretto ad ammettere la sua impotenza. Nessuna terza via è ovviamente contemplata. Nè quella della lotta di quei lavoratori contro quel padrone né il ruolo della politica nazionale o internazionale. Tutto è invece misurato in termini di Stati e individui, e più nello specifico, di scelte individuali di consumo. Queste ultime hanno ovviamente un peso (per diverse ragioni sono vegetariano e so che la scelta individuale di milioni di persone di rinunciare alla carne ha fatto diminuire il numero di macelli e di animali uccisi), ma so anche che per cambiare il mondo è necessario cambiare l’organizzazione sociale e economica, e che l’impatto delle scelte di consumo così come delle donazioni caritatevoli in quanto operanti nel solco di questa organizzazione sociale e economica, finiranno facilmente per finire in un impasse e scontrarsi con le sue contraddizioni.

 

Il significato politico di Black Mirror: parte I

Di seguito un mio nuovo contributo per LaVocedellelotte.it. Questa volta mio oggetto di attenzione è Black Mirror, una popolare serie Tv che consiglio di godersi in streaming (possibilmente in lingua originale. Sapete che sono assolutamente scettico e riluttante verso la pratica del doppiaggio).

Non so molto di Charlie Broker, a parte ciò che tutti possono leggere su Wikipedia. Ciò che è certo è che non è un intellettuale del movimento operaio o della sinistra rivoluzionaria.

Eppure ha creato, non possiamo sapere con quali intenzioni oltre a quelle di venderlo, un prodotto “televisivo” versatile e, in un certo senso, fenomenale che, al tempo stesso, è totalmente incentrato su una forte critica alla società del capitalismo digitalizzato. Sto ovviamente parlando di Black Mirror, serie TV in quattro stagioni disponibile su Netflix (ma facilmente reperibile gratis su diversi siti di streaming). Realisticamente, quasi tutti gli episodi non hanno un lieto fine. E tutti esplorano le conseguenze e portano all’estremo le contraddizioni del progresso cieco, dell’avanzamento tecnologico senza scopo, dell’anarchia a cui la logica del profitto conduce, un’anarchia di cui alla fine diventa vittima l’umanità intera, e non già solo la classe sociale che l’ha voluta (come suggerisce Metalhead, dove l’umanità è tenuta in scacco da malefici cani-robot. Anche se a dirla tutta non è chiaro se siano realmente “fuori controllo” e quindi sia l’umanità intera ad essere tenuta in scacco, oppure se ci sia un gruppo di umani dietro).

Ogni episodio è un piccolo film a sé e ovviamente non è mia intenzione analizzarli uno per uno, né è mia intenzione aprire un dibattito sul giudizio e sulla posizione che dovremmo assumere nei confronti del dilagante fenomeno delle “serie TV” (solo nominalmente “TV”, ma in realtà usufruite sul web sopratutto da giovani a cui la TV non interessa più e che magari non possiedono più nemmeno un televisore). Un possibile modo di sollevare la questione potrebbe suonare così: Serie TV: strumento di distrazione e asservimento o potenziale artistico e quindi finanche politico da far maturare?

Lasciando tra parentesi questa importante questione culturale e politica, mi limito a raccontare cosa aspettarsi da alcune delle puntate di Black Mirror, fornendo così una risposta parziale a questa domanda.

Alcune mi hanno sicuramente colpito per l’estetica (ora fantascientifica e/o post-apocalittica ora un po’ indie e/o nerd, come in Playtest, US Callister e Arkangel). Ma commenterò quelle che a mio parere lasciano il segno per il loro messaggio sociale e politico, premettendo a) che non sono personalmente esperto nel recensire film o serie tv, il mio giudizio estetico non è quindi allenato in tal senso.

b) che essendo ogni puntata un film a sé, ciascuno di questi piccoli “gioiellini” potrebbe essere oggetto di un saggio intero che approfondisca tutti gli aspetti possibili. Qui mi limiterò a una rude sintesi e a qualche suggestione.

