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Daughter of Eve

When we ended up in that vinyls store in the middle of a fire the swiss guy whispered “I wanna get your number, it might be interesting having more weed”. I wish I could have listened to every single disc of them with you, pretending that what they had to say was not about us. Songs from other generations were entrapped in that place. Songs that still breath in the chest, as you and your twin sister still played by the reader, and you as a rarity on my playlist.
You and your sister are the souls of your motherland, an exotic curiosity for my pen, object of my feelings right now.

I won’t never believe that out of that store there was nothing at all. And in fact there was the airport, the catalan police, the multi language dealers, the 70s fake news experiment of the artist collective you were excited by. I wish I could have lied with you and made some mess in the store, accepted your invite to sneak around in the park deprived of our tickets but with a whole uncommercial superorange supermediterranean extralarge meditative sunset. I wish I could have. But I had a flight and still some discipline not to disobey. There was only one way. We could have got arrested so that the law would have taken the responsibility for my folly. I couldn’t risk to lose your kindness thought by putting on your shoulder the weight of my short-sighted dreams. I couldn’t avoid to challenge the clouds and to become a nameless bright wake in the sky that night.

Someone was gonna use my track to express a desire of his own, someone from Spain, France or perhaps Germany, who knows. Someone who is gonna wish that is not over yet between him and the vinyl scarf-less jewish green-eyed stranger whom he was called by in a catalan square in an imperialist idiom.

Matteo Iammarrone, Barcelona 3/09/2018.

Viaggiare in autostop è ancora possibile: cinque consigli

Coloro che sono stati positivamente scossi dalla lettura del leggendario On The Road di Jack Kerouac tireranno un sospiro di sollievo nel sapere che in fondo, nonostante tutto, il viaggio in autostop è ancora possibile. Non parlo dei suoi surrogati moderni, come BlaBlacar e così via. Parlo proprio del pollice alzato, quello che ti permette di arrivare gratis da un posto all’altro, salire a bordo di vetture estranee, avvertire ogni chilometro e stabilire un contatto “speciale” con la gente del posto.

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Reduce di un viaggio in autostop in giro per l’Europa di circa venti giorni, mi permetto allora di fare un elenco di cinque consigli, partendo dal presupposto che l’autostop è un’arte e come tutte le arti richiede tanto esercizio, un po’ di tecnica e molta creatività. Ma sopratutto l’autostop non è una scienza esatta per cui i consigli elencati potrebbero funzionare, ma potrebbero anche essere sbagliati.  Essi sono meramente frutto della mia esperienza e di quella di altri autostoppisti incontrati on the road.

  1. Sapere sempre dove si sta andando

Sapere dove si sta andando è fondamentale. Avere una mappa mentale del territorio altrettanto. Oggi, fortunatamente (o sfortunatamente per i più avventurosi) gran parte delle strade sono segnate su Google Maps. Il consiglio generale di sapere sempre dove si è e quanto meno in quale direzione (Nord, Sud, Est, Ovest) si trova la città o il Paese che vogliamo raggiungere resta valido. Così come è importante conoscere il maggior numero possibile di lingue. Ricordando che l’Europa si divide ufficiosamente in Germania, Austria, Paesi Bassi, Belgio e Scandinavia (Paesi ad alta diffusione della lingua inglese, per cui non è necessario conoscere le lingue locali) e tutto il resto (specialmente Spagna e Francia) in cui è invece preferibile conoscere le lingue locali (spagnolo e francese).

