Mai pagare con la carta le prostitute tedesche

Ammetto che questo è un tema sufficientemente controverso da richiedere probabilmente molte piu pagine di quelle che sono disposto ad impiegare su questo blog. La mia premessa a questa racconto tuttavia la faccio comunque, e la farò breve: la prostituzione è certamente un fenomeno negativo per via dello sfruttamento che produce. Pertanto, sono tentato di pensare che non sia peggiore di qualsiasi altro lavoro all’interno del sistema di sfruttamento capitalistico. In tale sistema infatti tutti i lavoratori salariati, per definizione, non fanno altro che affittare il proprio corpo per un tot di ore in cambio di un salario. Questo è esattamente ciò che avviene con la prostituzione. Su questa linea di pensiero, sotto condizioni ideali (cioè ambiente di lavoro accettabile e al di fuori di giri di sfruttamento) non mi sento di condannare il cliente che va con la sex worker autonoma piú di un qualsiasi cliente che ordini mobili IKEA e affitti il corpo degli operai per farseli montare a casa. Tuttavia, ammetto di non essere sicuro che l’equazione prostituzione=sfruttamento sì, ma al pari di qualsiasi altro lavoro regga completamente. Infatti, a complicare il quadro ci si mette la natura patriarcale del fenomeno della prostituzione ed anche la portata totalizzante dell’affitto del corpo che (forse?) non è paragonabile ad altri lavori (qui la domanda è: è questo uno dei casi in cui una differenza quantitativa ne produce una qualitativa?). In ogni caso, al di là delle divisioni interne al femminismo e alle convinzioni etiche e politiche di ciascuno, il punto di questo articolo è quello di sfatare qualche mito circa la prostituzione in Germania. Diciamolo subito: andare a puttane in Germania non solo non è reato, ma è da diversi anni  attività legale e regolarizzate. Le città tedesche abbondano di bordelli. Prima di frequentarli, tuttavia, potrebbero rivelarsi di vitale importanza (sopratutto per il portafogli) alcuni consigli e considerazioni frutto di una conversazione con un ragazzo conosciuto in ostello.

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1) Esistono delle regole e sono piuttosto feree: non baciare, non toccare il volto, non toccare le parti basse. Queste sono le regole piu comuni e diffuse, a volte è possibile fare delle eccezioni attraverso il pagamento di alcuni extra.

2) Sulla questione della provenienza. Non aspettatevi molte autoctone, la maggior parte vengono dall’Europa dell’Est. Le poche tedesche (molte delle quali giovanissime) tendono a volersi distinguere dalla controparte straniera, imponendo regole piu stringenti e prezzi piu elevati. Sono forse proprie queste ultime, paradossalmente, che vi spilleranno piu soldi seducendovi nel loro tranello (vedi punto 4).

3) Non aspettatevi alcuna forma di “affetto”, ma solo recita, finzione, prestazione meccanica. “L’esperienza non è paragonabile a quella di un “normale” rapporto, sarà il rapporto piu meccanico che abbiate mai avuto” (cit. Michele).