Fifteen Milion Merits

Questa puntata, la seconda della prima stagione, è una delle più significative. Lo scenario è quello di una società distopica dove tutti sono costretti a pedalare al fine di accumulare punti. Il tema è certamente quello dell’alienazione. Gran parte di questi lavoratori lobotomizzati, alienati, disumanizzati, ottiene consolazione dagli acquisti che questi punti permettono di fare: beni necessari alla sopravvivenza (come il cibo della mensa), ma soprattutto bisogni assolutamente posticci (come particolari prodotti di svago, intenzionalmente volgari e trash, o la rimozione di qualche minuto di pubblicità mandate in onda su schermi onnipresenti). L’onnipresenza e la pervasività dei messaggi propagandistico-pubblicitari, la disciplina e la competizione a cui tutti sono rassegnati, la complicità dello sviluppo tecnologico nel sostegno di questa ripetitività e infine, questo forse l’aspetto più importante, la rappresentazione, integrata nello stesso sistema, della possibilità che tutto ciò possa finire, il sogno dell’emancipazione individuale incarnato da un talent show assolutamente simile a X-Factor, che qui diventa emblema del talent show medio dai colori sgargianti, la competizione sfrenata, il ruolo assolutamente secondario del talento e dell’arte e…il sessismo di uno dei giudici.

Non svelerò qui come si sviluppa la trama e come i personaggi passino dalle fatiche quotidiane della loro “fabbrica” al sogno del talent show. Mi limito però a dire che il finale è significativo (ALLARME SPOIL) di quello che chiamo “meccanismo di meta-cooptazione”: assolutamente tipico della società capitalistica, ed uno dei suoi principali punti di forza: il protagonista dell’episodio, il “lavoratore” di colore ribelle Bill, dopo varie vicissitudini, riesce ad ottenere l’attenzione dei riflettori e a finire sul palco del talent. Compie un gesto sfortunatamente individuale, irrazionale, disperato e reso tale dalla stessa solitudine cosmica a cui lo ha condannato la vita a cui si sta ribellando. Sotto lo sguardo di tutti, grida quella che chiameremmo la verità. Grida contro l’indifferenza, contro i padroni, contro l’alienazione. Tutti lo ascoltano. Ma è un ascolto sordo. È un “ascolto televisivo”. La tensione sale nello spettatore a questo punto. Cosa succede? Entra in azione la meta-cooptazione di cui ho parlato e, curiosamente, la storia di Bing è la stessa dell’intera saga di Black Mirror. La ragione per la quale l’intera serie può continuare a martellare gli schermi con i suoi messaggi provocatori è la stessa per la quale c’è stato posto nel finto talent per il discorso finale di Bill. Egli viene applaudito per le sue proteste e, infine, persino ricompensato con un ruolo nello show: una strategia per cooptarlo, per farlo rientrare nei ranghi, accontentandolo in qualche modo. Anche se Charlie Brooker (forse) non sarà d’accordo, a me questa è sembrata una metafora delle  democrazie liberali che, in un certo grado, possono concedersi il lusso di lasciar andare la protesta, certo solo nella misura in cui non ci sia qualcuno o qualcosa, ad esempio un Partito rivoluzionario, che la diriga.