2. Find a good spot e segui Hitchwiki.org

hitchwiki.org mi ha salvato innumerevoli volte. Se scrivo che è la Bibbia degli autostoppisti a livello mondiale, non sto affatto esagerando.  Per esperienza, c’è da fidarsi della stragrande maggioranza dei consigli che vi dà. Come funziona? Essenzialmente è una wikipedia degli autostoppisti. Cercate il nome della città, paese o località (ci sono anche molti posti sperduti e sconosciuti o semi-sconosciuti) e avrete come risultato tutte le informazioni utili relative all’autostop in quel posto, la più importante delle quali rimane IL MIGLIOR PUNTO DA CUI FARE AUTOSTOP (THE BEST SPOT). La vostra avventura infatti non potrebbe nemmeno cominciare senza un buon punto da cui ottenere il primo passaggio. Per “buon punto” si intende una strada che vada nella direzione desiderata, ma che non sia troppo trafficata e in cui le auto abbiano sufficiente spazio per fermarsi e voi sufficiente visibilità per essere notati (o alternativamente una stazione di servizio in cui chiedere un passaggio, ma approfondiremo questo aspetto al punto 4). Da notare, che il più delle volte il good spot può essere raggiunto con una combinazione di trasporto pubblico e camminate nelle campagne (prima di cominciare l’avventura è necessario sapere che non sarà solo divertimento, ma anche fatica e tanta pazienza). Ad esempio quando sono partito da Göteborg (in Svezia) per raggiungere il good spot verso sud ho dovuto prendere un treno per 20 minuti fino a un paesino e da lì attraversare un parcheggio e poi una strada senza marciapiedi per due chilometri.

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*Dal mio profilo Instagram. Sul ponte tra Köpenhamn e Malmö

3. Come in un colloquio di lavoro, la prima impressione è fondamentale.

Tra le cose che rendono quest’arte estremamente interessante c’è il fatto di essere testimoni diretti del peggio e del meglio della fauna umana locale. Intendo dire: potete essere relativamente sicuri a) del fatto che prima o poi qualcuno vi prenderà su (l’unico dubbio resta dopo quanto) b) sul fatto che coloro che vi prenderanno sono persone splendide, molto spesso ex-autostoppisti essi stessi.

Al tempo stesso, però, dovete aspettarvi anche dita medie alzate, menzogne, reazioni spropositate dovute a timori infondati circa la vostra pericolosità. Detto ciò, la scelta dei guidatori circa il vostro destino si basa tutta sulla loro prima impressione. Perciò, un viso coperto da barba e capelli lunghi scoraggerà molti guidatori (ma non tutti). Ugualmente, viaggiare pesanti (con molti bagagli) non incoraggia gli automobilisti a prendervi su. Se siete ragazze, invece, è più facile che vi prendano su, ma non perché vogliano stuprarvi, semplicemente perché pensano che il vostro genere sia garanzia di sicurezza per loro (e invece si sbagliano perché anche tu ragazza potresti nascondere un lungo coltello e rapinare il guidatore, giusto?).

4. Il cartello può servire, ma le stazioni di servizio sono da preferire

Cartello sì? Cartello no? Pollice in alto o chiedere di persona? Un pezzo di cartone con su scritta la destinazione potrebbe aiutare gli automobilisti ad identificarvi come “autostoppisti” e ora che la filastrocca è finita andatevene in pace per le strade autostoppate della vita.

A parte gli scherzi, secondo molti non è molto importante che il nome della città sul cartello sia leggibile, ma più che altro che il cartello in sé sia visibile. La destinazione potete spiegarla una volta fermati.

Un dubbio più amletico resta semmai quello della strategia relativa a come fermare le auto. Direi che questo dipende molto dallo spot che trovate. Se state autostoppando lungo una strada in cui ritenete che le auto non vadano troppo veloce e che abbiano sufficiente spazio per fermarsi, continuate pure a brandire il pollice e il cartello. Sulla base della mia esperienza, però, le stazioni di servizio sono tendenzialmente preferibili. Perciò, se ne vedete una anziché perdere tempo sulla strada vi consiglio di dirigervi lì e con estrema gentilezza e tatto chiedere ai passanti diretti verso le auto (dopo che hanno mangiato) se vadano nella vostra direzione (ovviamente se state andando da Bologna a Domodossola non direte Domodossola, ma direte Milano. Da Copenaghen a Helsingborg non direte Helsingborg, ma Malmö).

