Trovate alle galassie una ragione per non temere (Wonder Women)

Mi rimproverò. Chi era? Mia madre,

un’amica oppure un soggetto dal genere volutamente lasciato aperto.

Mi disse: tu le ami non sentendo niente o sentendolo di tanto in tanto.

Come il fruscio sulla mia biro e sul mondo che si ricorda di essere attraversato dal vento solo quando la caduto del cielo lo scompiglia.

Mi disse: tu le ami ma non ricordi i loro viaggi,

ti giustifichi dicendo che i nomi sono solo etichette e che senza pesce non c’è memoria.

E l’animale che davvero ti muove stanotte ti suggerisce che la fame, le guerre e gli snob di strada

rendono in fondo il mondo un posto migliore.

Migliore perché sarebbe noioso senza,

dove la misura della felicità è l’impallidire dell’angoscia e del vuoto 

che prevalgono, mi disse ora, quando indovini l’assenza tra loro 

di quell’intesa che a mattino possederebbero due amiche nel letto,

due amiche estranee che per caso,

per amore dell’esperimento o per gioco,

ti ritrovi ad amare;

ma (io lo ripeto e mi difendo e non so che bisogno ci sia ma lo faccio),

se le amo è più per caso che per gioco,

è più per gioco che per noia, 

è più per noia che per conformismo.

E crollerebbe l’intero tetto del cielo facendomi sanguinare ogni singola parte del volto se anche una sola di loro partisse e abbandonasse la partita che abbiamo deciso di giocare assieme,

o si ferisse durante questo gioco che non è troppo diverso dal protagonista indiscusso

di tutte le canzoni e le fiabe d’avventura.

Tranne che per l’amarezza che non sia mai esistito smulltronstallet in cui l’alleanza di sguardi

abbia potuto dissipare

l’erba cattiva dal mistero di come siano fatte,

inconfessato mistero: l’ansia delle galassie di non avere sufficiente universo

dalla propria parte.

Matteo Iammarrone.

Dubbi e perplessità sull’Effective Altruism

Mi sono imbattuto nella lettura di un saggio divulgativo, prestatomi da alcuni studenti del Dipartimento di Filosofia qui a Stoccolma, chiamato Effective Altruism and a radical new way to make a difference. Mi approccio con interesse al libro, converso con alcuni di questi studenti e cerco informazioni su internet in italiano e in inglese, scoprendo che l’Effective Altruism (orrendamente tradotto in italiano con “Altruismo efficace”) è un vero e proprio movimento filosofico con fini sociali. In parole semplici, gli altruisti effettivi (tra i più noti il filosofo Peter Singer), riflettono su come fare donazioni a scopo benefico affidandosi a valutazioni razionali nella valutazione dei destinatari dei fondi e nella scelta delle priorità delle aree di intervento (foreste amazzoniche, sofferenza animale, vaccinazioni in Africa, etc…). Esistono vere e proprie classifiche stilate dagli altruisti efficaci che valutano l’efficienza di organizzazioni caritatevoli operanti in uno stesso settore, sulla base di ricerche ed evidenza empirica (mettendo in relazione costi delle campagne, impatto sulla vita delle persone o sull’ambiente dei programmi, etc…). Inoltrandomi nell’argomento tuttavia, e devo confessare sin dal primo capitolo, sento puzza di cose che non mi piacciono, magistralmente impacchettate col brand “millenial” e piccolo borghese di sentirsi generosi e bravi cittadini, standosene comodamente seduti davanti al proprio pc (“Guadagnare per donare” è, non a caso, uno dei motti dell’effective altruism).

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Questa filosofia proclama la necessità di dare il proprio contributo per aiutare gli altri, e di usare come mezzo per questo fine l’evidenza empirica, senza mai, e dico mai, abbandonare la logica caritatevole (in un certo senso di matrice cristiana) del povero destinato a rimanere povero e del ricco destinato a conservare i suoi privilegi. Gli eroi, gli “altruisti di successo” di questa linea di pensiero sono i magnati milionari che, non importa come si siano arricchiti o quanti lavoratori sfruttino; quello che conta è che la donazione di parte del loro reddito (possibilmente il 10%) a una giusta causa, dove l’efficacia e l’efficacia del programma finalizzato alla giusta causa sono definite  da scienza, numeri e evidenza empirica. Ovviamente non è necessario essere milionari per essere dei buoni altruisti efficaci. Prendiamo per esempio l’impatto ambientale dei sistemi di riscaldamento o del consumo di acqua nelle nostre case. Nel libro mediante alcuni calcoli viene dimostrato che invece di preoccuparsi di risparmiare l’acqua corrente o di spegnere le luci quando si esce da una stanza, è più efficace per l’ambiente donare a una certa organizzazione che contribuisce al salvataggio delle foreste amazzoniche. Per cui, come esplicitamente ammette l’autore, possiamo continuare a sprecare acqua ed elettricità, e compensare con una donazione ad un certo ente caritatevole. Rimani a casa. Attenua i sensi di colpa con un click. Lascia le cose così come sono. Conserva il tuo stile di vita. Ecco i veri messaggi subliminali del libro.

