Avventure e Viaggi

Dicono di me: Gianmarco Basta

Matteo Iammarrone scrive e canta della città e del viaggio, inteso alla Baudelaire come “Invito al viaggio”, viaggio da considerarsi al tempo stesso interiore e esteriore. Le sue canzoni sono popolate di incontri, di strade affollate di fonemi, da voce agli abitanti delle periferie del mondo, dove la periferie geografica fa da contraltare ai quartieri dell’anima. Abitanti abitati da tensioni, frustrazioni, urla liofilizzate in fondo alla gola che non riescono a sgorgare in parole e scavano dentro. Il cantautore sa come portare alla superficie il disagio di una intera generazione.
Se mi è consentito l’azzardo, rivedo in lui piú l’arte figurativa che la scrittura. Lo associo a Bacon e ai suoi corpi dilatati e guasti, a Fontana e i suoi tagli nelle tele, a Pollock che getta vernice sulle sue ossessioni.
Il cantautore racconta ciò che, di una vita, rimane più nascosto e sotterraneo, e le sue canzoni sono scritte per essere‐ più che cantate ‐ interpretate, recitate e vissute. E lui interpreta, recita e vive.
Come ogni talento che si rispetti, è così vasto il bacino culturale da cui attinge che diventa lui stesso modello della sua opera.
Grafomane, lettore onnivoro, cinefilo della prima ora, ogni sua esperienza viene radiografata e messa in movimento.
Diceva il poeta milanese Franco Fortini a proposito della canzone: Una sedia resta una sedia anche se nessuno ci si siede sopra, ma una canzone non è una canzone se nessuno la mette in moto, se nessuno la “agisce”.
Per fortuna ci sono ancora artisti capaci di fecondare la terra dei nostri pensieri. Così da ricordarci, per chi l’avesse scordato, che indignarsi è la forma piú alta della poesia.
Il cantautore, paroliere e poeta bolognese Gian Marco Basta dopo aver letto il mio libro Non si esce sani dagli anni dieci ha pensato di omaggiarmi con queste parole di apprezzamento che mi si sono già scolpite nel cuore. Lo ringrazio sinceramente per la sua sensibilità cosí come per la rinnovata stima nei miei confronti che, come egli stesso sa già, é assolutamente reciproca.

I#usagiorno 5-6 parte2

Whitehall Ferry a New York é il nome della stazione della metropolitana dalla quale parte un battello gratuito che conduce alla periferia sud della città, quella oltre il ponte di Brooklyn. Il battello di Whitehall ferry é stato per me vagamente ciò che a Parigi era stata la Shakespeare and Co. Un non luogo dove si finisce per apprezzare quell’indifferenza contemplativa che sembra spesso, troppo spesso, a chi ancora riesce a  permettersela, l’unica via d’uscita dal mondo che avanza. Un’indifferenza che combatte la realtà sbagliata solo apparentemente. Ma che, a dispetto dells sua eterodossia, resta una tentazione carica di erotismo solipsistico. Come quello di una masturbazione…celebrare in questo caso. Su quel traghetto il mondo si ferma nella danza delle onde tra la statua della libertà e il Bronx che lo guarda da Nord. Una coppietta francese si scattava foto. Io leggevo la skyline,  sbavata dal tramonto, impressa nel luccichío oceanico e negli occhi di un gabbiano che sembrava immobile, veloce-lento come andava, alla stessa accelerazione del traghetto.

Il pomeriggio precedente ero sceso alla stazione di Chambers per un salto alla Poets House che ospitava una performance. Forse tra i migliori modi per farsi un’idea della scena newyorkese odierna del mondo della poesia e della jam poetry. Almeno cosí ho pensato. Devo dire che non ho resistito alla tentazione di ricopiare sul mio notebook alcuni dei versi. Se c’é una cosa che non posso dire di non amare dell’America é la multietnicità: specialmente nella grande mela e nello specifico in questa Poets House dove i performer e il pubblico erano per lo piu giovani, afroamericani o latinos.

Il dato biografico nelle liriche di questi miei coetanei cresciuti nella grande metropoli cinematografica é irremovibile. Questa irremovibilità può far paura al potere ed é per questo una forza. Quello che accomuna tutti comunque sembra essere un gusto per uno slancio a metà tra eroismo e nuova spiritualità, erotismo, paradiso e sovversione, diversità, espropriazione dei nativi e questione della blackness e supremazia dei bianchi. Già una supremazia quella dei bianchi, e del bianco borghese aggiungerei,  che é ben percepita negli States in America un po’ da tutti coloro che abbiano un minimo di sensibilità sociale e che passa ed é passata anche attraverso la (ri)scrittura della Storia del Paese, cosí piena di rimossi. Traspare poi la consapevolezza del linguaggio inadeguato in una ragazza velata che urla qualcosa come (tradotto in italiano) ‘ho perso il conto delle parole inglesi necessarie per illudersi di aver trovato quella giusta. ‘. Versi fartti scorrere da destra a sinistra, o da sinistra a destra, come un manga. Un ragazzo dall’identità non binaria si dichiara ‘Wild Cat’ e parla di un fratello che per quanto lontano da casa possa essere rimane sempre suo fratello e un altro afferma di sentire ‘il cazzo piú potente di un titano incandescente’ senza timore di divenire oggetto di giudizi o di moralismi di ogni sorta. 