5. Avere talento nel vivere di improvvisazione

Una volta mi trovai completamente fuori strada perché mi fidai dei consigli di un camionista che mi portò in un punto in cui in realtà era impossibile autostoppare. Tradii hitchwiki per una voce umana e finii fuori strada. Una volta finiti fuori strada può essere dura, se non letteralmente impossibile, ritrovare il filo di Arianna  (a meno che non vogliate farvi a piedi qualcosa come 20 o 30 km il che è possibilissimo in realtà!). Per questa ragione, quando si fa l’autostop è preferibile non avere scadenze e avere un sacco di tempo, così come una dose spropositata di pazienza. A volte ho soddisfatto la mia bibliofilia facendomi una pausa, entrando in un autogrill e leggendo per due ore senza dimenticarmi però di impostare la sveglia perché quando fai l’autostop puoi leggere per 2-3-4-5 ore ma non di più, a meno che tu non abbia una tenda per dormire ovunque ti capiti. C’è anche questa possibilità in effetti: specialmente se siete in Svezia dove l’Allemansrätten garantisce il diritto di accamparsi quasi ovunque.

Ps. Molti mi chiedono dei tempi di attesa. Ebbene l’attesa più breve per un passaggio per me è stata cinque minuti, quella più lunga tre ore e mezzo.

6 motivi per preferire Goteborg a Stoccolma

Quando si tratta di fare comparizioni in materie dove il metodo scientifico è difficilmente applicabile, è facile scrivere”fuffa”. Pertanto, non volendo apparire come un fuffaro, ma come un amichevole consigliere che nonostante la sua giovane età sta attraversando esperienze intense in un Paese nuovo, faccio una premessa necessaria: le seguenti motivazioni per preferire Göteborg a Stoccolma vanno prese con grande cautela. Non è possibile conoscere ogni singolo abitante di Stoccolma e compararlo ad ogni singolo abitante di Göteborg e se anche lo fosse, trovare un criterio di giudizio oggettivo, che cioè trascenda la privatezza dei gusti individuali, è letteralmente impossibile.

Nessuna città è riducibile ai suoi stereotipi, ma se questi hanno un pregio è quello di essere, il più delle volte, ispirati a pezzi importanti di realtà.

In giro per la grande Scandinavia si vocifera, per esempio, che Stoccolma più che l’autoproclamata  “capitale della Scandinavia” sia la capitale degli snob scandinavi. Lasciatemi sfogare dicendo che, dal mio punto di vista, non c’è nulla di più vero. Lavoro a Stoccolma come guida turistica e questo tipo di considerazioni, me le devo tenere per me, dal momento che quando studio per il mio lavoro e quando racconto la città ai turisti stranieri, sono obbligato ad immaginare che questa città sia solo il suo Arcipelago,  Gamla Stan, il Palazzo Reale e Djurgården, la splendida irreale natura a due passi dal centro.

Quando però i turisti cercano spiegazioni sul perché degli sguardi feroci in metro, della gente incazzata senza motivi apparenti e di tutti gli stereotipi sugli svedesi come popolo taciturno, ma educato e gentile che nella sua capitale vanno magicamente a farsi fottere,  non posso astenermi dal rivelargli che sono venuti nel posto sbagliato. Stoccolma non è in Svezia (nella misura in cui Milano non è in Italia, per menzionare un caso analogo e più familiare al lettore italiano). E che prendano un treno per Göteborg o per Malmo o per Falun, nella regione Dalarna.