Come se non bastasse, l’immagine su cui tutto questo discorso si fonda (ed è una rappresentazione esplicitamente marcata nel libro) è quella di “noi” ricchi, privilegiati abitanti del Nord del mondoe “loro” poveri sfigati abitanti del Sud del mondoincapaci di provvedere a se stessi. Questa rappresentazione è una estrema semplificazione che ignora la stratificazione di classe, descrive i Paesi come “blocchi uniformi” e dipinge il nostro “Nord del mondo” come il migliore dei mondi possibili (tutto ciò fa riflettere sul tipo di lettori a cui il libro stesso è probabilmente destinato!).

Uno dei punti morti in cui questo ragionamento si imbatte, e forse il più interessante capitolo del libro intero, è quello dedicato alle Sweatshopsnei Paesi in via di sviluppo. Le sweatshops sono fabbriche nei Paesi poveri, tipicamente in Asia o Sud America, che producono beni come prodotti tessili, giocattoli o prodotti di elettronica per i Paesi ricchi sotto condizioni di lavoro orripilanti (lavoratori costretti a lavorare sedici ore al giorno, sei o sette giorni a settimana. Assenza di misure di salute e sicurezza etc…). L’autore si chiede se, sulla base dei suoi calcoli empirici, abbia senso boicottare i prodotti derivati da queste industrie. La sua risposta è negativa: studi dimostrano che se queste orribili fabbriche chiudessero molti lavoratori finirebbero nel lavoro nero, nella criminalità o nei giri di prostituzione (dunque tendenzialmente scivolerebbero verso condizioni peggiori rispetto a quelle delle sweatshops). Per questa ragione, per essere altruisti e fare del bene a quelle persone (dove per “persone” intende un blocco unico, padrone e lavoratori) è giusto acquistare quei prodotti, non importa se economicamente e moralmente stiamo promuovendo le loro catene e la loro miseria quotidiana. Meglio una male minore, insomma. (quest’ultima parte, quella che acquistando i prodotti si giustificano quelle condizioni e si arricchiscono quei padroni, è ovviamente inesistente nel libro, ma è un mio contro-ragionamento). Ho portato quest’esempio più specifico perché è uno di quei momenti in cui l’altruismo effettivo è costretto ad ammettere la sua impotenza. Nessuna terza via è ovviamente contemplata. Nè quella della lotta di quei lavoratori contro quel padrone né il ruolo della politica nazionale o internazionale. Tutto è invece misurato in termini di Stati e individui, e più nello specifico, di scelte individuali di consumo. Queste ultime hanno ovviamente un peso (per diverse ragioni sono vegetariano e so che la scelta individuale di milioni di persone di rinunciare alla carne ha fatto diminuire il numero di macelli e di animali uccisi), ma so anche che per cambiare il mondo è necessario cambiare l’organizzazione sociale e economica, e che l’impatto delle scelte di consumo così come delle donazioni caritatevoli in quanto operanti nel solco di questa organizzazione sociale e economica, finiranno facilmente per finire in un impasse e scontrarsi con le sue contraddizioni.

 

6 motivi per preferire Goteborg a Stoccolma

Quando si tratta di fare comparizioni in materie dove il metodo scientifico è difficilmente applicabile, è facile scrivere”fuffa”. Pertanto, non volendo apparire come un fuffaro, ma come un amichevole consigliere che nonostante la sua giovane età sta attraversando esperienze intense in un Paese nuovo, faccio una premessa necessaria: le seguenti motivazioni per preferire Göteborg a Stoccolma vanno prese con grande cautela. Non è possibile conoscere ogni singolo abitante di Stoccolma e compararlo ad ogni singolo abitante di Göteborg e se anche lo fosse, trovare un criterio di giudizio oggettivo, che cioè trascenda la privatezza dei gusti individuali, è letteralmente impossibile.

Nessuna città è riducibile ai suoi stereotipi, ma se questi hanno un pregio è quello di essere, il più delle volte, ispirati a pezzi importanti di realtà.