Hated in the Nation

Mi piace pensare, così l’ho letta io, che questa puntata in un certo senso parli, del rischio della “E-democracy”. Siamo a Londra. In un vicino futuro in cui un’azienda ha creato e messo in circolazione milioni di api robotiche. Una serie di misteriosi omicidi (o forse suicidi?) sconvolgono l’opinione pubblica (ALLARME SPOIL). Si scoprirà che sono alcune di quelle api robotiche ad uccidere. Non era state programmate per quello, ma un malvagio hacker (il cui volto verrà mostrato una sola volta nel corso della puntata), volendo un po’ giocare la parte del dio giustiziere, prende il controllo delle api e fa in modo che si scaglino contro coloro che, per mezzo di un #hashtag, risultano essere i più odiati nel Paese (dalla giornalista che si è lasciata scappare un opinione dubbia contro i disabili, al rapper che è stato irrispettoso verso i sogni di un suo fan). Alla fine però, tutti gli utenti che avevano odiato qualcuno attraverso l’hashtag, diventano a loro volta vittime delle api. Finalmente, sebbene in modo perverso, giustizia è fatta. Possiamo supporre, infatti, che per l’hacker questa tragedia debba servire un nobile scopo: quello di restaurare finalmente la percezione della responsabilità per quello che si fa, si dice e si scrive su internet. E per il peso delle parole che si usano. Una crudeltà “giustizieria” che risuona in diversi episodi della serie. L’hacker non verrà mai arrestato (anche se il finale dell’episodio è un finale aperto che lascia libero spazio persino all’immaginazione di un sequel). Qual è il punto più politico di questo episodio? E perché la E-Democracy? Gli utenti scelgono di volta in volta chi merita di morire in modo assolutamente democratico, sulla rete. Quasi votando (sebbene con un hashtag) a maggioranza. (E uno vale uno!). Tutto questo ricorda la “libertà antica”, quella esercitata da coloro che cacciavano le stregue e le bruciavano in pubblica piazza, dai soldati che acclamavano imperatore un comandante dell’esercito di Roma basso-impero così come la procedura greca dell’ostracismo. Tutto questo però, posto in salsa contemporanea, e dotato delle tecnologie odierne, ricorda anche e soprattutto il “mito della connettività” di cui ho parlato in un altro articolo e, as last but not least, ovviamente quelle forze politiche che inneggiano alla E-democracy vagheggiando implicitamente un ritorno a una democrazia diretta (come quella della libertà antica), perché pensano che le democrazie borghesi vadano essenzialmente lasciate intatte nella loro essenza, e semmai migliorate solo nell’allargamento della partecipazione, continuando così ad alimentare l’illusione, insomma, di una democrazia senza connotati dove l’opinione del nazista vale quanto la mia, ignorando totalmente del come sia stato possibile che qualcuno abbia in testa idee naziste. E suggerendo che il problema della democrazia sia meramente quantitativo-numerico, piuttosto che qualitativo.

Ps. Per un mio approfondimento su E-Democracy e Mito della connettività, rimando al mio paper (in inglese): Social Network and politics: different kind of liberties in the digital era.

Matteo Iammarrone.

Il mito della connettività digitale

Di seguito un interessante contributo sulla questione della tecnologia, e più nello specifico sul rapporto tra potere e connettività digitale, nel tentativo di scardinare il mito (in parte populista, se vogliamo, e pienamente abbracciato dal M5S ad esempio) secondo il quale il “problema” é l’assenza di orizzontalità e la persistenza del dominio dei vecchi poteri verticali. (E la soluzione sarebbe dunque semplicemente dare voce “alla gente” e al “potere orizzontale” della rete). Mi sono per lo più limitato a tradurre dall’inglese, con l’aggiunta di alcuni commenti tra parentesi. 

ENGLISH ORIGINAL VERSION BY TORN HALVES (http://www.digitalcounterrevolution.co.uk/2015/radical-digital-connectivity-myth/). Italian translation and comments by Matteo Iammarrone.

Ci ribelliamo, così ansiosi di vedere il vecchio mondo crollare e la prima luce della nuova era irrompere nell’oscuro orizzonte. La verità è che cadiamo facilmente nella trappola di vedere false albe.  L’epoca moderna è iniziata, non con qualcosa di inciso sulla pietra, ma con la negazione delle vecchie autorità. Il dubbio radicale e il rifiuto dell’autorità sono intrinsechi all’epoca che ci caratterizza, e questo meccanismo fa sì che quasi sempre ciò che si percepisce come critica finisce per essere la mera affermazione della tendenza dominante. Una di queste “false albe” che in realtà si rivela essere piuttosto il suo opposto, è la narrazione “progressista” di una radicale connettività digitale.