Terminata la performance ci dirigiamo tutti al piano di sopra a brindare con inaspettato vino bianco e prevedibilissimo burro d’arachidi. Siamo circondati dai piú grandi titoli della poesia americana. Dalla fondazione della rivista di poesia libera Poetry agli inizi del novecento passando per la Beat generation e i giorni nostri. Un signore mi rivolge la parola storcendo il naso quando gli confesso di definirmi marxista. Un gruppo di poetesse poco distante, in compenso, sembra rallegrarsi quando scoprono che sono anche italiano. Mi avverto come l’unico corpo estraneo tra tutti questi corpi multicolore produttori piú o meno costanti di composizioni bellissime che un giorno leggerò in qualche raccolta edita Penguin nell’area poeti stranieri della Feltrinelli. 

Fuori é calata una sera di inizio estate. E le strade di New York si sono mostrate meticce come sempre, ma anche romantiche, moderne e illuminate come un parco divertimenti. Le attraverso per raggiungere un party LGBT dove quello che si respira é a metà tra il diritto di essere e una confusa voglia di avere instillata come un virus dall’esterno dei corpi. Ci si muove in lapdance attorno a  tubi colorati. Soggetti di ogni genere e persone senza genere vi si aggregano. Una coppia di ragazze lesbiche si porta al guinzaglio. Siamo meno e meno sfrontati di quello che mi aspettassi. 

#usagiorno 5-6 New York: grandi pietre su vecchie cose part1

Due frammenti di Copenaghen sono sfuggiti alla narrazione di qualche giorno fa. Sarà perché a volte colpevolmente ritengo certi luoghi piú degni di essere raccontati rispetto alle persone che li attraversano. Quando succede significa che per un attimo mi sono dimenticato che quei luoghi di cemento sono in primis passaggi di esseri umani. Prima che essere città di pietre, sono città di uomini. Questi possono essere Pierre, francese che mi concede qualche memoria del suo viaggio via terra dall’Australia all’Europa passando per il sud Asia e per l’aridità gelida e strepitosa della Transiberiana. O può essere una ragazza dal passaporto americano che vive e studia a Malmo. Conosciuta su Tinder, incontrata a Copenaghen, é stata l’ultima americana che ho visto prima di partire per l’America e mi ha ricordato col suo impeto rivoluzionario e il suo impegno per i migranti che l’America non é solo hamburger e camion dai musi cattivi. Con lei, peraltro, una deliziosa coincidenza si é verificata: i suoi, rimasti negli USA, si sono da poco trasferiti a Portland, Mayne. Tra tutti gli Stati e tutte le città della immensa America proprio la stessa dove la mia amica Eden mi avrebbe ospitato. 

Mentre scrivo sono in una sala d’attesa di Boston. Alle 3 del mattino. Prima di proseguire il racconto e dirvi cosa é accaduto a New York ritengo importante ricostruire la cornice attraverso queste digressioni non lineari. Immagino una penna che non esiste che registri i miei pensieri veloci e sostituisca la mano troppo pigra per farlo. La mano che preferisce essere impegnata a far nulla. Stretta tra i sedili della sala d’attesa. Cerco di appisolarmi. Un clochard bianco poco lontano russa e grida all’assalitore del suo incubo: get out of here. Non ho avuto modo di leggere molto nel corso di questa esperienza. Mi consolo pensando che l’intellettuale contemporaneo si spezza la schiena, non solo la reputazione e il cervello. Il vero intellettuale contemporaneo quando non ha una ospitante o un ospitante dorme sul pavimento, se dorme in hotel vuol dire che in qualche modo si é già venduto. Sente il dolore o piú semplicemente la scomodità corporale dell’essere materia. Ovviamente non é di me che sto parlando, ma del vero intellettuale contemporaneo. Quello delle soft skill. 

New York é una skyline non riducibile ai fast food. Un altro tipo di America invece sembra esserlo, se non del tutto, quasi completamente. Dove c’erano i precolombiani gli europei hanno costruito questi grandi muri di pietra su cose antichissime che nemmeno potevano immaginarlo. Nel crocevia per eccellenza di odori, colori della pelle, suoni e culture mi ritrovo alla Poets House in un pomeriggio alle 19. E poi su un battello per la parte Sud della metropoli. E poi…il finale é già scritto, ma vi deve ancora essere raccontato. 

Chi sono

Mi chiamo Matteo Iammarrone, classe 1995. Vent'anni di cui almeno gli ultimi cinque passati a gironzolare qua e là per l'Italia e non solo. Altri impiegati in webdesign e programmazione.
Moltissimi altri impiegati a scrivere canzoni e poesie e ad usufruirne. Attualmente studio Filosofia presso l'Università di Bologna e cerco di sopravvivere ai suoi anni dieci (gli anni zero sono già morti da un pezzo!)

Non si esce sani dagli annidieci

La mia nuova silloge poetica edita con L'oceano nell'anima edizioni. Poesia intermezzata da prosa che la contestualizza, la introduce, la commenta. Un linguaggio in parte devoto al gergo giovanile e ai nuovi inglesismi, così come al cantautorato indie. Un affresco di sentimenti inclusivi, poliamori, storie poliglotte, polifunzionali, amori mai banali, liberi dall'ingombro del vecchio mondo. Riflessioni sulle narrazioni romantiche dominati, sulla proprietà, sul futuro del capitalismo e sul futuro stesso della poesia che è il futuro dell'uomo.

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Maggiori info

Presentazioni: - Pescara, 8 Luglio 2016 - H21:45 - Circolo Babilonia (Via Campobasso); - San Severo (Fg), 18 Luglio 2016 - H20:00 - I Sotterranei (Corso Gramsci) - Bari, 2 Agosto 2016 - Ex Caserma Liberata BOLOGNA, 9 Dicembre 2016 - Poco ma buono (Via dell'Unione) (Per organizzare nuove presentazioni scrivetemi a contatto@matteoiammarrone.com o dalla sezione Contatti)
(Poems in swedish language)

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