Religione, Etica e Filosofia

“Una vita per decostruire”: eteronormatività, monogamia e patriarcato

Una appassionata e combattiva autobiografia sulla necessaria ma dolorosa scoperta di sé stess*, quella di Elena Lazzari, giovane Donna lesbica e femminista militante. Dalla messa in discussione dei paradigmi tradizionali (“eteronormati”, “patriarcali”) all’esplorazione di nuovi modelli sessuali e relazionali, non necessariamente per condannare i primi, ma solo per estendere il mare aperto delle possibilità, per moltiplicare le strade battibili e per, cosa non da poco, trovarsi una definizione e un modus esistenziale che più si confaccia alla natura di ciascun*.

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(“Una vita per decostruire”, Elena Lazzari, Ed. Epsil – 2014 – Link per l’acquisto)

Gli spunti filosofici e pratici in particolare per tutte le donne (a cui il libro è esplicitamente dedicato) sono numerosi, ma quello di Elena Lazzari è anche un diario-testimonianza, una sonda piuttosto rara della condizione delle donne lesbiche nell’Italia del terzo millennio: considerate ancora ostili in certi ambienti, e nel migliore dei casi ignorate, liquidate con leggerezza, specie se giovani e giovanissime. Quello che ad Elena preme sottolineare su questo punto è come in quanto tali le lesbiche siano discriminate non tanto perché amano altre donne, ma soprattutto perché non aderiscono a quel ruolo a cui ci si aspetta che una donna “perbene” e “normale” aderisca: che sia, cioè, assoggettata al marito o comunque che viva all’ombra di un uomo. Ed è proprio questa autonomia che Elena, rispetto al genere maschile vuole rivendicare in quanto femminista e la libertà di amare una donna, anzi più donne, in quanto lesbica e non monogama.

Se questo libro ha destato la mia curiosità (e se l’ho acquistato e letto, e non me ne sono pentito affatto) è, se devo essere sincero, per via della carica “antinormativa”(?) che ci avevo intravisto. Ero alla ricerca di libri che scardinassero il mito della monogamia, essendo un militante poliamoroso, oltre che un fervente sostenitore dei diritti LGBT, e un giorno mi sono ritrovato quasi per caso al Cassero di Bologna, davanti a questa giovane donna-scrittorA che stava presentando un libro che, non solo scardina il mito della monogamia (anche se non è questo il tema principale), ma racconta anche e soprattutto dell’esclusione e dei travagli di una giovane lesbica.

Un libro per le donne, in particolare, perché la tensione che lo caratterizza sin dalla prima pagina è quella che si sprigiona dal grido militante di una femminista che invita ad un possibile processo di decostruzione e ricostruzione attraverso una più che mai necessaria, politica, filosofica, sociale, pratica autocoscienza. Anche se ci sarebbe da aggiungere che le problematiche interiori e di accettazione sociale che l’autrice si ritrova ad affrontare sono comuni, con le dovute differenze, a tutti quei soggetti che non si riconoscono nella monogamia eteronormata (dunque lesbiche, ma anche gay, bisex, e poliamorosi etero e non)

Le suggestioni poi sono numerose: citazioni di Nietzsche, di Simone De Beauvoir, un linguaggio semplice e non accademico che però mira, come scoprirete, a coniare nuove terminologie, a rinunciare alla sua universalità che troppo stride con l’unicità, la diversità delle persone.

E se la storia di Elena mi ha appassionato, incuriosito “nonostante uomo”(potrebbe dire qualcun*), devo ringraziare la donna che è in me. Se fossi nato donna, infatti sarei stato una femminista, e pure militante, questa convinzione è inestirpabile dalla mia testa.

Aimè sono nato uomo, il che non significa dover pagare la colpa delle magagne e dell’oppressione che i miei antenati e i miei simili di sesso maschile hanno perpetrato e perpetrano tuttora nei confronti del sesso femminile, ma non vuol dire nemmeno essere a priori esente da ogni responsabilità, cantare vittoria per l’uccisione del mostro maschilista che è stato inevitabilmente impiantato in me, anche in me, da questa società in cui volenti o nolenti sono nato e cresciuto. Questo significa tenere sempre e comunque alta la guardia dell’autocoscienza, un processo di autocoscienza diverso da quello che la Lazzari invita ad intraprendere nel suo libro, ma altrettanto necessario e complementare a quello femminile.