Questa narrazione trae le sue origini da una narrazione più originaria. Ai tempi in cui Marx scriveva i tre volumi del Capitale,, emerse un’idea sul capitale come fattore che involontariamente influenza una “connettività radicale” (a quel tempo ovviamente, ancora priva di internet). Le istituzioni della borghesia che avevano amato dividere e dominare stavano, più o meno inconsapevolmente, costruendo un’economia che avrebbe unito i lavoratori del mondo, e per la prima volta nella storia umana, creato un’unità tra persone altrimenti divise da diverse lingue, culture e leggi. Era il gioco del capitalismo che stava creando da sé le condizioni per il suo superamento seminando il terreno per quell’orizzontalità che avrebbe unito tutti i lavoratori in una stessa identità che avrebbe (forse) rovesciato la verticalità del capitalismo stesso.

La narrazione odierna è che il consumatore elettronico riuscirà laddove le forze di produzione non sono pienamente riuscite e che la connettività digitale dischiuda una orizzontalità nella quale le persone riescono a entrare in contatto, creare reti di solidarietà (potremmo dire) (in contrasto alla orizzontalità della proletarizzazione), e siano così ispirate nella ribellione  contro (ciò che resta) della vecchia verticalità.

Nel caso dell’istruzione la questione sembrerebbe perfettamente chiara: l’insegnate rappresenta il vecchio ordine verticale che poteva essere legittimato soltanto dalla scarsità di informazioni (analogamente al capitalista alla scarsità di mezzi di produzione); la tecnologia digitale invece fornisce accesso diretto ad una grande mole di informazioni e infinite opportunità per un tipo di formazione auto-didatta così come per la condivisione spontanea delle conoscenze e delle scoperte. La tecnologia digitale così fornisce la base materiale per un nuovo tipo di relazioni sociali orizzontali che hanno un radicale potenziale politico.

Il vecchio motto: “Lavoratori di tutto il mondo unitevi, non avete nulla da perdere ma le vostre catene” è così sostituito dal nuovo motto: “Nativi digitali del nuovo mondo, unitevi. Non avete nulla da perdere che i vostri insegnanti.”

Parte del problema di questa narrazione riguarda l’opposizione binaria tra verticale e orizzontale. L’assunto di partenza è che ciò che deve essere combattuto è ciò che è verticale. Il caro vecchio mondo era, ed è ancora, verticale, la verticalità del padrone della fabbrica così come dell’insegnante che ancora rifiuta di mettere il verbo “insegnare” tra virgolette. Al contrario, ciò che è nuovo e luccicante e deve la sua esistenza al consumatore elettronico è orizzontale. L’orizzontalità è bella, nuova e da difendere. La verticalità è vecchia e da superare. Sbagliato. (O meglio questa opposizione binaria, è una falsa opposizione nel senso che non è utile a comprendere la reale natura del problema). 

Il vecchio mondo da distruggere era, e rimane ancora, pienamente orizzontale nel suo dispiegarsi.  A differenza dell’ordine feudale che preservava una stretta gerarchia fondata su giustificazioni ultraterrene, il “nuovo” ordine commerciale funzionava, e tuttora funziona, proprio sull’assunto che nessun ordine è sacro. (e forse, è proprio questo uno dei suoi punti di forza che, per ora, gli garantisce continui auto-salvataggi). Ogni ordine costituito può (potenzialmente)  essere smantellato e ricostruito da capo (quel “potenzialmente” è importante, l’autore non lo specifica. Ma secondo me qui intendeva semplicemente dire che il capitalismo non si fonda su una giustificazione divina, ma il più delle volte su una giustificazione utilitaria che per quanto meschinamente falsa riesce nell’intento  di tenerlo in piedi). Come disse qualcuno: tutto ciò che una volta era solido è ora gettato nella fornace del commercio per diventare il bollente, tossico fumo del profitto. Da un punto vista del potere, tutto ciò risulta in fin dei conti assolutamente verticale (il processo di accumulazione è verticale); ma data la sua logica “livellante” che travolge tutto ciò che è vecchio e istituisce nuove gerarchie, appare radicalmente orizzontale. 

