Filosofia

Tecnologia e automi: i robot ci libereranno dal lavoro alienato?

Di seguito pubblico un mio articolo comparso su Lavocedellelotte.it come contributo ad un dibattito pubblico che stiamo portando avanti relativo al rapporto tra robotica e lavoro (qui trovate il primo contributo). La domanda che c’è dietro è: i robot e la prospettiva di una produzione totalmente automatizzata, ci libereranno dal lavoro alienato? Nel capitalismo l’avanzamento della robotica è per i lavoratori una minaccia, ma nel socialismo sarebbe invece una opportunità senza precedenti. Dal mio punto di vista questa evidente contraddizione rammenta quanto vivo e attuale sia il contributo di Marx. 

Tento con questo breve scritto di offrire un piccolo contributo a un argomento che, come è stato scritto nell’articolo precedente, è assai importante. Tuttavia anche io lo offro forse senza il trattamento adeguato e in maniera molto divulgativa, senza scomodare Marx né altri, restando su un piano semplice, di modo che sia di facile lettura e a chiunque comprensibile.

C’è una narrazione che l’articolo precedente ha avuto il merito di sottolineare che è quella secondo la quale “la classe operaia non esiste più”. L’assurdità di questa affermazione è presto demolita dalla “prova degli oggetti”. Dal sapone al dentifricio alla stessa energia per i mezzi di locomozione tutto è prodotto ed è prodotto da qualcuno. Ma soprattutto la prova più evidente sta nel fatto che c’è ancora chi detiene i mezzi di produzione (una minoranza) e chi lavora per questa minoranza (una maggioranza). Sicuramente la classe operaia é mutata nella sua estetica, nel modo di vestire, etc…ma non nel suo essere tale e conseguentemente nella sua funzione storica propulsiva.
Ovviamente questa narrazione è assolutamente funzionale alla conservazione del sistema capitalistico che é ossessionato dal voler convincere i suoi servi che le cose vanno in un modo e non potrebbe essere diversamente, che le classi sociali esistono per natura e quindi devono continuare ad esistere, e soprattutto che la società è fatta di individui in competizione, e non di classi in lotta tra loro, ma di individui soli e atomizzati, ciascuno col proprio egoismo non conciliabile con quello altrui.

Questa narrazione – “la classe operaia non esiste più” – ha poi un altro effetto che è strettamente collegato ad un seconda narrazione a cui la prima si intreccia strettamente: “un giorno gli automi produrranno al posto dei lavoratori”. Questi due assunti, proposti assieme, creano un mix esplosivo il cui effetto immediato è la perdita dell’importanza del lavoratore nella produzione e la giustificazione ideologica per pagare sempre meno il lavoratore stesso, sempre più inutile e poco remunerativo rispetto alla macchina. La macchina allora entra in competizione con lavoratore stesso. Quando ripetiamo che il capitalismo è, a dispetto delle apparenze, un ostacolo al libero sviluppo delle facoltà umane, significa proprio questo: tutto questo discorso della macchina come nemica è assolutamente valido. È un dato di fatto. Ma perché la macchina deve arrivare ad essere nemica dei lavoratori (e quindi della maggioranza dell’umanità)? Questa domanda fa tremare gli ideologi del capitalismo più irriducibili.

Il dominio del futuro sul presente, quella stessa logica del progresso e dell’accumulazione senza fine che caratterizza il capitalismo, impone un futuro di macchine digitali e automi. La verità è però che non sappiamo se sarà così o meno. Quello che però possiamo constatare per certo è che aumenta a dismisura la distanza. Tra i lavoratori di un settore, tra settori di lavoratori, tra le macchine e gli utilizzatori sul posto di lavoro e nella società. Aumenta la distanza. E tutto (il potere capitalistico) diventa più decentrato e difficile da combattere, diventa più complicato organizzarci proprio per questa ragione: i lavoratori spesso non lavorano più nemmeno sotto lo stesso tetto.
Quello che ancora possiamo constatare è che se davvero come la narrazione vuole raccontarci il futuro è delle macchine digitali e degli automi vuol dire che hanno perso o che stanno perdendo: perché in un futuro simile non ci si può collocare nel mezzo, un futuro simile é un incubo al quadrato, una contraddizione evidente davvero a tutti e insopportabile se si rimane nel capitalismo,
ma una opportunità senza precedenti se invece quegli automi vengono socializzati e se si passa al socialismo.