4) Evitate di usare la carta di credito per i pagamenti. La storia che mi ha raccontato Michele, un ragazzo italiano che ho conosciuto in ostello, ha dell’incredibile. Viene fermato sulla Reperbahn da una ventitrenne. In quel momento non ha contanti, ma solo carta di credito. Chiede se è possibile pagare con la carta e lei, con un sorriso raggiante, risponde “Ma certo!” e lo conduce in un appartamento lì attorno dove lo convince a compilare un modulo col suo nome e il pin della carta. Il patto era che un servizio completo sarebbe costato 50 euro. Franco è stato stupidamente ingenuo, dichiara di essersi fidato di lei perché tedesca (dall’accento e dal look) e perché sapeva che tutto era regolare lì in Germania. Le consegna il pin della carta e la vede sparire in un’altra stanza. Franco pensava ci sarebbe stato qualche sorta di lettore di carte nell’altra stanza, un po’ come al supermercato insomma. Tuttavia a posteriori, e solo a posteriori, Franco scopre che la ragazza si era precipitata in strada e aveva prelevato 250 euro al primo bancomat disponibile. Tornata nella stanza, invece che cominciare “il servizio” aveva temporeggiato cercando di persuadere Michele ad alzare il prezzo. Qualcosa del tipo “ma non è che possa fare un granché con 50 euro” (infrangendo quindi il patto iniziale di “tutto con 50 euro”). Arrivano a patteggiare 150. Tutto questo è ovviamente un gioco perverso e ingannevole in quanto la ragazza sa benissimo di aver, a dispetto di ciò che in quel momento Michele pensi, prelevato 250 euro e allora il giochino per tentare di alzare il prezzo è soltanto uno scherzo e per lasciare che la mezz’ora scada e per mettere alla prova Michele e vedere quanto realmente era disposto a pagare. Alla fine Michele per 250 euro ottiene un pompino (lui però pensava di aver pagato 150 ed era già frustrato per questo). Quando l’ho incontrato in ostello era il mattino successivo e aveva appena controllato il suo conto sull’internet banking e scoperto il misfatto: 250 euro prelevati a uno sportello. Mai pagare le prostitute con la carta. I contanti quanto meno sono piú controllabili.

Filosofi med barn

Man kan koppla filosofi med barn, bland annat, igenom berättelser, sagor och frågor-ställningen. Filosofi handlar egentligen om frågeställningen och ifrågasättning och kräver annorlunda ögonen. Dessutom, Plato, en av fadern till västerländsk filosofi, brukade använda myter och berättelser för att överlämna filosofiska budskapet i hans dialoger.

Vad som är intressant är att alla dessa aspekter är gemensamma mellan filosofi och barn.

Därför verkar barn vara filosofer som brukar ställa sådana grundliga och banala frågor så att det bli nästan svårt att svara.

Idag vikarierade jag på en grundskola i Göteborg och ett barn frågade: “ligger Sverige i Göteborg?”.
Barnet menade inte bara att Gbg ligger i Sverige utan att “Sverige ligger i Göteborg”. Är det sant, är det inte sant? Istället för att rätta honom jag försöker att förklara för honom att vissa meningar (som “Sverige ligger i Göteborg”) kan vara sanna eller osanna beroende på sammanhanget. Eftersom lektionen handlade om Geografi jag sa till honom “när man pluggar geografi och tittar på en geografisk karta då är det inte sant att Sverige ligger i Göteborg eftersom ett land kan inte ligga i en stad.
Däremot, om du har inge kartor och du skriver en dikt som handlar om Gbg, till exempel, då din mening blir sant: “Sverige ligger i Göteborg” är korrekt om du menar att man kan känna igen nånting svensk i luften eller i byggnaders utseende…och så vidare”.

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Matteo Iammarrone.

Due esempi pratici del volto oscuro dell’etica svedese

Con questo breve estratto spero di dare il via ad una proficua carrellata di articoli-testimonianza che non hanno pretese scientifiche, ma solo appunto di riflessione collettiva e reportage personale in qualità di studente e lavoratore intellettuale emigrato in Svezia, un Paese di cui, come spesso accade, si ha nel bene e nel male un’immagine pittoresca. Voglio riportare due avvenimenti della mia vita privata che sono rappresentativi e, sulla base dei miei tanti viaggi, sono significativi per questo Paese nel senso che non potrebbero accadere da nessun’alta parte, non con la stessa frequenza non nelle stesse modalità quanto meno.  Spero di offrire con questo e altri contributi uno spaccato al dibattito sulla Svezia. Dopo due anni questo Paese continua ad affascinarmi per il suo essere il più democratico e moderno di tutti, e quando uso questi due aggettivi li utilizzo in tutta la loro ambiguità: non solo la Svezia è moderna, ma è troppo moderna, non solo è democratica ma è talvolta pericolosamente democratica. Tuttavia qui mi concentrerò su esempi che riguardano la questione della rigidità delle regole. Una questione nient’affatto banale. Ci sono dei casi infatti in cui non ci sono regole, e ciascuno fa ciò che gli pare (per esempio a scuola gli alunni possono uscire e rientrare senza chiedere permessi particolari e/o sedersi sul pavimento oppure stendersi sui banchi). Altri in cui sono rigidissime (sebbene poche, facili da memorizzare e quasi sempre spiegate). Ma ciò che più salta agli occhi a qualsiasi non svedese è che sembra esserci un solo modo di fare tutto. Tutto è inspiegabilmente uniforme. E nessuno lo mette in dubbio. Seguono due esempi dalla mia vita privata.