Il mondo del commercio è nel suo freddo cuore governato da due idee fondamentali: a) quella che le persone sono libere di lasciare la terra e andare dove  preferiscono; e b) quella che tutto ha un prezzo e può essere monetizzato. Entrambi queste idee sono evidentemente orizzontali. a- scardina la vecchia idea di gerarchie di ruoli precostituiti in cui le persone nascevano e a cui le persone erano per sempre predestinate; b- scardina l’idea di una gerarchia di valori a cui il commercio deve essere subordinato.

Il problema con l’attuale ordine dominante non è quello di una dimensione verticale che esclude l’orizzontale, ma di una dimensione orizzontale fasulla che è stata istituita (come fumo negli occhi) – una identità imposta che non rende giustizia della differenza. Tutto è soggetto a calcolo commerciale, anche il tempo, che è, ovviamente, denaro. E ciò che aiuta a sostenere tutto ciò è la diffusa concezione di libertà personale, la credenza nell’idea orizzontale della “human agency” – una concezione che presuppone l’istituzione di un “ordine monetario impersonale”. (Qui l’autore si sta semplicemente riferendo alla vecchia idea di libertà del liberalismo classico, che è prodotto ideologico del capitalismo stesso).

La falsità di questa dimensione orizzontale si esprime, ad esempio, nell’indifferenza al destino delle cose – una indifferenza che anima tutti noi. L’idea di un attaccamento agli oggetti appare oggi non solo sentimentale, ma ridicola. Perché legarsi al proprio smartphone quando un nuovo, più veloce e funzionale modello sta per uscire sul mercato? Gli oggetti che sono chiamati a indicarci la via per il futuro (gli oggetti simbolo del progresso) non sono nella lista di cose a cui uno si legherebbe. La dimensione orizzontale alla fine de gioco si frammenta in una sfera costruita da agenti “appiattiti”, delusi dalla falsa idea di libertà e un più oscuro mondo nascosto a cui essi stessi rimangono indifferenti. Nella preferenza per la carne nel cellophane, ad esempio, c’è un’indifferenza per gli orrori del macello.

In passato, a chi faceva critica sociale al piacere industriale appariva ovvio che il destino (e le condizioni) di coloro che erano intrappolati nella schiavitù salariale era prioritario. Nel nostro consumo di “piaceri digitali”, invece,  molto del parlare del potenziale della fibra ottica sembra indifferente a ciò (sembra, in altre parole, non esserci posto per questo tipo di priorità). La nuova orizzontalità (tanto decantata) non appartiene altro che a un post-industrialismo incelofanato che è indifferente agli orrori dell’ordine industriale che ancora esiste, ma che è tenuto lontano dalla vista, come il macello.

L’entusiasmo tecno-centrico per la connettività digitale troppo spesso va a braccetto con l’indifferenza verso ciò che non è connesso. O peggio ancora: disprezzo vero e proprio. (Per “ciò che non è connesso” qui l’autore non si riferisce solo gli abitanti del “terzo mondo” che non hanno accesso alla Rete, ma in primis, credo, alla parte della nostra vita vissuta offline, alla cruda realtà del lavoro salariato e dello sfruttamento quotidiano da cui la Rete e i suoi giochini cerca di distrarci, un po’ come i mondi ultraterreni paventati dalle religioni. Tenere ben in mente a chi e cosa ci riferiamo con “ciò che non è connesso” è fondamentale per comprendere tutto il resto dell’articolo.).

Una nuova massa di gente definisce se stessa in rapporto ai propri gadget tecnologici (ai propri oggetti, alle proprie app) favoriti. Coloro che restano fuori sono “fuori dal mondo” oppure opinabili. L’uso del termine “luddista” in accezione peggiorativa è emblematico. Esprime un’indifferenza verso la storia che c’è dietro questa parola – la storia di un gruppo che combatte la falsa orizzontalità della proletarizzazione. “Siete luddisti”, dicono, inconsapevoli di essere dalla stesa parte di un pensiero dominante che non si fa scrupoli nell’uso della forca per azzittire anche la critica più articolata. L’indifferenza che è pratica così ben consolidata della vita offline, è così prevalente online che viene da chiedersi come l’idea di una radicale connettività digitale possa aver preso piede.

