I retroscena svedesi del movimento #Blacklivesmatter e il corteo a Gothenburg

L’ipocrisia della polemica pre-corteo: ”irresponsabili, state a casa, c’è il virus!”

Nei giorni immediatamente precedenti alla manifestazione c’erano stati diversi battibecchi virtuali tra chi riteneva si dovesse manifestare esclusivamente online (per via della pericolosità della pandemia in atto) e chi, per diverse ragioni, riteneva che una presenza fisica fosse più che opportuna. Dal punto di vista strettamente legale, infatti, la manifestazione non si sarebbe potuta tenere per via del limite di assembramento, ancora in vigore, di cinquanta persone in un singolo luogo. Gli organizzatori hanno distribuito mascherine e imposto ai partecipanti di tenere almeno due metri di distanza, misura che, possiamo confermare, è stata fatta rispettare dal servizio d’ordine. Inoltre, agli anziani e a tutti coloro appartenenti ”a gruppi a rischio”è stato chiesto di rimanere a casa.

Oltre a molti utenti (va detto, per lo più bianchi socialdemocratici o di destra), la polemica era stata saldata da un articolo comparso sullo Göteborg Posten nel quale l’autore (un giovane giornalista locale) accusava gli organizzatori di irresponsabilità e egoismo nei confronti dei ”gruppi a rischio” e incoraggiava, pertanto, a disertare la manifestazione invitando piuttosto gli antirazzisti a restare a casa donando i propri soldi a organizzazioni che si occupano dei diritti delle persone di colore. Leggendo l’articolo e avendo una minima idea della cultura politica socialdemocratica svedese dalla quale una simile posizione emerge, si ha l’impressione che quella del virus sia solo una strumentalizzazione per spegnere il fuoco del conflitto e promuovere un modello di esistenza che è quello per la quale, da un lato bisogna rimanere a casa quando c’è una manifestazione, dall’altro però bisogna andare a lavoro quando c’è da lavorare. Il messaggio è: se proprio si vuole manifestare, bisogna farlo online, dove ogni post è capitalizzabile e ogni utente tracciabile. Continuate a lavorare così da avere denaro da devolvere alla vostra causa del cuore, se proprio ne avete una, questo è l’unico modo per cambiare il mondo: donare una parte del vostro stipendio da disciplinati lavoratori all’organizzazione caritatevole che più vi aggradi – persino meglio che comprare biologico direbbe qualcuno: quest’idea delle donazioni tra l’altro è stata resa popolare dall’Effective Altruism, estremamente diffuso tra i giovani liberal-progressisti della classe media scandinava così come tra alcuni magnati americani.

A questa doppiezza secondo la quale il virus diventa pericoloso solo se ci si organizza per protestare, va aggiunto il fatto che una simile polemica e invito alla responsabilità giunge dagli stessi (tra cui il giornalista in questione, che conosco) che hanno sostenuto con forza la politica laissez-faire della Svezia nella gestione della pandemia. Nei mesi scorsi non solo si sono guardati bene dall’alzare la voce contro l’amato governo socialdemocratico di essere ”nazista” quando (per coprire i tagli alla sanità) negava l’accesso alla terapia intensiva agli anziani e (per salvare l’economia dei capitalisti) evitava di chiudere le attività economiche non necessarie, ma avrebbero difeso (come continuano a fare) coi denti la narrazione del successo dell’immunità di gregge e della Svezia come unico paese al mondo ad aver adottato una strategia basata sulla scienza e non sul consenso populista, accusando chiunque sollevasse dubbi di complottismo o nazismo (una sorta di ”specchio freudiano”).