(mis)Fatto 1. La scorsa estate è accaduto un fatto spiacevole. La mia partner non era in Svezia e avevo bisogno di dormire a Uddevalla, la sua città natale. Allora come favore mi ha lasciato le sue chiavi. Il nostro accordo era che, dopo due notti a casa sua, avrei imbucato le chiavi nella sua casetta della posta. Soggiorno presso il suo l’appartamento come da accordo (un monolocale squadrato con parquet finto e ambiente asettico come ce ne sono a iosa qui in Scandinavia). Tuttavia al mattino, forse per la fretta di prendere il treno, imbuco il suo mazzo di chiavi nella cassetta della posta sbagliata. (L’appartamento si trova in un condominio con decine di nomi e le cassette sono una sull’altra così che diventa ambiguo a quale nome appartenga una determinata cassetta).

Dopo una settimana sia io che lei veniamo a conoscenza del misfatto: le sue chiavi non sono nelle cassetta! Dove sono finite? Ipotizzo ciò che ho scritto qui, e cioè che semplicemente le ho lasciate nella cassetta sbagliata che non è certo la cassetta di un orco mangiauomini, ma di un vicino che magari abita sullo stesso pianerottolo. Alla storia va aggiunto un dettaglio: in quei giorni la mia ex stava traslocando, il giorno in cui ha tentato di ripescare le sue chiavi era il giorno in cui avrebbe dovuto consegnare il monolocale al proprietario! Chiama il proprietario e spiega la situazione, proponendo la soluzione più banale quella che qualsiasi animale razionale proporrebbe: chiamare il vicino!

Invece no. Le chiavi sono state smarrite. Bisogna pagare una penale di 2000 corone (200 euro!). Così dicono le regole. Così è scritto sul contratto. Applicato alla lettera. In un mondo normale sarebbe stato contattato il vicino chiedendogli di recuperare le chiavi nella cassetta della posta.  (Senza il timore del contatto umano né quello di violare la sua individualità, due paure alla base dell’ethos svedese).

(mis)Fatto 2. L’applicazione ossequiosa delle regole può condurre ad agire come robot preprogrammati. In quei casi l’unica speranza è che chi ha fatto le regole abbia previsto ogni possibile eccezione. Per fortuna questa volta non ci ho rimesso soldi, né tanto meno la vita, ma solo dieci minuti di esistenza, nulla di grave. Ma è il principio che conta. Mi reco all’Ufficio Migrazione (Skatteverket) per ritirare la mia Legitimation svedese (carta di identità svedese) dopo aver pagato un bollettino di 400 kr (40 euro circa). Mostro agli impiegati lo scontrino di avvenuto pagamento, ma lo scontrino è in italiano e non riescono a capire bene quale sia intestatario, oggetto, etc…etc…Parlano fra loro tentando di supportarsi vicendevolemente nel tentativo di tradurre quella strana lingua. Dopo ben cinque minuti di panico in cui si sono sostanzialmente chiesti: “cosa può significare questo e quest’altro? Ma tu capisci un po’ di italiano?” etc…intervengo io che ho assistito all’intera conversazione e banalmente osservo: “Bè…in realtà potrei aiutarvi io a tradurlo dato che io…so l’italiano!”. Mi guardano come se fossi un genio. L’unica spiegazione possibile: non è nelle loro mansioni chiedere al cliente di tradurre qualcosa per loro, ma solo interpretare da sé i documenti e eseguire le operazioni.

Matteo Iammarrone.

Pensare dunque essere