Alla luce di queste considerazioni, non possiamo lasciare la “tecnofilia” nelle mani della propaganda padronale, non possiamo permetterci di essere meramente luddisti, dobbiamo dire che quei robot sono spaventosi e assurdi sì, ma solo perché usati per gli scopi capitalistici del profitto e inseriti in un modo di produzione capitalistico; dobbiamo dire che quei robot nel socialismo rappresenterebbero un vero progresso per l’umanità. Addirittura non sarebbe forse irragionevole pensare che se la propaganda padronale può permettersi oggi di portare avanti una narrazione di questo tipo, è proprio per via del bassissimo livello di coscienza collettiva, che si limita a crogiolarsi nell’incubo di un futuro in competizione con gli automi, anziché denunciare l’opportunità di questa prospettiva se solo si spezzassero una volta per tutte le catene del capitalismo.

Quest’argomentazione a favore della necessità della socializzazione dei mezzi di produzione, in questo caso degli automi, é veramente difficile da controbattere per i capitalisti e i loro ideologi, e a mio modo di vedere potrebbe essere per i prossimi decenni un punto cardine della nostra propaganda, la nostra narrazione, quella dalla parte di chi è sfruttato.

Liberi pensieri tra Poliamore e Avere o Essere

Mi permetto di incollarvi un paragrafo che ho dovuto escludere dalla mia tesi in fase di scrittura, per ragioni di spazio e un’accumularsi di grandi nomi da far convergere per parlare di poliamore. Un argomento vibrante e ansioso di essere sviluppato in maniera seria e con gli strumenti di una disciplina importante quale è la filosofia. Di seguito alcuni appunti (che sono stati appunto esclusi) in relazione a To have or to be (1975) di Fromm che ho letto in lingua originale.

“Le due modalità di esistenza individuate da Erich Fromm in Avere o Essere (1975) ci aiutano in qualche modo a comprendere meglio la contrapposizione tra la monogamia che conosciamo, o quanto meno un certo modo di vivere la monogamia che conosciamo, ed altre forme di gestione del complesso rapporto tra sentimento, desiderio e vita sociale quale può essere il poliamore, una forma di non-monogamia etica e consensuale.

“Having” e “Being”, Avere o essere “sono due modalità di esistenza”, “due possibili modi di orientarsi verso il sé e il mondo”, “la cui rispettiva predominanza determina la totalità dei pensieri, dei sentimenti, delle azioni, di un individuo” (p.21). Nella visione di Fromm la scelta tra queste due alternative risulta cruciale per l’orientamento della vita dell’individuo e dell’intera società. La scelta però rimane costante e mai definitiva e non si esprime tanto attraverso gli atti in sé compiuti dal soggetto quanto piuttosto attraverso l’attitudine che li alimenta e con cui il soggetto accompagna tali atti (p.71). Se avessimo la pretesa di contrapporre in maniera eccessivamente netta e radicale avere o essere cederemmo forse in quell’essenzialismo che qui intendiamo contrastare creando etichette e classificando gli altri in “persone che sono” e “persone che hanno”. Una premessa è perciò necessaria: non intendiamo qui argomentare per una contrapposizione cruda e semplificatoria tra persone che “sono” (e che magari amano in maniera libera e vivono all’insegna dell’essere) e persone che “hanno” (e che magari sono ancora legate alla monogamia perché vivono all’insegna dell’avere, del possesso e del carattere anale sostenuto da Freud e ripreso da Fromm). La scelta tra queste due modalità, infatti, è più che altro un’attitudine e non è quindi facilmente trasferibile (sia in un verso che nell’altro) semplicemente indossando la veste di una nuova norma (quella del poliamore ad esempio). Non basta, in altre parole, decidere da un momento all’altro di avere più partner per agire da poliamorosi così come non si è necessariamente avidi ed egoisti se si decide di essere classicamente fedeli e monogami.

