Liberi pensieri tra Poliamore e Avere o Essere

Mi permetto di incollarvi un paragrafo che ho dovuto escludere dalla mia tesi in fase di scrittura, per ragioni di spazio e un’accumularsi di grandi nomi da far convergere per parlare di poliamore. Un argomento vibrante e ansioso di essere sviluppato in maniera seria e con gli strumenti di una disciplina importante quale è la filosofia. Di seguito alcuni appunti (che sono stati appunto esclusi) in relazione a To have or to be (1975) di Fromm che ho letto in lingua originale.

“Le due modalità di esistenza individuate da Erich Fromm in Avere o Essere (1975) ci aiutano in qualche modo a comprendere meglio la contrapposizione tra la monogamia che conosciamo, o quanto meno un certo modo di vivere la monogamia che conosciamo, ed altre forme di gestione del complesso rapporto tra sentimento, desiderio e vita sociale quale può essere il poliamore, una forma di non-monogamia etica e consensuale.

“Having” e “Being”, Avere o essere “sono due modalità di esistenza”, “due possibili modi di orientarsi verso il sé e il mondo”, “la cui rispettiva predominanza determina la totalità dei pensieri, dei sentimenti, delle azioni, di un individuo” (p.21). Nella visione di Fromm la scelta tra queste due alternative risulta cruciale per l’orientamento della vita dell’individuo e dell’intera società. La scelta però rimane costante e mai definitiva e non si esprime tanto attraverso gli atti in sé compiuti dal soggetto quanto piuttosto attraverso l’attitudine che li alimenta e con cui il soggetto accompagna tali atti (p.71). Se avessimo la pretesa di contrapporre in maniera eccessivamente netta e radicale avere o essere cederemmo forse in quell’essenzialismo che qui intendiamo contrastare creando etichette e classificando gli altri in “persone che sono” e “persone che hanno”. Una premessa è perciò necessaria: non intendiamo qui argomentare per una contrapposizione cruda e semplificatoria tra persone che “sono” (e che magari amano in maniera libera e vivono all’insegna dell’essere) e persone che “hanno” (e che magari sono ancora legate alla monogamia perché vivono all’insegna dell’avere, del possesso e del carattere anale sostenuto da Freud e ripreso da Fromm). La scelta tra queste due modalità, infatti, è più che altro un’attitudine e non è quindi facilmente trasferibile (sia in un verso che nell’altro) semplicemente indossando la veste di una nuova norma (quella del poliamore ad esempio). Non basta, in altre parole, decidere da un momento all’altro di avere più partner per agire da poliamorosi così come non si è necessariamente avidi ed egoisti se si decide di essere classicamente fedeli e monogami.

 

La modalità dell’avere è riferita principalmente agli oggetti e a tutte quelle cose che trattiamo come oggetti e che crediamo “fisse e descrivibili” (p.75). Questa modalità si esprime nell’uso che facciamo del linguaggio con una preponderanza di sostantivi e del verbo “avere” rispetto agli altri verbi (“Ho mal di testa”, “Il mio medico”, “La mia ragazza”, etc..). La modalità dell’essere è riferita principalmente alle esperienze e predilige l’uso dei verbi a quello dei sostantivi (“Sono malato”, “Sento freddo”, “Sento che ti amo”). Le cose che esperiamo non sono sostanze fisse in sé, a dispetto della nostra pretesa di fissarle, ma processi (ed è difficile dimostrare il contrario). Soprattutto le cose che ci riguardano più da vicino. L’amore, le relazioni…etc. L’amore non è una sostanza, ma un atto (p.69). Si aggiunga che, soprattutto nella nostra ottica “queer” e anti-essenzialista (che approfondiremo nel prossimo paragrafo), sarebbe utile attribuire gli aggettivi alle cose o ai comportamenti piuttosto che alle persone e ai soggetti, dal momento che le persone e i soggetti non sono sostanze fisse ma al massimo agenti che fanno cose. Allora un uomo non è sciocco. Ma ha idee sciocche. Una persona non è monogama, ma segue un modello monogamo (magari inconsapevolmente). Non è un genio, ma ha idee geniali. Non è vegetariano, ma segue una dieta vegetariana. Una persona non è egoista, ma, nel momento in cui parliamo e lo stiamo giudicando, può darsi che abbia, che stia mettendo in atto, a nostro dire comportamenti egoistici.

 

“Le parole indicano che stiamo parlando di sostanze fisse, nonostante esse non siano altro che processi che causano certe sensazioni nel nostro sistema corporeo”(69)

“Ma la società ci educa a trasformare sensazioni in percezioni che ci permettono di manipolare il mondo in cui viviamo”(69)

 

Così facendo attribuiamo il nome “tradimento” a quell’insieme di esperienze che la società ci insegna a percepire come tali. Usiamo così quella parola in un modo che non sarebbe contemplato se vigesse un modello diverso che cioè ci consentirebbe di codificare le sensazioni in percezioni in un altro modo.”

Un articolo a caso

Chi sono

Mi chiamo Matteo Iammarrone, classe 1995. Vent'anni di cui almeno gli ultimi cinque passati a gironzolare qua e là per l'Italia e non solo. Altri impiegati in webdesign e programmazione.
Moltissimi altri impiegati a scrivere canzoni e poesie e ad usufruirne. Dopo essermi laureato in Filosofia all'Università di Bologna, sto continuando gli studi presso l'Università di Stoccolma, la capitale della Svezia in cui mi sono appena trasferito.


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La mia nuova silloge poetica edita con L'oceano nell'anima edizioni. Poesia intermezzata da prosa che la contestualizza, la introduce, la commenta. Un linguaggio in parte devoto al gergo giovanile e ai nuovi inglesismi, così come al cantautorato indie. Un affresco di sentimenti inclusivi, poliamori, storie poliglotte, polifunzionali, amori mai banali, liberi dall'ingombro del vecchio mondo. Riflessioni sulle narrazioni romantiche dominati, sulla proprietà, sul futuro del capitalismo e sul futuro stesso della poesia che è il futuro dell'uomo.

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