In giro per la grande Scandinavia si vocifera, per esempio, che Stoccolma più che l’autoproclamata  “capitale della Scandinavia” sia la capitale degli snob scandinavi. Lasciatemi sfogare dicendo che, dal mio punto di vista, non c’è nulla di più vero. Lavoro a Stoccolma come guida turistica e questo tipo di considerazioni, me le devo tenere per me, dal momento che quando studio per il mio lavoro e quando racconto la città ai turisti stranieri, sono obbligato ad immaginare che questa città sia solo il suo Arcipelago,  Gamla Stan, il Palazzo Reale e Djurgården, la splendida irreale natura a due passi dal centro.

Quando però i turisti cercano spiegazioni sul perché degli sguardi feroci in metro, della gente incazzata senza motivi apparenti e di tutti gli stereotipi sugli svedesi come popolo taciturno, ma educato e gentile che nella sua capitale vanno magicamente a farsi fottere,  non posso astenermi dal rivelargli che sono venuti nel posto sbagliato. Stoccolma non è in Svezia (nella misura in cui Milano non è in Italia, per menzionare un caso analogo e più familiare al lettore italiano). E che prendano un treno per Göteborg o per Malmo o per Falun, nella regione Dalarna.

Sono di parte, lo ammetto, le mie partner sono tutte concentrate a Göteborg e Stoccolma, sul piano relazionale e affettivo, non è un grande fucina di successi. (Solo alcuni angoli della città si salvano. Ma sono l’eccezione, non la regola.) Ogni gusto ha una storia che lo ha determinato. Non esistono preferenze neutrali o scevre di esperienze fondanti. Mi piace pertanto pensare che questo mio dato biografico non sia la causa del mio amore per Göteborg, ma un effetto. Lasciamo da parte le cose mie e facciamo un elenco di cinque fatti concreti che io e tutte le persone che conosco (svedesi e non) che come me hanno spesso del tempo sia a Göteborg che a Stoccolma hanno rilevato (sembra quindi esserci consenso su questi cinque fatti). Visitate Stockholm e poi visitate Göteborg per una verifica empirica, la veridicità di queste cinque differenze vi sconvolgerà.

