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Sulla funzione consolatrice di ogni evento traumatico collettivo

C’è almeno un fatto positivo che ogni “evento traumatico collettivo” implica, che sia una pandemia globale, una guerra o la violenza sistematica della polizia: il suo significato come palestra di empatia e partecipazione al dolore (e al suo superamento, assieme, come collettività): si potrebbe asserire che senza simili eventi saremmo tutti “svedesi”: in Svezia l’ultimo vero “evento traumatico collettivo” non é stato il Covid, ma l’assassinio dell’allora amato Olof Palme nel relativamente lontano 1986. Tuttavia, è facile comprendere che un simile trauma, per quanto importante, non può essere paragonato per intensità a quello vissuto dagli europei durante le guerre mondiali o dagli est-europei con la caduta del socialismo di Stato o dagli italiani con i terremoti. Questi fatti aspirano a configurarsi come uno dei tasselli per spiegare, almeno in parte, per quale ragione gli svedesi riescano a essere così incredibilmente, patologicamente (da un punto di vista non-scandinavo) apatici.

Matteo Iammarrone.

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