Sono di parte, lo ammetto, le mie partner sono tutte concentrate a Göteborg e Stoccolma, sul piano relazionale e affettivo, non è un grande fucina di successi. (Solo alcuni angoli della città si salvano. Ma sono l’eccezione, non la regola.) Ogni gusto ha una storia che lo ha determinato. Non esistono preferenze neutrali o scevre di esperienze fondanti. Mi piace pertanto pensare che questo mio dato biografico non sia la causa del mio amore per Göteborg, ma un effetto. Lasciamo da parte le cose mie e facciamo un elenco di cinque fatti concreti che io e tutte le persone che conosco (svedesi e non) che come me hanno spesso del tempo sia a Göteborg che a Stoccolma hanno rilevato (sembra quindi esserci consenso su questi cinque fatti). Visitate Stockholm e poi visitate Göteborg per una verifica empirica, la veridicità di queste cinque differenze vi sconvolgerà.

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  1. Spingere per errore qualcuno su un mezzo pubblico o in una folla. A Göteborg  vi regaleranno  sorrisi o addirittura esibizioni di scusarsi, credendo di aver causato l’incidente. A Stoccolma il più delle volte conserveranno l’espressione assente fingendo che nulla sia accaduto, in una minoranza dei casi però vi lanceranno uno sguardo assassino, specialmente se non siete biondi.
  2. Tinder. Sono piuttosto convinto che Tinder, al di là di pregi e difetti, sia abbastanza rappresentativo se non delle volto di una città, del modo in cui gli utilizzatori di Tinder di quell’area vogliono apparire agli altri utilizzatori di Tinder della stessa area. Premesso ciò, “swipare” un po’ di foto profilo nell’area di Stoccolma significa sfogliare una rivista d’alta moda dedicata a “passive” donnicciole dell’alta borghesia o venticinquenni attraenti ma bimbominchiose stracolme di trucco, profumi e vestite tutte uguali (di nero), adoratrici dei Venerdì di shopping e dei cinema mainstream a 140 corone (14 euro per un film!). Quando trovate qualcosa di diverso nell’area di Stoccolma o si tratta di figli di migranti (svedesi di prima generazione) o di svedesi di fuori Stoccolma. Usare Tinder a Göteborg è invece un altro tipo di esperienza. Chiaramente dipende dai gusti. Ma posso assicurare che in media noterete a Göteborg una percentuale molto più alta di profili “artistoidi” e “intellettualoidi”, così come profili più politicizzati, meno dediti all’esibizione di brand e più all’esibizione di libri (resta sempre un’esibizione che per sua natura occulta qualcos’altro, non sto dicendo che tutto ciò sia intrinsecamente migliore, solo insinuando che sicuramente si conforma meglio ai miei gusti e, se siete miei lettori, probabilmente ai vostri). Come se non bastasse, con le ragazze di Göteborg il gioco di Tinder è facile, diretto, pulito e trasparente senza strani rompicapo ed estenuanti lotte retoriche per ottenere un incontro. Se vi troveranno attraenti, valuteranno seriamente di incontrarvi anche dopo soli tre messaggi in chat.  E se lo vorranno, a differenza delle ragazze di Stoccolma (così come di molte italiane), andranno dritte al punto, senza preoccuparsi di dissimulare la loro volontà per non apparire troppo “facili”. 
  3. Sinistra e attivismo. Goteborg è sempre stata una città proletaria, mentre Stoccolma la città degli scambi commerciali, degli investimenti internazionali e dei monarchi. Raccomando specialmente la visita al quartiere Haga, dietro Jarntorget, piena di boutique, caffè, live music pub e posti alternativi. Ogni volta che c’è un appuntamento politico importante della sinistra non istituzionale (di classe o di movimento), si tiene a Göteborg (l’ultimo evento di questo tipo è stata la partecipata iniziativa contro la marcia nazista a Göteborg, cinquanta nazi-senza cervello contro migliaia di antifascisti e antirazzisti).
