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Göteborg, en scandinavisk Bologna

Jag skrev en kort bertättelse på svenska för svenska språk kursen. Jag hoppas att svenska modermålstalare ska inte bedöma min operfekt svenska.

(Principio di racconto che ho scritto quasi di getto in svedese. Dedicato alla mia amata Göteborg, la Bologna della Scandinavia).
Vi tog en Göteborgs typisk spårvagn. Göteborgs spårvagnlinje är lång och mycket fin. Det brudar att göra staden unikt och charmig. Det var en kalt mörkt kvällen och jag var lika glad som ett barn att uppleva Goteborgs spårvagns vibe. Det var ett skön vibe. Det känt som om vi var i en skönlitteraturs bok, det var som om jag var en lycklig karaktär. Vi åkte till ett Göteborgs området heter Haga, ett ex proletärt distrikt. Och sen till Järnstorget där det lå en pub med en spännande publik som väntade på mig, på oss, andra artister, deras drömmar, nostalgi, jordbävningar och så vidare…
Jag hade lämnat dock min gitarr hemma, men en trevlig musiker lånade ut mig sin gitarr. Jag känna mig upphetsad och spänd. Det fanns åtminstone ett hundra människor som önskade lyssnade på mig, mycket ljus på scenen och mycket tystnad i publiken. Jag känt mig som hemma omgiven av unge som uppskattade min musik. Att vakna upp, nästa morgon, i ett hus i en konstnärs campus gjorde den här känslan till och med starkare och obeskrivligt.

Det känt som om några bytar av kreativitet var i morgons luften. Dock, de kom inte ner från himlen. De kom ut från oss. Stader och de boende på stader, även Stockholm och stockholmare, kunde inte längre våga att låtsas, att försätta med sina orealistisk föreställningen av ett liv utan konflikter.

De känt sig tvinga av att se fattiga människor i dagliga tåg att känna over sig sörj for sina självet full av tomthet och regeringens ord, TVs amerikanska show eller vad som helst kan man säga på en dejtschat.

Jag känt mig som en främling som märkte inte skillnader mellan filosofi och vetenskap, ett löv och en kudde, en sträng och ett hår på handen, en gittar och hennes levande kropp.

Matteo Iammarrone.

Vårdinge e il blend linguistico. Not just a plantation.

Stasera tornavo in città con un treno che correva verso il mio letto volendomi accompagnare a dormire, per farmi risognare, in versione forse migliorata, una giornata già fantastica di suo, trascorsa, per quanto mi riguarda, in una Folkhögskolan cinquanta chilometri a sud di Stoccolma: un piccolo villaggio nascosto nella foresta e a ridosso di due laghi, dove studenti di disegno e apprendisti pittori convivono condividendo attività, vita agreste e mensa, con studenti di giardinaggio e scienze forestali. Una combinazione che apparirà certo strana alla maggior parte dei lettori dall’Italia. Ma che contribuisce, secondo me, assieme alla particolare collocazione fuori città a rendere Vårdinge un’isola felice, dove tuttavia il concetto di felicità non passa solo per le alte performance fiscali o per le statistiche (come avviene magari nelle aree più urbanizzate), ma per la qualità delle relazioni sociali. Un’ondata di sorrisi contagiosi da coetanei che per quest’occasione avevano allestito un mercatino di Natale con tutti i prodotti artistici e le creazioni degli studenti stessi. Quando sono stato lasciato alla fermata dall’unico bus giornaliero e ho cominciato a incontrare i primi, sparuti, frequentatori di quell’area a metà tra un villaggio semi-sufficiente e un campus, ho capito che ero nel posto giusto e che la mia amica Marta invitandomi mi aveva fatto un regalo. Tutti loro, sembrava, si erano lasciati alla spalle la fretta di Stoccolma, il gusto per l’ostentazione e per il lusso e i tacchi a spillo sulla neve. Tutto ciò che violenta l’immagine della Svezia solidale, socialista e minimale. Tutta la spazzatura antropologica di Stoccolma city diradata con un’ora di treno verso sud e l’aria ossigenata di gente un po’ più semplice, ma un po’ più saggia, forse chiusa in una bolla ma non per questo non meritevole di attenzione, e tanto affetto, per quanto mi riguarda

Di ritorno ho sperimentato un blend linguistico per tentare di implementare le mie risorse espressive. Cercherò di farlo più spesso. Ma che sia riuscito o meno, toccherà ad altri giudicare, oppure a me stesso, ma solo in un futuro, non necessariamente remoto.

L’intera composizione preferisco per ora riservarla ai miei quaderni, considerando che potrebbe essere oggetto di pubblicazione. Il titolo che le ho dato, però, può essere svelato ed è il seguente: Fred-land (Just a plantation). 

Trivs du här? Godi a stare qui? Chiede la stella quando inscena la morte. Are you enjoying my little big death? Chiede la stella morente prima di essere risostituita per niente. E capita che siano le ore 16 e che chiedano whether the nature has a soul or not, whether it makes any sense using “Nature” as word.

 

Dicono di me: Gianmarco Basta

Matteo Iammarrone scrive e canta della città e del viaggio, inteso alla Baudelaire come “Invito al viaggio”, viaggio da considerarsi al tempo stesso interiore e esteriore. Le sue canzoni sono popolate di incontri, di strade affollate di fonemi, da voce agli abitanti delle periferie del mondo, dove la periferie geografica fa da contraltare ai quartieri dell’anima. Abitanti abitati da tensioni, frustrazioni, urla liofilizzate in fondo alla gola che non riescono a sgorgare in parole e scavano dentro. Il cantautore sa come portare alla superficie il disagio di una intera generazione.
Se mi è consentito l’azzardo, rivedo in lui piú l’arte figurativa che la scrittura. Lo associo a Bacon e ai suoi corpi dilatati e guasti, a Fontana e i suoi tagli nelle tele, a Pollock che getta vernice sulle sue ossessioni.
Il cantautore racconta ciò che, di una vita, rimane più nascosto e sotterraneo, e le sue canzoni sono scritte per essere‐ più che cantate ‐ interpretate, recitate e vissute. E lui interpreta, recita e vive.
Come ogni talento che si rispetti, è così vasto il bacino culturale da cui attinge che diventa lui stesso modello della sua opera.
Grafomane, lettore onnivoro, cinefilo della prima ora, ogni sua esperienza viene radiografata e messa in movimento.
Diceva il poeta milanese Franco Fortini a proposito della canzone: Una sedia resta una sedia anche se nessuno ci si siede sopra, ma una canzone non è una canzone se nessuno la mette in moto, se nessuno la “agisce”.
Per fortuna ci sono ancora artisti capaci di fecondare la terra dei nostri pensieri. Così da ricordarci, per chi l’avesse scordato, che indignarsi è la forma piú alta della poesia.
Il cantautore, paroliere e poeta bolognese Gian Marco Basta dopo aver letto il mio libro Non si esce sani dagli anni dieci ha pensato di omaggiarmi con queste parole di apprezzamento che mi si sono già scolpite nel cuore. Lo ringrazio sinceramente per la sua sensibilità cosí come per la rinnovata stima nei miei confronti che, come egli stesso sa già, é assolutamente reciproca.