La realtà della vita online è quella di innumerevoli gruppi che isolano stessi da tutto ciò che potrebbe sfidare le loro idee preconcette. (Qui “gruppi” non è solo in senso ristretto di “gruppo fb”, ma nel senso più ampio di aggregato umano).  La vita online è addirittura più frammentata di quella offline. Nella piazza dei paesini di vecchie – disconnesse – località era possibile sfidare qualcuno e cominciare un dialogo, per quanto non sempre del tutto semplice. Ma online lo “sfidante” può essere destituito con un solo click. Un troll, o qualsiasi altro idiota che non sa come stare nella propria “corsia”. Questo è internet: un’autostrada con numerose corsie parallele, ciascuna indifferente all’altra. E la vita online viene ordinata sulla base di un sistema di etichette (chiamate tag).  Tutto ciò che vuole essere trovato nella confusa sovra-abbondanza delle “scorie” digitali deve essere associato ad una tag. Deve essere etichettato. Identificato e categorizzato. Internet come mezzo tende quindi intrinsecamente verso ciò che è facilmente identificabile, tendendo a rifiutare al tempo stesso ciò che è fastidiosamente originale – una sistematica indifferenza per l’alterità.

La dimensione orizzontale del digitale è palesemente inefficace nel resistere alla tentazione di riprodurre il peggio della vecchia, odiata, dimensione verticale. La narrazione sulla connettività digitale comprende un ripensamento radicale dell’istruzione, assumendo che le più essenziali delle forme di apprendimento sono quelle che avvengono online (non che l’educazione non necessiti di essere ripensata. Ma è davvero in questo senso che vogliamo ripensarla?). Tutto ciò esprime un’altra forma di indifferenza: quella verso la qualità dell’esperienza personale,  ogni discorso che ripensi l’istruzione in termini di accesso alla quantità di informazioni è vacuo. Imparare, nel suo senso più nobile, implica l’essere toccati da ciò che uno non si aspetterebbe – qualcosa che ha strettamente a che vedere con la qualità e l’essenza più profonda (e irriproducibile) dell’esperienza personale. Imparare con la tecnologia digitale sarà un vantaggio nella misura in cui sarà un vantaggio per quel tipo di esperienza. Ma lo è, oppure questa nuova forma di apprendimento è parte di una tendenza generale verso l’attenuazione e il discredito di quel tipo di esperienza?

Ogni critica sociale che si rispetti e che cerchi di difendere una nuova universalità ha bisogno in qualche modo di distinguere tra ciò che è autenticamente orizzontale e ciò che è falsamente orizzontale. La mia idea è la seguente: la falsità è vista nell’indifferenza e nell’antipatia verso ciò che non è compatibile con la nuova “unità”. La verità di una nuova forma di connettività è da ricercare precisamente nel problema di ciò che non è connesso. Se la parola “verità” significa qualcosa, essa sta anche e sopratutto in ciò che non può essere ridotto al sistema prevalente di identificazione. Va verso ciò che non può essere connesso nella maniera semplicistica della narrazione digitale.  La preoccupazione per ciò che è autenticamente orizzontale potrebbe perciò più facilmente motivare la disconnessione dalle forme di connettività sia nuove che vecchie che non rendono giustizia a ciò che è differente. La connettività digitale non è né una benedizione né una maledizione per la connettività radicale. Ma funziona più come una distrazione dal problema reale, che è come ci relazioniamo a ciò che rimane, e deve rimanere, disconnesso. 

Traduzione e commenti di Matteo Iammarrone

Fonte originale: Torn Halves,

http://www.digitalcounterrevolution.co.uk/2015/radical-digital-connectivity-myth/