Un bilancio critico

A dispetto di queste polemiche, la manifestazione è stata un successo dal punto di vista dei numeri. Quando a Heden (un piazzale molto spazioso in centro) dalle ore 14 sono cominciati a pervenire manifestanti, mentre gli organizzatori cominciavano a distribuire mascherine gratuite. I manifestanti hanno intonato cori in memoria di George Floyd e contro il razzismo. Alle 15 erano già circa 5.000. La piazza è stata estremamente giovane, con una fortissima presenza di immigrati, poche organizzazioni politiche e sindacali. e nessuna bandiera. Attorno alle 15.30 i manifestanti si sono sparsi in corteo per le vie del centro. Le ormai oltre 5.000 persone in piazza hanno espresso la propria rabbia per la morte di George Floyd, contro la violenza poliziesca e contro il razzismo che, come è stato sottolineato durante il corteo non è un fenomeno esclusivo degli Stati Uniti, ma è un problema che esiste persino nella ”tollerante” Svezia (così come la violenza poliziesca, come sostenuto anche dal criminologo Leandro Schclarek Mulinari su ETC).

Se qualcosa è andato per il verso storto al corteo di domenica, non sono stati certo gli isolati incidenti avvenuti verso la fine (e di cui scrivo sotto), ma la quasi totale assenza di contenuti anticapitalisti.

L’antirazzismo (così come il razzismo, il suo opposto) non sono infatti mere ”inclinazioni” dello spirito, accidentali stati psicologici di simpatia o antipatia, gioia o rabbia verso un altro soggetto ma, per quanto lo sforzo individuale giochi un ruolo importante, razzismo e antirazzismo sono il prodotto del benessere o malessere di una società. Quando infatti le masse vivono nella miseria, come avviene negli Stati Uniti, cercano di trovare un capro espiatorio per il loro malessere. Per questa ragione, allo slogan ”Krossa rasismen” (distruggi il razzismo), domenica in quella piazza si sarebbe dovuto affiancare lo slogan ”Krossa kapitalismen!”. Perché per distruggere il primo, bisogna abbattere il secondo.

Il perbenismo della polemica post-corteo: migrante buono vs migrante cattivo

Di ritorno da una simile manifestazione, è sconcertante leggere i notiziari e scoprire che quasi tutti i giornali si sono concentrati esclusivamente sugli ”incidenti” finali, a dispetto di due ore di manifestazione durante le quali più di 5.000 giovani e giovanissimi hanno sfilato e gridato per la città slogan antirazzisti. Ma il punto non è condannare chi ha distrutto le vetrine di negozi di lusso – come se avesse fatto un danno “al popolo”. Il punto è raccontare la verità e capire le ragioni, e farlo da un punto di vista di classe. Ma anche farlo senza filtri. La maggior parte dei giovani che alla fine del corteo hanno sfondato quelle vetrine avevano lo stesso colore della pelle di George Floyd e avevano ragione ad essere arrabbiati: sono giovani che in parti vivono in quartieri-ghetto di Gothenburg, come Frölunda o Hisinge , dove nessuno svedese bianco vorrebbe vivere. Posso immaginarmi che alcuni di loro si siano ammalati più facilmente di Covid rispetto agli svedesi bianchi perché costretti magari a dividere la stanza con qualcun altro a causa dell’incapacità della politica svedese di risolvere il problema degli alloggi: la loro ”soluzione”è aumentare gli affitti e le privatizzazioni, una notizia passata quasi in sordina a causa dell’emergenza virus. Posso inoltre immaginarmi che per quei giovani sia più difficile trovare lavoro che per la controparte nativa, che siano arrabbiati perché siano più poveri, ma anche più discriminati, che abbiano pochi amici svedesi, e così via… Nessun giornale svedese ha osato una narrazione alternativa alla condanna a questi giovani. Quello che è stato fatto è augurarsi che vengano arrestati, ma ciò che è più interessante è stata la costruzione dell’eroe da contrapporgli: Murphy, un personal trainer di colore in ”maglietta bianca” che ora viene acclamato sui social perché, come si vede in un video, durante un tumulto ”fa la cosa giusta”: prende coraggio e rimprovera gli altri manifestanti. In un passaggio si legge (impossibile verificare se sia vero) che agli altri manifestanti avrebbe detto che quel negozio poteva essere di uno dei loro genitori: nulla di più falso e inadeguato da dire, e che dimostra quanto facilmente la questione del razzismo possa essere fatta camminare sulla testa, completamente slegata dalla realtà sociale capitalista che genera il razzismo. In ogni caso il suo intervento ha effettivamente ”placato” la situazione, tanto che alcuni vogliono dargli una medaglia d’onore come cittadino dell’anno: si esalta quello che Malcolm X avrebbe chiamato “negro da cortile” per costruire una narrazione a senso unico, strumentale che i media di regime (un regime, quello svedese-socialdemocratico, impregnato di un fortissimo ”legalitarismo”) impongono a reti unificate per contenere la rabbia derivante dalle ingiustizie e dal disagio sociale. E allora che collera sia, ma dalla parte della polizia contro i “migranti cattivi”, quelli che si ribellano anche spaccando le vetrine. Come scrisse una volta Bertolt Brecht: ”tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono”…