  4. Moda e abbigliamento. I giovani della capitale tendono a preferire l’anonimato a qualsiasi espressione di eccentricità. Questa almeno è la spiegazione che più volte mi è stata data quando ho esplicitamente chiesto loro come mai vestissero tutti allo stesso modo, come una divisa consegnata loro al momento dell’entrata nella fase dell’adolescenza. Non vogliono dare nell’occhio, né attirare alcuna attenzione. Per essere precisi, la “divisa” consiste in vestisti scuri, sempre neri, pantaloni attillati (a volte a zampa di elefante a volte no). In qualche caso cappucci al posto di berretti. In tutti i casi berretti o cappucci sia all’aria aperta (e all’aria aperta è ovviamente comprensibile), che all’interno degli edifici (nei cinema ad esempio, o sui treni alcuni tolgono le scarpe ma lasciano la testa coperta con cappucci o berretti). A Göteborg, se è uno stile più “europeo” che state cercando, troverete quello che fa per voi. Appena scesi dal treno alla stazione centrale noterete la differenza: è estremamente più comune notare giovani che indossano abiti di tutti i tipi, che sperimentano tutte le mode, del presente e del passato. Anche se la mia impressione è che quella dominante assomigli vagamente a quello che chiamo “modello Bologna”: camicie anni settanta, pantaloni marroni oppure abbinamenti freakettoni da Comune etc…
  5. Comunicazione. Rivolgere la parola a uno sconosciuto è, nella mentalità Göteborgska/Costa Ovest, socialmente più accettabile che in quella stoccolmese (provate a chiedere una informazione per strada e verificate la differenza tra le due città). Complice la tensione competitiva e l’amore sfrenato per il mito americano che a Stoccolma si respira, la tendenza in città è quella di essere molto sicuri di sé (soprattutto rispetto alla media svedese caratterizzata, al contrario, da introversione e bassa autostima), e di essere totalmente persi e concentrati su se stessi, sui propri obiettivi, sulla propria produttività, nella totale incapacità di fondersi e comunicare con gli altri. Tutto ciò è orribile, perché il meglio della cultura svedese (semplicità, equità, “comunitarismo”) viene sacrificato a una esacerbazione del peggio (individualismo). A Göteborg invece troverete mediamente più apertura, maggiore senso della collettività, laddove “egoismo del consumo”, ansia da curriculum e da obiettivi, non sono ancora tragicamente radicati come nella capitale. L’impressione è che quando a Göteborg ti chiedono di parlare di te siano davvero interessati alla risposta. A Stoccolma ciascuno è un monologo (di poche parole). E non c’è posto né per i sentimenti né qualsiasi espressione che non sia catalogabile attraverso il sistema delle etichette mainstream (tranne che per alcune “oasi nel deserto”, come Caffè 44 a Södermalm e Noden vicino Slussen).
  6. Linea del tram. Se è vero che il sistema dei trasporti, almeno quanto l’architettura, è lo specchio dello spirito di una città allora Stoccolma è chiusa, rinchiusa e segregata nelle sue pulite linee del metrò, mentre Göteborg sorride piena di vitalità a bordo delle sue gioviali (e intricate) linee del tram che si estendono dal centro alla periferia, lungo i ponti e costeggiano l’Oceano. Una rete che in qualche modo ricorda quella di S.Francisco. Per di più (ma questo potrebbe essere un punto a sfavore), i controlli dei biglietti sui tram di Göteborg sono quasi totalmente assenti, è insomma (anche nel male) una città con meno pretese, più rilassata e easy-going.

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Breve considerazione sui musei.  Il turista medio preferirà Stoccolma per il suo maggiore numero di attrazioni, questo è certo. Tuttavia, i musei di Göteborg sono più che rispettabili (per non parlare dei prezzi più abbordabili). Il più grande e ricco è probabilmente il Konstmuseet (Museo d’Arte), situato a Gotaplatsen e particolarmente incentrato sull’arte contemporanea (se non ricordo male, gratuito per studenti e giovani!). C’è poi Roda Sten Konsthall, un piccolo ma raffinato museo, situato sotto un suggestivo ponte a Roeda Sten 1 (anche questo gratuito per giovani e studenti).

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