 

La modalità dell’avere è riferita principalmente agli oggetti e a tutte quelle cose che trattiamo come oggetti e che crediamo “fisse e descrivibili” (p.75). Questa modalità si esprime nell’uso che facciamo del linguaggio con una preponderanza di sostantivi e del verbo “avere” rispetto agli altri verbi (“Ho mal di testa”, “Il mio medico”, “La mia ragazza”, etc..). La modalità dell’essere è riferita principalmente alle esperienze e predilige l’uso dei verbi a quello dei sostantivi (“Sono malato”, “Sento freddo”, “Sento che ti amo”). Le cose che esperiamo non sono sostanze fisse in sé, a dispetto della nostra pretesa di fissarle, ma processi (ed è difficile dimostrare il contrario). Soprattutto le cose che ci riguardano più da vicino. L’amore, le relazioni…etc. L’amore non è una sostanza, ma un atto (p.69). Si aggiunga che, soprattutto nella nostra ottica “queer” e anti-essenzialista (che approfondiremo nel prossimo paragrafo), sarebbe utile attribuire gli aggettivi alle cose o ai comportamenti piuttosto che alle persone e ai soggetti, dal momento che le persone e i soggetti non sono sostanze fisse ma al massimo agenti che fanno cose. Allora un uomo non è sciocco. Ma ha idee sciocche. Una persona non è monogama, ma segue un modello monogamo (magari inconsapevolmente). Non è un genio, ma ha idee geniali. Non è vegetariano, ma segue una dieta vegetariana. Una persona non è egoista, ma, nel momento in cui parliamo e lo stiamo giudicando, può darsi che abbia, che stia mettendo in atto, a nostro dire comportamenti egoistici.

 

“Le parole indicano che stiamo parlando di sostanze fisse, nonostante esse non siano altro che processi che causano certe sensazioni nel nostro sistema corporeo”(69)

“Ma la società ci educa a trasformare sensazioni in percezioni che ci permettono di manipolare il mondo in cui viviamo”(69)

 

Così facendo attribuiamo il nome “tradimento” a quell’insieme di esperienze che la società ci insegna a percepire come tali. Usiamo così quella parola in un modo che non sarebbe contemplato se vigesse un modello diverso che cioè ci consentirebbe di codificare le sensazioni in percezioni in un altro modo.”

Qualche riflessione sui lupi solitari del terrorismo islamico

Tanto sangue ha attraversato e probabilmente continuerà ad attraverserà le strade d’Europa. Forse anche d’Italia ora che la nuova campagna belllica in Libia è stata inaugurata. Sangue in ogni caso innocente di un terrore che colpisce indistintamente dal sesso, dall’etnia e dalla classe sociale con una particolare attenzione però alla gente comune, perché l’obiettivo è il panico indistinto. Nella visione dei terroristi infatti non c’è posto per un alto e un basso, cittadini contro politici o borghesi contro sfruttati, ma solo per chi è fedele alla rigida Legge islamica (o alla loro versione della legge) e chi non lo è. I fedeli e gli infedeli. Uno schema caro anche a certi reazionari nostrani che magari all’occorrenza in funzione anti-islam recitano la parte dei paladini dei diritti delle donne, ma poi quando il mostro passa in secondo piano ritornano a essere i soliti maschi cattoreazionari e italioti, come e peggio dell’islam radicale.

Le ragioni storiche, politiche e religiose, anche se queste ultime in misura minore a mio avviso, alla base della nascita e dello sviluppo del fenomeno Isis sono complesse  e articolate e non intendo affrontarle in questa sede. Così come non intendo denunciare le arcinote e imperdonabili responsabilità dell’Occidente nella nascita e nella diffusione del fenomeno stesso, un Occidente reso misero e impotente dal suo stesso capitalismo e che uccide i suoi figli con le stesse armi che produce. Quello su cui invece volevo concentrarmi erano i “lupi solitari” di cui peraltro sta emergendo sempre più la giovane età, i fuggevoli e poco monitorabili lupi solitari, radicalizzati dell’ultimo momento magari o psicopatici da tempo che trovano nella causa Isis l’occasione della vita.