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  1. Spingere per errore qualcuno su un mezzo pubblico o in una folla. A Göteborg  vi regaleranno  sorrisi o addirittura esibizioni di scusarsi, credendo di aver causato l’incidente. A Stoccolma il più delle volte conserveranno l’espressione assente fingendo che nulla sia accaduto, in una minoranza dei casi però vi lanceranno uno sguardo assassino, specialmente se non siete biondi.
  2. Tinder. Sono piuttosto convinto che Tinder, al di là di pregi e difetti, sia abbastanza rappresentativo se non delle volto di una città, del modo in cui gli utilizzatori di Tinder di quell’area vogliono apparire agli altri utilizzatori di Tinder della stessa area. Premesso ciò, “swipare” un po’ di foto profilo nell’area di Stoccolma significa sfogliare una rivista d’alta moda dedicata a “passive” donnicciole dell’alta borghesia o venticinquenni attraenti ma bimbominchiose stracolme di trucco, profumi e vestite tutte uguali (di nero), adoratrici dei Venerdì di shopping e dei cinema mainstream a 140 corone (14 euro per un film!). Quando trovate qualcosa di diverso nell’area di Stoccolma o si tratta di figli di migranti (svedesi di prima generazione) o di svedesi di fuori Stoccolma. Usare Tinder a Göteborg è invece un altro tipo di esperienza. Chiaramente dipende dai gusti. Ma posso assicurare che in media noterete a Göteborg una percentuale molto più alta di profili “artistoidi” e “intellettualoidi”, così come profili più politicizzati, meno dediti all’esibizione di brand e più all’esibizione di libri (resta sempre un’esibizione che per sua natura occulta qualcos’altro, non sto dicendo che tutto ciò sia intrinsecamente migliore, solo insinuando che sicuramente si conforma meglio ai miei gusti e, se siete miei lettori, probabilmente ai vostri). Come se non bastasse, con le ragazze di Göteborg il gioco di Tinder è facile, diretto, pulito e trasparente senza strani rompicapo ed estenuanti lotte retoriche per ottenere un incontro. Se vi troveranno attraenti, valuteranno seriamente di incontrarvi anche dopo soli tre messaggi in chat.  E se lo vorranno, a differenza delle ragazze di Stoccolma (così come di molte italiane), andranno dritte al punto, senza preoccuparsi di dissimulare la loro volontà per non apparire troppo “facili”. 
  3. Sinistra e attivismo. Goteborg è sempre stata una città proletaria, mentre Stoccolma la città degli scambi commerciali, degli investimenti internazionali e dei monarchi. Raccomando specialmente la visita al quartiere Haga, dietro Jarntorget, piena di boutique, caffè, live music pub e posti alternativi. Ogni volta che c’è un appuntamento politico importante della sinistra non istituzionale (di classe o di movimento), si tiene a Göteborg (l’ultimo evento di questo tipo è stata la partecipata iniziativa contro la marcia nazista a Göteborg, cinquanta nazi-senza cervello contro migliaia di antifascisti e antirazzisti).
  4. Moda e abbigliamento. I giovani della capitale tendono a preferire l’anonimato a qualsiasi espressione di eccentricità. Questa almeno è la spiegazione che più volte mi è stata data quando ho esplicitamente chiesto loro come mai vestissero tutti allo stesso modo, come una divisa consegnata loro al momento dell’entrata nella fase dell’adolescenza. Non vogliono dare nell’occhio, né attirare alcuna attenzione. Per essere precisi, la “divisa” consiste in vestisti scuri, sempre neri, pantaloni attillati (a volte a zampa di elefante a volte no). In qualche caso cappucci al posto di berretti. In tutti i casi berretti o cappucci sia all’aria aperta (e all’aria aperta è ovviamente comprensibile), che all’interno degli edifici (nei cinema ad esempio, o sui treni alcuni tolgono le scarpe ma lasciano la testa coperta con cappucci o berretti). A Göteborg, se è uno stile più “europeo” che state cercando, troverete quello che fa per voi. Appena scesi dal treno alla stazione centrale noterete la differenza: è estremamente più comune notare giovani che indossano abiti di tutti i tipi, che sperimentano tutte le mode, del presente e del passato. Anche se la mia impressione è che quella dominante assomigli vagamente a quello che chiamo “modello Bologna”: camicie anni settanta, pantaloni marroni oppure abbinamenti freakettoni da Comune etc…
  5. Comunicazione. Rivolgere la parola a uno sconosciuto è, nella mentalità Göteborgska/Costa Ovest, socialmente più accettabile che in quella stoccolmese (provate a chiedere una informazione per strada e verificate la differenza tra le due città). Complice la tensione competitiva e l’amore sfrenato per il mito americano che a Stoccolma si respira, la tendenza in città è quella di essere molto sicuri di sé (soprattutto rispetto alla media svedese caratterizzata, al contrario, da introversione e bassa autostima), e di essere totalmente persi e concentrati su se stessi, sui propri obiettivi, sulla propria produttività, nella totale incapacità di fondersi e comunicare con gli altri. Tutto ciò è orribile, perché il meglio della cultura svedese (semplicità, equità, “comunitarismo”) viene sacrificato a una esacerbazione del peggio (individualismo). A Göteborg invece troverete mediamente più apertura, maggiore senso della collettività, laddove “egoismo del consumo”, ansia da curriculum e da obiettivi, non sono ancora tragicamente radicati come nella capitale. L’impressione è che quando a Göteborg ti chiedono di parlare di te siano davvero interessati alla risposta. A Stoccolma ciascuno è un monologo (di poche parole). E non c’è posto né per i sentimenti né qualsiasi espressione che non sia catalogabile attraverso il sistema delle etichette mainstream (tranne che per alcune “oasi nel deserto”, come Caffè 44 a Södermalm e Noden vicino Slussen).
  6. Linea del tram. Se è vero che il sistema dei trasporti, almeno quanto l’architettura, è lo specchio dello spirito di una città allora Stoccolma è chiusa, rinchiusa e segregata nelle sue pulite linee del metrò, mentre Göteborg sorride piena di vitalità a bordo delle sue gioviali (e intricate) linee del tram che si estendono dal centro alla periferia, lungo i ponti e costeggiano l’Oceano. Una rete che in qualche modo ricorda quella di S.Francisco. Per di più (ma questo potrebbe essere un punto a sfavore), i controlli dei biglietti sui tram di Göteborg sono quasi totalmente assenti, è insomma (anche nel male) una città con meno pretese, più rilassata e easy-going.

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Breve considerazione sui musei.  Il turista medio preferirà Stoccolma per il suo maggiore numero di attrazioni, questo è certo. Tuttavia, i musei di Göteborg sono più che rispettabili (per non parlare dei prezzi più abbordabili). Il più grande e ricco è probabilmente il Konstmuseet (Museo d’Arte), situato a Gotaplatsen e particolarmente incentrato sull’arte contemporanea (se non ricordo male, gratuito per studenti e giovani!). C’è poi Roda Sten Konsthall, un piccolo ma raffinato museo, situato sotto un suggestivo ponte a Roeda Sten 1 (anche questo gratuito per giovani e studenti).

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Pensare dunque essere