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Sulla funzione consolatrice di ogni evento traumatico collettivo

C’è almeno un fatto positivo che ogni “evento traumatico collettivo” implica, che sia una pandemia globale, una guerra o la violenza sistematica della polizia: il suo significato come palestra di empatia e partecipazione al dolore (e al suo superamento, assieme, come collettività): si potrebbe asserire che senza simili eventi saremmo tutti “svedesi”: in Svezia l’ultimo vero “evento traumatico collettivo” non é stato il Covid, ma l’assassinio dell’allora amato Olof Palme nel relativamente lontano 1986. Tuttavia, è facile comprendere che un simile trauma, per quanto importante, non può essere paragonato per intensità a quello vissuto dagli europei durante le guerre mondiali o dagli est-europei con la caduta del socialismo di Stato o dagli italiani con i terremoti. Questi fatti aspirano a configurarsi come uno dei tasselli per spiegare, almeno in parte, per quale ragione gli svedesi riescano a essere così incredibilmente, patologicamente (da un punto di vista non-scandinavo) apatici.

Matteo Iammarrone.

Documentario galattico artico degli autostoppisti nordici con Bergman

Quella che segue é la prima di una serie di poesie e altro materiale che sicuramente verrà fuori come prodotto della magica avventura che ho appena vissuto: per dieci giorni ho girato la Svezia in autostop da sud fino alla Lapponia, collezionando anche dei video che presto (forse) diventeranno un piccolo documentario.

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Una pioggia di moscerini si innesta come le stelle di Star Trek sul parabrezza dove l’imperio della grandezza delle cose naturali comincia.

La nipote di Bergman con un occhio le conta, con l’altro mi guarda come non avesse mai visto un’autostoppista italiano nella foresta a Nord della Svezia.

Le sto per svenire accanto quando scopro chi è,

è un po’ imbarazzata quando nota il mio rapido entusiasmo per quelle estati passate con suo nonno Ingmar.
Continua a fissarmi mentre la intervisto per il mio documentario galattico artico degli autostoppisti nordici.

L’ho incontrata nel bosco e iniziata all’arte di fermare le macchine.

Una teatrante nipote d’arte non poteva perdersi un’autostoppista che faceva teatro senza aver mai conosciuto l’arte di essere dentro una famiglia cinema.
Non ci mancava niente, tranne forse un introvabile bicchiere di vino da offrire alle renne.

E forse anche la modestia che le cose artificiali, da queste parti, sembrano custodire

a dispetto di quelle naturali che, grandi e magnificenti, sfilano al freddo, senza timore

come fu scritto da qualcuno il cui nome, a differenza di Bergman, cesserà di esistere nella mente del lettore non appena egli avrà qualcos’altro di meglio di fare.

Matteo Iammarrone,

Storforsen, strada E4, Agosto 2019.