La causa preconfezionata dell’Isis è senza dubbio accattivante. Non neghiamocelo. È un richiamo che dà in pasto al fragile lupo solitario un senso di appartenenza, finanche un amore che la decadenza delle società occidentali non può permettersi di dare, non vuole o non riesce a dare. Un amore fatale e mortale che chiede in cambio il corpo e la vita stessa, ma pur sempre un “amore”. Un grande amore che è una grande causa che, come tutte le le cause ultraterrene, deve la sua potenza all’eternità che promette. È su questo che volevo riflettere. E invitare a cambiare le domande. Se non cambiamo le domande non invertiremo mai la rotta del mondo. Allora non chiediamoci come vincere una guerra di religione che non c’è, ma come combattere la decadenza che, più concretamente, è quel nichilismo paralizzante che sta permettendo a questo tipo di terrorismo di germogliare all’interno delle nostre società che sono minacciate anche da pulsioni interne prima che da nemici esterni che comunque abbiamo contribuito a creare. Un “nichilismo paralizzante”, come ho spesso osservato nelle presentazioni del mio libro, che afferma che dal momento che Dio è morto e che anche il muro di Berlino è crollato non esiste più verità e se non può esservi verità tutto si svuota, diventa impalpabile e le nostre braccia, le nostre gambe e le nostre teste restano paralizzate su una sedia a fare gli spettatori di un mondo sul quale non possiamo influire minimamente. Questa precisa forma di nichilismo sta uccidendo la mia generazione. E penso giochi un ruolo importante per questi lupi solitari che, non a caso, sono miei coetanei.

Questa minaccia “interna” vuole far appassire le nostre società spingendole indietro, verso un cupo oscurantismo anziché distruggerle per progredire, liberandole dal giogo della proprietà privata e dello sfruttamento. I lupi solitari sono nati e cresciuti qui in molti casi. Non bisognerebbe chiedersi perchè arrivano a tanto, ma fornire valide ragioni per non arrivare a tanto, ad esempio rivoluzionando le nostre societá in modo da renderle difendibili. Perché oggi questo capitalismo è semplicemente indifendibile, soprattutto per chi viene da storie di emarginazione, da migrazioni, da chi sta in basso nella scala sociale (ma in realtà non solo) etc…
e questa vertigine sul vuoto, sul non futuro del capitalismo coniugato alla debolezza dei movimenti o delle organizzazioni anticapitaliste, rende fragili, confusi e facilmente attratti da cause cosí apparentemente grandiose ma sbagliate perchè illusorie e perché possono solo aggravare il malessere dell’umanità.

Mi viene da pensare, ma è un azzardo storiografico, che se fossero esistiti ancora i “partiti di massa” la storia del presente sarebbe stata diversa.

Per approfondire vi segnalo un articolo non molto distante dall’opinione che ho appena espresso: http://www.repubblica.it/rubriche/bussole/2016/08/04/news/la_rivolta_

generazionale_che_alimenta_il_terrorismo-145331536/?ref=drnh7-2

Chi sono

Mi chiamo Matteo Iammarrone, classe 1995. Vent'anni di cui almeno gli ultimi cinque passati a gironzolare qua e là per l'Italia e non solo. Altri impiegati in webdesign e programmazione.
Moltissimi altri impiegati a scrivere canzoni e poesie e ad usufruirne. Attualmente studio Filosofia presso l'Università di Bologna e cerco di sopravvivere ai suoi anni dieci (gli anni zero sono già morti da un pezzo!)

Non si esce sani dagli annidieci

La mia nuova silloge poetica edita con L'oceano nell'anima edizioni. Poesia intermezzata da prosa che la contestualizza, la introduce, la commenta. Un linguaggio in parte devoto al gergo giovanile e ai nuovi inglesismi, così come al cantautorato indie. Un affresco di sentimenti inclusivi, poliamori, storie poliglotte, polifunzionali, amori mai banali, liberi dall'ingombro del vecchio mondo. Riflessioni sulle narrazioni romantiche dominati, sulla proprietà, sul futuro del capitalismo e sul futuro stesso della poesia che è il futuro dell'uomo.

Ordina Libro Ordina E-book

Maggiori info

Presentazioni: - Pescara, 8 Luglio 2016 - H21:45 - Circolo Babilonia (Via Campobasso); - San Severo (Fg), 18 Luglio 2016 - H20:00 - I Sotterranei (Corso Gramsci) - Bari, 2 Agosto 2016 - Ex Caserma Liberata BOLOGNA, 9 Dicembre 2016 - Poco ma buono (Via dell'Unione) (Per organizzare nuove presentazioni scrivetemi a contatto@matteoiammarrone.com o dalla sezione Contatti)
(Poems in swedish language)

Statistiche

Frase del giorno

Cerca treni

Stazione di partenza (es. "Pescara Centrale"): Stazione di arrivo (es. "Roma Tiburtina")