Breve appunto sui dating in Svezia (un estratto)

Ogni forma di romanticismo o “corteggiamento” rimane in Svezia ignorata, il più delle volte incompresa o persino disprezzata. Quando uno viene “portato a letto” (perché è di questo che si tratta) da una ragazza svedese (che vuole sempre “stare sopra”), nonostante l’entusiasmo  per la sua appariscenza, l’impressione è sempre quella di essere usato come un vibratore: l’informalità e l’accento sulla libertà individuale hanno abolito ogni simulazione o copione filmico prima, durante e dopo il rapporto intimo: la loro impenetrabilità rende illeggibile anche la più viva di quelle creature: se per tastare il terreno viene avanzato un complimento (“che bella la tua sciarpa stasera”) cade il più delle volte ignorato: l’obbligo di rispondere “grazie” seguito da un altro complimento di circostanza appartiene a un’altra epoca. Così quella sera, dopo tre ore di conversazione lei aveva già deciso di volerlo, ma lui non poteva ancora saperlo. Lo capì quando si prese una pausa per andare in bagno: lì trovo una corrispondenza netta tra il comportamento di lei e il copione della sua cultura, lì capì il perché lei lo aveva coinvolto in quel giro di pub: un pub-runda compulsivo invece che un complimento o uno scambio di sguardi era un segnale di interesse: niente parole, nessuno spreco di fiato, non una “avance” sotto forma di piedino sotto il tavolo, ma solo gli usuali silenzi suggeriti dalle foreste dietro casa e, appunto, un pub runda (giro dei pub) il cui significato stava nel dimostrare a qualcuno di aver trovato il tempo per bere con lui/lei. In quella corsa ansiogena il cui fine nella mente di chi offre (sia uomo o donna o trans, ma più comunemente donna) è il letto. Ma prima di quello c’è l’alcool. Al termine del giro, quando si è deciso di aver speso troppo o che si è sufficientemente brilli da poter reggere un contatto fisico, almeno in teoria, è all’alcool che si sarebbe delegata la responsabilità dello slancio necessario per infrangere la sacralità della bolla di vetro che è quel tempio privato all’interno del quale ciascuno sogna, spera, maledice, benedice e si auto-celebra col divieto assoluto di comunicarlo agli altri.

When I was a child documentaries about space, asteroids and time travelling

When I was a child I used to watch documentaries about three things: space, asteroids and time travelling. Do you know why? 

I was trembling and laughing at the same time with secret joy and comprehensible fright thinking about the possibility of an asteroid destroying the entire world.

At the time for me the world was very small, at least as small as a shiny school in a shity small town of the most repressed province of the poorest country among the richest countries: south of Italy.

The end of the world by mean of an asteroid would give back to the teachers all my pain and get rid of all the trash of their souls thought the elimination of their bodies, their instructions, their prestige, their roles, the burning of their ridiculous branded clothes.

I loved to talk about space too. It was because I couldn’t stand relatives’ intrusiveness, compulsory smiles, compulsory hugs, compulsory manifestations of affection, compulsory good morning, good afternoon and good night. I couldn’t stand misogini, religious bigotry, entrapping gender-roles, priests pretending they were scientists, fascists pretending they were priests.

In other words, longed for space, or, why not, for gaining to space itself like the space child I’ve been and the spaceman I will never become because I was not good enough in math.

When I was a child I used to watch documentaries about three things: space, asteroids and time traveling. Do you know why? Because a time traveller at that time knew about you and prepared me to the meeting, because I already knew that you would come as predictable as an asteroid, as uncatchable as the space. 

Matteo Iammarrone.

Tilda e la nostra generazione di fantasmi

Tu, guardiano di una vecchia casa per cinquanta minuti hai tentato di prenderti cura di ogni dettaglio. Hai spolverato i mobili, catalogato  libri sconosciuti, rimosso le erbacce dal giardino. La vecchia casa quasi ti rispetta e quasi ti riconosce come uno dei suoi custodi. Il fascino con cui appari e la fiducia che infondi nella padrona di casa cresce di giorno in giorno, ma nonostante ciò un giorno, un giorno durato 50 minuti, al termine dei 50 minuti, trovi la porta di ingresso sbarrata. Ti ritrovi testimone di una fretta di andar via e di cacciarti, di liberarsi di te apparentemente ingiustificata dopo tutti quegli sforzi di dolcezza e attenzione. Ti è impedito l’accesso e sulla porta al posto delle solite chiavi ci trovi una lettera che dice che il lavoro fatto fino ad allora è stato impeccabile, ma che quel lavoro al tempo stesso non fa per te, tu non fai per lei (per la casa si intende e per la sua proprietaria). Non sai spiegarti bene come quando e perché il rifiuto sia scattato: nessun vaso è stato rotto nel tentativo di pulirlo per eccesso di zelo. Una volta eri sul punto di spolverare dove non era stato richiesto, è vero. Ma ti sei subito ritratto quando la padrona ha detto no, ha negato il suo consenso. Ed è stato allora (forse) che il rifiuto è scattato, il timore di non si sa cos. Benvenuti nel mondo dei grandi che hanno visto migliaia di volte in azione ma non hanno ancora capito come funzioni la mente umana, non hanno capito nulla delle cose che può mettere in moto un singolo dettaglio: dall’ascesa di Hitler al fallimento di un dating durato solo cinquanta minuti, dalla terza guerra mondiale alla metamorfosi incontrovertibile di uno sguardo nel complesso di un incontro giudicato piacevole: la rottura, la distrazione, il precipizio verso un finale atroce dura pochi minuti, gli ultimi 10 minuti di una vita durata 50. La metafora della casa è la metafora di Tilda, la ragazza Svizzera incontrata a Göteborg nel Novembre 2018 che passò da uno stato di grazia a uno di rigetto. Tilda era delle campagne di Zurigo, ama(va) cucire costumi per bambini e per gli attori di teatro, deve aver creduto che, come Frankenstein, sarei potuto diventare un mostro se solo fosse continuata ad esserci. Ma io so che si sbagliava.

Matteo Iammarrone.

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Pensare dunque essere