(Come mi disse Elena alla presentazione del suo libro quando le chiesi se il suo scritto fosse rivolto anche gli uomini “Gli uomini devono liberarsi da soli, compiere IL LORO processo di autocoscienza!”).

Auguro ad Elena che possa proseguire il cammino nella realizzazione dei suoi prossimi “progetti di diffusione di pensiero femminista e lesbico” e che possa vincere le sue battaglie, che poi in realtà, a conti fatti, sono anche le mie.

Considerazioni di un non credente sulla festività dei defunti

Commemoriamo i defunti, commemoriamoli tutti, ma senza consegnarci, per ottemperare alla nostra intrinseca debolezza, a vane illusioni.

Commemoriamo quei morti a cui abbiamo voluto bene, ma senza consolarci con illusioni vane e preconfezionate: quando il loro cervello ha smesso di funzionare e il loro cuore di palpitare, infatti, nessuno li ha spediti in cielo; sono stati, semmai, seppelliti da una ruspa nella terra ed è lì, in basso, sotto i nostri piedi, e non in alto, sopra le nostre teste che giacciono. E poi, quando hanno smesso di respirare, abbiamo cominciato, più del solito, a frugare nei cassetti dei nostri ricordi, li abbiamo riverberati i nostri ricordi di loro ed ora li custodiamo con cura. La natura invece se ne frega della cura e dell’estetica e dei capricci cardiaci, se ne frega di tutto, da brava cieca matrigna quale è, a differenza nostra non ha sentimenti, né cura dei suoi figli.

Allora, così come noi ricordiamo i nostri defunti attraverso la contemplazione del loro ricordo, di una languida ed idealizzata immagine, la natura li ricorda a modo suo, o meglio: forse non li ricorda in quanto individui pensanti, ma solo in quanto carne, li ricorda con tenerezza però, anche se a modo suo, li ricorda e li accoglie, li accoglie con altrettanta tenerezza e di questo ne siamo certi, sappiamo con certezza che la natura li ha accolti: l’abbiamo visto con i nostri occhi il giorno della sepoltura!

Ed è con questo che possiamo consolarci della loro assenza, oltre che che con una “foscoliana” rimembranza: i nostri cari, accolti dalla natura, sono ritornati alla Terra, sono ritornati laddove erano nati in origine ed il loro oltretomba sarà rispuntare come platani nel 2100 o come erba di un bel prato nel 2050 o vistosissimi fiori colorati chissà quando. Sono dunque ritornati alla Terra per alimentare il grande ecosistema terrestre, il ciclo della vita fine a se stesso, ma tutto sommato affascinante, inutile e terribilmente bello al contempo, questa è la vera reincarnazione, è questo il sublime che racchiude il suo senso in se stesso.

Matteo Iammarrone.

E’ morta Margherita Hack

Una grande donna ci ha lasciati. Una grande donna: Margherita Hack. Astrofisica, divulgatrice scientifica, attivista, atea, vegetariana dalla nascita. Difficile scrivere di Lei, mi limiterò a citare una delle sue dichiarazioni che preferisco:

“La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto, in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede.” Margherita Hack.

Che tu possa diventare terra fertile per il più bell’albero della conoscenza di questo pianeta!
A te e alle tue stelle.

Chi sono

Mi chiamo Matteo Iammarrone, classe 1995. Vent'anni di cui almeno gli ultimi cinque passati a gironzolare qua e là per l'Italia e non solo. Altri impiegati in webdesign e programmazione.
Moltissimi altri impiegati a scrivere canzoni e poesie e ad usufruirne. Attualmente studio Filosofia presso l'Università di Bologna e cerco di sopravvivere ai suoi anni dieci (gli anni zero sono già morti da un pezzo!)

Il mio libro

A sedici anni ho pubblicato "L'amore ai tempi del metrò"
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